Sono convinto che, in qualche redazione, esistessero già due articoli pronti. Due binari paralleli, come spesso accade nel nostro racconto del calcio: uno per la vittoria, l’altro per la sconfitta. Se l’Italia di Gattuso avesse resistito in dieci contro undici, oggi leggeremmo di cuore antico, di spirito di sacrificio, di una squadra che “sa soffrire”. Se una di quelle occasioni semplici fosse diventata il 2-0, si sarebbe parlato di eroi, di resurrezione, magari persino di un piccolo miracolo firmato Ringhio.
Invece sono arrivati i rigori, e con essi la condanna: fallimento, crisi strutturale, povertà di talento. È il solito copione, che cambia titolo da otto anni ma non sostanza.
Io, però, a questa narrazione non ci sto. È troppo comoda, troppo rapida, troppo superficiale, troppo indulgente verso chi racconta e incompleta riguardo al campo. E mi colpisce sempre quel coro di voci che, a posteriori, si ergono a commissari tecnici, indicando nomi e soluzioni che, se non avessero funzionato, sarebbero state le prime a essere demolite con il classico “l’avevo detto”.
Il calcio, invece, è più fragile e più complesso di così. Non si può giudicare una squadra per una zolla traditrice, per un gol sbagliato, per un episodio borderline. Questa Italia sarebbe rimasta una squadra incompleta e zeppa di problemi anche vincendo 2-0 o 3-0 in inferiorità numerica. E non è vero che “sono tutti scarsi”. Non si arriva per caso a giocare finali di Champions, né si reggono certi ritmi in Premier per coincidenza. Le cifre Transfermarkt possono essere gonfiate, ma non sono un’invenzione.
Il problema, semmai, è un altro. È un problema più sottile, più difficile da raccontare: manca chi crea. Mancano gli architetti del gioco, quelli che pensano prima degli altri, che inventano. Abbiamo giocatori solidi, affidabili, persino ritenuti di alto livello dagli addetti ai lavori, a prescindere dal mio giudizio nel merito (penso a Bastoni, Tonali, Barella, Donnarumma, Calafiori, Dimarco) ma il disegno resta incompiuto.
È come una casa costruita da ottimi ingegneri e muratori, ma senza un architetto e un interior designer capace di darle anima. Anche i giovani, come Palestra, che altrove sarebbero raccontati come promesse luminose, qui sembrano sospesi, in attesa di un contesto che li riconosca davvero. Contesto che, ahinoi, molto difficilmente sarà la nostra Serie A.
Per questo, a qualificazione avvenuta o mancata, il giudizio non cambierebbe. Sarebbe rimasta una squadra con gli stessi enormi limiti, le stesse incertezze, lo stesso cammino accidentato. Forse avrebbe superato il girone mondiale, fermandosi contro la prima squadra organizzata. Ma non è questo il punto. Il punto è che continuiamo a raccontarci storie diverse per evitare di guardare lo stesso problema. E il calcio italiano, oggi, ha bisogno semplicemente, di verità.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










2 risposte
Condivido Vincenzo, bell’articolo!
Il tuo incipit non fa una grinza. Mio padre ha lavorato una vita intera in un’agenzia di stampa e spesso, specie in concomitanza di accadimenti sportivi importanti, venivano preparati due articoli che a seconda dell’esito consentivano ad un’agenzia piuttosto che a una concorrente di divulgare (e quindi incassare) per prima la bollente news! Infine ti stringo la mano perché quandanco avessimo vinto noi ai rigori non avremmo cancellato le ataviche defezioni che rodono, come tarli in vacanza, le radici ed il gioco del nostro malmesso calcio nazionale!
Un caro abbraccio e buona Pasqua!
Massimo 48❤️🖤
Buonasera Vincenzo, sono d’accordo, perché è innegabile che i nostri calciatori sono visibilmente inferiori, almeno a quelli delle nazionali più importanti.
Anche se avessimo vinto, avremmo pagato alla fase finale.
Una fase finale che oramai è abituata alla nostra assenza.
Ciò significa che siamo scarsi.
Ma siamo scarsi da prima di Gravina; anche lui ha contribuito con scelte di tecnici discutibili.
Noi comunque non abbiamo fuoriclasse, soprattutto nei ruoli cardine: centrale difensivo, regista, trequartista e punta.
Questo il mio parere.
Poi possiamo discutere fi metodi.
Certo è che se ti serve il procuratore a 13 anni…