C’è una tentazione ricorrente nel calcio italiano: giudicare il presente osservando solo ciò che accade oggi. Una partita, una prestazione, un risultato negativo — e subito si cercano colpe nell’immediato. Ma forse, per essere davvero onesti, dovremmo fare un passo indietro.
Martedì sera, in Bosnia, in campo c’era una generazione con un’età media intorno ai 25 anni. Giocatori nel pieno della maturità fisica, tecnica e competitiva. E allora la domanda vera non è cosa stanno facendo oggi, ma come sono stati allenati quando avevano 10, 11, 12 anni. Perché è lì che si costruiscono i giocatori.
Se torniamo indietro di circa 15 anni, entriamo in un calcio giovanile italiano molto diverso da quello attuale. Un contesto spesso dominato dalla prestazione immediata, dalla partita della domenica, dal risultato come principale indicatore di valore. Allenamenti strutturati in modo analitico, tanto tempo dedicato alla tecnica isolata, poca esposizione a situazioni di gioco reali. L’errore visto come qualcosa da correggere subito, più che come un passaggio necessario dell’apprendimento. In molti casi, poca libertà decisionale per i bambini e poco gioco vero.
Oggi, invece, sappiamo — anche grazie all’evoluzione delle scienze dell’apprendimento — che il gioco è il contesto principale in cui il calciatore impara, che le decisioni contano più dei gesti eseguiti senza pressione, che l’ambiente deve essere ricco, variabile, rappresentativo, e che l’errore non è un nemico ma una guida.
Allora forse il punto non è criticare questa generazione, ma capire cosa non ha funzionato nel loro percorso. Perché quei ragazzi sono il prodotto di un sistema, di metodologie, convinzioni e abitudini. E se oggi vediamo dei limiti — nella gestione delle situazioni, nella creatività, nella lettura del gioco — dobbiamo avere il coraggio di chiederci da dove arrivano.
Attenzione però: questa riflessione non riguarda i bambini di oggi, né gli allenatori che oggi, spesso con maggiore consapevolezza, stanno già lavorando in modo diverso. Riguarda noi, riguarda quello che siamo stati. Perché se vogliamo davvero migliorare, dobbiamo smettere di guardare solo la superficie e iniziare a collegare i punti: il giocatore che vediamo oggi è il risultato di un percorso iniziato molto tempo fa, e il futuro del calcio italiano si sta allenando adesso.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.










2 risposte
Ottima riflessione.
Bisogna ulteriormente evolvere.
Il pensiero intorno al fenomeno deve trovare nuovi approdi.
In questo articolo leggo che il gioco e’ il contesto principale in cui il calciatore impara; senza dubbio uno scatto importante verso una corretta e moderna evoluzione del pensiero, ma non basta.
Bisogna convincersi definitivamente che i ragazzi talentuosi piu’ che imparare, devono attraverso il gioco – sganciati del tutto dalle grinfie di istruttori e allenatori, sempre piu’ smaniosi di insegnare cio’ che non si puo’ insegnare – esprimere quelle che sono abilita’ genetiche compiute, quelle che in senso generale uno dei neuroscienziati di punta del nostro tempo, definisce
” sapienze innate “.
Il padrone incontrastato del palcoscenico deve essere il ragazzo talentuoso, non l’addetto ai lavori che a vario titolo orbita via via intorno a lui.
Il buio assoluto che attraversa il nostro calcio da oltre 25 anni e’ in questo cortocircuito di natura ontologica; non si sa cosa sia realmente il calcio e quale sia la sua vera natura epistemologica.
Non si vuol capire che e’ dalle abilita’ individualmente possedute dai ragazzi che bisogna partire e non dall’idea malsana che il calcio origini dall’insegnamento.
In alcune carte federali si trovano ancora locuzioni orrende, come
” addestramento calcistico ” o ” addestramento tecnico ” ; i nuovi progetti in rampa di lancio, in ambito giovanile, parlano di insegnamento individuale della tecnica, altro orrendo proposito ancor prima che tecnico, pedagogico-educativo.
Da molti anni il tempo – nel calcio -si e’ messo a correre in avanti a grandi velocita’ e noi ci siamo messi a correre all’indietro con la stessa elevata velocita’.