L’Inter parrebbe definitivamente apprestarsi (nonostante la sensazione comune sembri inevitabilmente suggerire quanto i nerazzurri potrebbero ulteriormente non conquistare alcuni dei punti ancora a disposizione) a vincere il campionato.
La sconfitta del Milan in quel di Roma, infatti, spiana sostanzialmente la strada agli uomini di Chivu, consegnando di fatto nelle mani di Lautaro e compagni un titolo che, a questo punto, qualora non dovesse essere collocato nella bacheca della società presieduta da Giuseppe Marotta, verrebbe inequivocabilmente annoverato, storicamente, fra gli scudetti dal finale più sorprendente.
Un tricolore, eventualmente, quasi esclusivamente figlio del percorso netto che l’Inter è stata capace di inanellare al cospetto delle compagini meno nobili del torneo.
Un bottino di punti che ha effettivamente determinato il margine che in classifica separa i nerazzurri dai principali , potenziali, oppositori di inizio stagione.
Già.
Per l’appunto.
La sensazione è che le altre abbiano perso una grande occasione: cavalcare le eredità, attitudinale e psicologica, che la nefasta finale di Champions League contro il Paris Saint Germain ( nonché più generalmente gli atti conclusivi anche nazionali della passata stagione) ha prepotentemente innescato (quali strascichi imponenti) all’interno dei meccanismi processuali, in termini di mentalità e atteggiamento, nell’universo interista.
Un universo già pesantemente minato dalla constatazione di un percorso verosimilmente “povero” di trionfi ( da almeno cinque stagioni l’Inter parte con i favori del pronostico e, all’interno di questo cosiddetto “ciclo” , lo scudetto messo in bacheca è uno contro i due del Napoli e il numericamente medesimo del Milan), se è vero come è vero che raramente ci si accontenta di titoli secondari rispetto agli obiettivi principali.
Per un motivo o per un altro le presunte avversarie non hanno quest’anno insidiato la barcollante leadership della capoclassifica: il Milan, sostanzialmente mai realmente evolutosi nel corso della stagione, ha oltremodo fatto leva sull’acquisizione di risultati che in diversi casi poco avevano a che fare con quanto espresso a livello di prestazione sul terreno di gioco ( al punto tale che i punti di vantaggio su Napoli, Juve e Como sembrano anche pochi considerando le altrui vicissitudini e il privilegio del solo impegno settimanale); la Juve ha cambiato in corsa e si è trovata in molte circostanze a raggranellare meno di quanto meritato e conclamato sul campo (per mancata concretezza o cruciali deficienze strutturali in alcuni ruoli apicali); la Roma ha subìto l’handicap di giocare con un reparto offensivo scarno per l’intero girone d’andata e parimenti alla Juve ha raccolto meno di quanto seminato in termini di prestazioni dominanti.
Per non parlare del Napoli, falcidiato da una serie di infortuni che ne hanno minato il percorso nazionale ed internazionale e proibito a Conte di poter usufruire dell’ipotetica compagine costruita nel corso del mercato estivo: se c’è una squadra che più delle altre deve rammaricarsi di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato è proprio quella partenopea ( che, addirittura, considerando il calendario, potrebbe avere la possibilità di dare fastidio all’Inter fino alla fine, il che non farebbe altro che acuire i rimpianti).
Dunque, un’Inter incapace di trionfare negli scontri diretti (solo per gli almanacchi quello sulla Juve) e, quale suggello, caduta anche al cospetto di Liverpool, Arsenal e Atletico Madrid e in entrambe le circostanze col Bodo (perdendo quindi cinque delle dieci gare disputate in Champions), che altresì non ha raggiunto la finale di Supercoppa italiana, vincerà il tricolore grazie al percorso netto con le medio-piccole.
In sostanza la sensazione è che l’Inter sembra avvertire di sé stessa ciò che la finale storicamente disastrosa dello scorso anno ha lasciato in eredità: la consapevolezza di essere stati meno forti rispetto alla narrazione.
Fino alla finale dello scorso anno si faceva leva sull’avere eliminato Bayern e Barcellona:vero, ma i blaugrana hanno depauperato nei minuti di recupero il vantaggio ottenuto al novantesimo solo per non tradire neanche per pochi giri di lancette la propria filosofia, mantenendo la linea difensiva all’altezza del centrocampo; il Bayern ha affrontato le due gare pieno zeppo di infortuni. Non aver guardato a quelle eliminatorie con la giusta prospettiva (con altresì contemporanee prestazioni non all’altezza in campionato in quel momento) ha comportato la disfatta nell’atto conclusivo, le cui scorie sono state evidenti quest’anno nell’espressione preliminarmente titubante dei nerazzurri al cospetto di squadre forti.
L’Inter ha secondo me in sostanza “custodito” lo “shock” della finale nell’approccio agli incontri importanti.
Senza consapevolezza di sé e spavalderia anche il Bodo ha avuto la meglio quasi senza sforzi.
Quanto al Milan, credo che la qualificazione in Champions sia tutta da guadagnare: i sette punti sul quinto posto e gli scontri diretti contro Juve e Napoli non possono fare dormire sonni tranquilli ad Allegri che, sarebbe ora, dovrebbe iniziare a contemplare la possibilità di approcciarsi al calcio in maniera differente da quella che vediamo, abbiamo visto e presumibilmente vedremo.
Con giocatori ancora più forti, in caso di conquista della qualificazione nella massima competizione continentale, il tecnico livornese non farà altro che accentuare ciò che è stato, è, e sarà.
Il vero problema è che Max sembra non sentirsi minimamente scalfito dall’evidenza, dalla ricercata dipendenza da fattori volutamente non determinati, dalla sola certezza di costruire una compattezza in molti casi esclusivamente passiva.
La Lazio ha vinto palleggiando con Patric (quasi dimenticato esponente del reparto difensivo) al cospetto di Modric.
Ergo arrivare fra le prime quattro non è semplice per chi cerca di rastrellare punti consegnandosi puntualmente all’avversario e subendo l’altrui proposta.
Se poi Maignan tornerà a sfoggiare prestazioni come quelle contro Inter, Lazio, Roma all’andata e al ritorno, Como, ecc., e altresì con due tiri in porta si farà sempre un gol e mezzo, allora l’obiettivo potrà essere centrato.
Ma questo non farà altro che fare credere al Milan che sia la strada giusta.
E non lo è.
Non lo sarà.
Specie dinanzi alle platee internazionali rispetto alle quali, nell’ultima apparizione, Allegri ha conquistato tre punti in un intero girone di Champions.
Con i ritmi di circolazione e di trasmissione dell’altro ieri e la totale assenza di soluzioni visibili, allenate perché siano tali e conclamate, sarà dura al cospetto dei palcoscenici continentali.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











6 risposte
Complimenti per l’articolo, Andrea!
Sembrava un campionato equilibrato, almeno fino al match clou Inter-Napoli. Da lì in poi, i nerazzurri hanno infilato una serie di vittorie che hanno di fatto indirizzato il torneo.
Sono d’accordo su tutto ciò che hai scritto: le inseguitrici, per i motivi che hai ben evidenziato, hanno perso una grande occasione per restare agganciate a un’Inter tutt’altro che irresistibile. Cinque sconfitte in questo punto della stagione sono tante — le stesse, per dire, del Como.
Fa ancora più impressione se si guarda agli scontri diretti: due sconfitte contro l’attuale seconda e un solo punto contro la terza. Numeri che raccontano una squadra forte, ma non dominante.
La vera differenza, però, l’Inter l’ha fatta contro le medio-piccole, dove la superiorità tecnica è emersa con continuità e dove il risultato, spesso, non è mai stato realmente in discussione.
Alla fine, uno scudetto che oggi appare sempre più indirizzato, quasi inevitabile.
Grazie Vincenzo, apprezzo come sempre.
Che bello, finalmente un articolo che racconta la verità delle cose, boccata di ossigeno!!
Grazie!
Buongiorno Andrea, sono d’accordo sull’analisi fatta: Inter fortissima con le deboli e scudetto sicuro. Milan che, nonostante gli scontri diretti, ha fatto sempre percepire una povertà di gioco impressionante.
Non sono convinto che la colpa sia di Allegri, il quale a mio avviso, ha cercato di impostare la squadra per infondere sicurezza, quantomeno difensiva, ed in parte, il percorso è corretto.
Io punterei più il dito sulla società, che ha effettuato una campagna acquisti discutibile, soprattutto con l’acquisto a quella cifra di un NON centravanti! e, successivamente, l’acquisto di un centravanti da panchina.
Per non parlare dell’acquisizione di un forte centrocampista, soltanto perché abbiamo perso con la Cremonese, altrimenti saremmo a metà classifica e la dimostrazione sta nel fatto che, senza Rabiot abbiamo fatto molto male.
Certo, il gioco è penoso e l’anno prossimo ci vorrà ben altro.
E Furlani?.
Ciao Gian Paolo, il punto è che Allegri ha sempre e solo fatto vedere questo in carriera, anche quando gli hanno dato Cristiano Ronaldo!