DE ZERBI AL TOTTENHAM: SETTE PARTITE PER PROVARE A RINASCERE

Il teatro di Harold Pinter, pur inscrivibile nel canone del cosiddetto “teatro dell’assurdo”, presenta peculiarità tali da aver generato un termine specifico, utile a descriverlo: pinteresque.

Vi è, come per gli illustri capostipiti – da Beckett a Ionesco – una riflessione post-atomica sul progressivo e irredimibile svuotamento di senso del linguaggio, incapace di descrivere una realtà, senza dubbio più fisica in Pinter, più metafisica in Beckett, che ci risulta non più comprensibile; l’iper-realismo cela invece di comunicare. C’è poi qualcosa di appunto peculiare, rispetto a uno svolgimento che gioca tutto nell’alveo tra la plausibilità di un dialogo e la sua logica reale (La cantatrice calva, di Ionesco, è la summa di questo assunto): in gergo calcistico si potrebbero definire come delle finte improvvise che spiazzano l’avversario e lo lasciano sul posto.

Esempio lampante di questa strategia, che si muove per stille di spaesamento, è rappresentato da Il calapranzi (citato meravigliosamente in quel gioiello che è In Bruges, del drammaturgo e regista Martin McDonagh). A un certo punto, i due sicari in scena, Ben e Gus – nomi monosillabi, non a caso, dato che l’uomo è pressoché ridotto a funzione – in attesa di ricevere istruzioni per un omicidio, si mettono a parlare… del Tottenham! In particolare, Gus parla di una partita di coppa tra Aston Villa e Tottenham, vinta da quelli con le “maglie bianche” per due a uno, grazie a un rigore molto dubbio. Ben sostiene di non ricordarlo, nonostante, a detta del compare, fosse anche lui presente.

“L’altra squadra ha vinto con un rigore. E poi si parla di tragedie” (copione da https://shorturl.at/fCdqw), dice Gus, che sta (forse) per uccidere qualcuno!

Ecco, se si volesse trovare un parallelismo tra questo capolavoro di pinteresque e la situazione attuale degli Spurs, potremmo proprio racchiuderlo nella fulminea battuta di Gus.

Infatti, dopo una Europa League vinta soprattutto per indisposizione dell’avversario – l’evanescente, almeno fino all’arrivo di Michael Carrick, Manchester United – all’allenatore australiano-greco Ange Postecoglou subentra, non senza qualche mugugno da parte dei tifosi, Thomas Frank, ex Brentford (sempre Londra, dunque). L’inizio con il nuovo coach sembra promettere piuttosto bene, con una Supercoppa europea sfumata soltanto ai rigori contro il Paris Saint Germain di Luis Enrique, che solo pochi mesi prima aveva inflitto all’Inter una pesante sconfitta. Eppure le cose si guastano presto, nonostante la corsa Champions faccia registrare un passaggio senza troppe grane tra le prime otto qualificate alle fasi successive della competizione. In Premier League infatti le cose non vanno come dovrebbero: la squadra fatica a macinare risultati – l’unica compagine di livello che soffre contro il Tottenham è il Manchester City, non si sa perché! – e la posizione in classifica scivola verso lidi preoccupanti.

La dirigenza, in modo probabilmente avventato, opta ancora una volta per una successione, in questo caso addirittura in corsa. Arriva Igor Tudor, ma l’interregno del croato dura appena una manciata di settimane. La squadra, ormai fuori dalle coppe, sia nazionali che internazionali, e a un solo punto dalla zona retrocessione, semplicemente (oddio, non tanto…) sembra essersi sgretolata, specie dal punto di vista mentale.

Per alcuni giorni la stampa tenta di indovinare il successore, facendo anche il nome di Sean Dyche, ma l’attenzione si concentra fin da subito su Roberto De Zerbi, già apprezzato nella massima serie inglese per l’ottimo lavoro di consolidamento fatto con il Brighton. La firma del meno italiano tra gli italiani – be’, dopotutto è uno che non si limita ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, ma ha anche il buonsenso di uscire di scena, quando non ci sono più le condizioni per proseguire – arriva dopo qualche momento di comprensibile esitazione: un asso che si cala per svoltare la stagione, nelle intenzioni reciproche, ma anche un enigma, come un biglietto scivola nel calapranzi.

 L’allenatore bresciano, reduce dall’esperienza a Marsiglia – che sarebbe davvero semplicistico considerare un fallimento – non ama subentrare perché ha bisogno di tempo per far maturare i propri principi nei giocatori; giocatori che, sotto la sua guida, sbocciano e/o evolvono. Questo è un dato di fatto. La natura del processo che intende mettere in pratica, del resto, è collaborativa, e non potrebbe essere altrimenti: i principi non si inculcano né si impartiscono come lezioncine. Sono piuttosto qualcosa che deve essere compreso, accettato e, solo alla fine, assimilato e messo in azione.

Se ha accordato il suo sì, anche se le malelingue sottolineano il lauto stipendio (circa dodici milioni di sterline all’anno per cinque anni di contratto, si narra), sarà verosimilmente perché ha ricevuto sufficienti rassicurazioni sulle regole d’ingaggio: intanto non si parla di un ruolo da head coach, ma da vero e proprio manager plenipotenziario. Cambia tutto da un punto di vista gestionale e attendere la fine del campionato poteva coincidere con la perdita di un’opportunità… o di una sfida, magari.

Mancano sette partite alla fine della Premier League (per chi è appassionato: il sette nella simbologia è la sintesi tra il divino, 3, e il quaternario terrestre, 4, insomma, lo spirito che affonda nella materia!): nessuno è attrezzato per i miracoli e il lavoro che De Zerbi dovrà fare, tanto dal punto di vista tattico quanto da quello psicologico, ferma restando la necessità di un mercato adeguato a giugno – che non significa dilapidare patrimoni senza una direzione – è imponente. Senz’altro non lo si può ridurre a una manciata di allenamenti o a un paio di discorsi motivazionali, ammesso e non concesso che abbiano qualche utilità. La partitura dezerbiana, lungi dall’essere insensata, ha un suo senso profondo, da far decantare; serve tempo, appunto.

Resta da vedere se, in questo scantinato di lusso che è diventato il Tottenham Hotspur, Roberto De Zerbi sarà il demiurgo capace di ridare un senso al linguaggio collettivo della squadra o se, come nel finale dell’opera di Pinter, ci troveremo di fronte all’ennesimo, muto scontro tra le aspettative e una realtà che ha smesso di essere comprensibile (o che comprensibile lo è, ma solo in una prospettiva capitalistico-finanziaria).

Perché la questione non sarà, almeno nell’immediato, vincere o non vincere. C’è qualcosa di più intimo, profondo, che ha a che fare con il senso di appartenenza. È ciò che Sir Kenneth Branagh, accanito tifoso degli Spurs, direbbe in un salone con il pavimento a scacchi, di fronte a uno specchio che lo spia: essere o non essere, questo è il dilemma.

BIO ILARIA MAINARDI: Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita. 

Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema. 

Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, e Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto.

Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!

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