LOTITO E LA LAZIO, UNA SITUAZIONE GROTTESCA

Prima di scegliere il titolo per questo pezzo sulla Lazio avevo pensato di infilarci dentro l’espressione “banter era”. Sarebbe stato un titolo efficace, ma in fondo anche sbagliato in quanto la situazione della Lazio non rientra davvero in quella categoria. Nel gergo calcistico, la banter era indica un periodo di crisi profonda: risultati deludenti, decisioni dirigenziali discutibili, scelte tecniche spesso incomprensibili. Una fase in cui una squadra, da protagonista, si trasforma progressivamente in oggetto di scherno, di ironie, di meme.

Se si vuole un esempio concreto, basta pensare al Milan di qualche anno fa. I rossoneri hanno attraversato una vera banter era. Poi ne sono usciti, tornando competitivi con Stefano Pioli e conquistando uno scudetto. Ma prima c’erano stati anni confusi, in cui la società sembrava sbagliare quasi tutto ciò che era possibile sbagliare. La situazione economica non era florida, certo, ma il Milan restava pur sempre un gigante addormentato. I soldi circolavano comunque, arrivavano giocatori di nome e non mancavano operazioni di mercato ambiziose; basti ricordare la campagna acquisti del 2017 con Mirabelli e Fassone. Il problema era che a non arrivare erano i risultati.

La Lazio vive una situazione diversa. Ed è qui che nasce il paradosso.

Claudio Lotito guida il club biancoceleste da oltre vent’anni. Prese la società dalle macerie dell’era Cragnotti, appena quattro anni dopo lo scudetto memorabile conquistato con Sven-Göran Eriksson in panchina. Da allora la Lazio ha attraversato stagioni altalenanti, ma se si guarda ai risultati puramente sportivi, soprattutto in rapporto agli investimenti, il bilancio non è affatto disastroso.

Durante la presidenza Lotito sono arrivate tre Coppe Italia (2008-2009, 2012-2013, 2018-2019) e tre Supercoppe italiane (2009, 2017, 2019). A livello giovanile la bacheca si è arricchita con uno scudetto Primavera nel 2012-2013, due Coppe Italia Primavera nel 2013-2014 e nel 2014-2015 e una Supercoppa Primavera nel 2014. La prima squadra ha inoltre centrato diverse qualificazioni alla Champions League, raggiungendo anche qualche ottavo di finale, e non molto tempo fa (stagione 2022-2023) ha chiuso il campionato al secondo posto con Maurizio Sarri in panchina.

Se ci si limita ai numeri, dunque, non si può parlare di fallimento. Eppure, osservando la vicenda con un minimo di distacco, emerge un’impressione diversa. La gestione Lotito ricorda quella di un investitore che non crea davvero ricchezza strutturale ma sa muoversi con abilità nei momenti favorevoli del mercato. Uno che sfrutta bene le fasi positive, talvolta anche per periodi lunghi, e che riesce persino a rialzarsi quando le cose si mettono male. Ma che, alla lunga, rivela un limite: l’assenza di una strategia capace di far compiere il salto di qualità definitivo.

La Lazio resta lì, sospesa tra solidità e incompiutezza. E proprio da questa contraddizione nasce, più che una crisi vera e propria, una sensazione quasi grottesca. Se si vuole capire davvero perché la situazione della Lazio appare tale, conviene scomporre il problema in tre punti.

La gestione: si naviga a vista

La prima anomalia riguarda la gestione sportiva. Non tanto i risultati quanto la sensazione costante di improvvisazione. La stagione in corso è un esempio quasi didattico. La Lazio parte con il mercato bloccato, situazione che dovrebbe indurre prudenza e pianificazione. Poi, all’improvviso, a gennaio emerge l’idea che si possa operare come se fosse il momento di rafforzare la squadra. Ma nel frattempo vengono ceduti pezzi importanti per sostituirli con scommesse.

Le cessioni di Castellanos e Guendouzi, avvenute poco più di un mese fa, hanno lasciato perplessi molti osservatori. Al loro posto sono arrivati Daniel Maldini, Taylor e Ratkov: operazioni che sembrano più figlie dell’occasione che di una strategia.

La stessa impressione si è avuta con il progetto dello stadio: annunciato con enfasi, ma senza chiarire chi dovrebbe sostenerne realmente i costi. In Italia non è un dettaglio. È il tratto distintivo della gestione Lotito: non una linea industriale riconoscibile, ma una sequenza di mosse tattiche. A volte funziona, tante altre volte no.

Il rapporto con l’ambiente: una guerra fredda permanente

Il secondo punto riguarda il rapporto con l’ambiente laziale. Un rapporto che negli anni è diventato una specie di guerra fredda permanente. Il paradosso è che oggi persino i tifosi della Roma sembrano aver perso il gusto di prendere in giro i rivali. Circolano messaggi ironici come “Lotito resisti”, mentre dall’altra parte della barricata si moltiplicano gli appelli dei tifosi biancocelesti: “Lotito libera la Lazio”.

Nel frattempo la Roma ha cambiato proprietà ed è passata ai Friedkin. Non ha ancora riempito la bacheca di trofei, ma ha imboccato una strada percepita come ambiziosa. La Lazio invece resta nelle mani dello stesso proprietario da oltre vent’anni, e il presidente (o, come lo definiscono molti tifosi, il “gestore”) non sembra avere alcuna intenzione di lasciare.

In questo clima si inseriscono episodi che alimentano la frattura. Uno degli ultimi è diventato virale: la telefonata attribuita a Lotito in cui il presidente critica apertamente Maurizio Sarri, attacca parte della tifoseria e commenta l’operato dell’ex tecnico Marco Baroni. Un episodio che ha fatto il giro dei social e che racconta molto del rapporto complicato tra società, allenatori e ambiente.

Il risultato è una Lazio che vive in una tensione costante con se stessa: non abbastanza fragile da crollare, ma nemmeno abbastanza unita da crescere davvero.

L’ambizione sportiva: il salto che non arriva

Il terzo punto è forse il più importante: l’ambizione sportiva.

Negli anni Lotito ha avuto anche intuizioni fortunate. Simone Inzaghi, per esempio, arrivò quasi per caso dopo le dimissioni improvvise di Marcelo Bielsa, che lasciò il progetto biancoceleste denunciando un mercato inesistente. Inzaghi avrebbe dovuto allenare la Salernitana. Invece rimase a Roma e fece molto bene, fino a guadagnarsi la panchina dell’Inter. Il calcio, a volte, premia anche gli imprevisti.

Ma sul mercato la Lazio ha spesso dato l’impressione di comportarsi come un fantallenatore innamorato delle proprie figurine: quei giocatori che non si vendono mai, anche quando il momento sarebbe perfetto.

I casi di Milinkovic-Savic e Luis Alberto sono emblematici. Per anni il club avrebbe potuto incassare oltre cento milioni complessivi per il duo. Invece ha rimandato, aspettato, trattato. Alla fine i due sono partiti per cifre molto più basse, complice anche l’avvicinarsi delle scadenze contrattuali. E non si tratta certo di un errore isolato dell’era Lotito, ma di filosofia e di modus operandi tipico del personaggio.

Nulla sembra abbastanza

E allora la situazione della Lazio resta quella descritta all’inizio: non una crisi vera e propria, ma qualcosa di più difficile da definire. Un club che non crolla mai, ma non decolla nemmeno. Una gestione che evita i disastri, ma anche i grandi salti. Una squadra che resta a galla con una certa dignità (tolta questa stagione, disastrosa, fatta salva l’eventualità della conquista della Coppa Italia), ma senza un orizzonte chiaro.

Nel calcio moderno, dove capitali, strategie e ambizioni corrono alla velocità della luce, la Lazio di Lotito sembra appartenere a un tempo diverso. Ed è forse proprio questo, più di ogni altra cosa, a rendere grottesca la situazione.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

6 risposte

  1. Non vorrei fare un commento polemico e basta ma mi sembra un’analisi un po’ superficiale. La Lazio ha un bacino più comparabile con quello di Fiorentina o Torino che con quello della Roma. Ciononostante i suoi risultati nell’ultimo decennio sono stati comparabili e spesso migliori. I motivi del contrasto con la curva sono nello scarso peso che gli dà la proprietà, cioè proprio il comportamento che poi si invoca allorché vengono a galla storie come quelle delle curve di Milano
    PS A proposito di Milano e di Milan, giova ricordare che la gestione Fassone e Mirabelli fece un sesto posto, arrivò in finale in Coppa Italia, rinnovò Donnarumma e portò in Italia un tale Calhanoglu. Capisco che andar dietro alla vulgata sia la moda del momento però poi capita che si incappa nel rompiscatole che la vulgata non se la beve

    1. Salve Alessandro,

      La ringrazio per il commento, che almeno ha il merito — raro, di questi tempi — di andare al nocciolo della questione. Provo a risponderLe con la stessa moneta.

      La questione del bacino d’utenza, a mio avviso, non è il parametro più pertinente rispetto al ragionamento che cercavo di sviluppare. Nel calcio italiano contano soprattutto il blasone sportivo e la storia dei trofei. E sotto questo profilo, nella Capitale, esiste un sostanziale equilibrio competitivo: la Lazio, tra l’altro, può vantare due trofei europei di peso non proprio piuma. Per questo la rivalità cittadina non è un’invenzione folkloristica ma una realtà storica con pieno diritto di cittadinanza.

      Sul Milan di Fassone e Mirabelli, invece, credo di aver semplicemente ricordato alcuni fatti. In quegli anni i soldi circolavano, arrivavano giocatori di nome e si fecero operazioni di mercato tutt’altro che timide: la campagna acquisti del 2017 resta lì a testimoniarlo. Il progetto, almeno sulla carta, era ambizioso: costruire una squadra giovane e futuribile, con il Milan stabilmente nelle prime quattro. Questo, almeno, dicevano i pronostici dell’epoca.

      Poi però, come spesso accade nel calcio, la carta ha incontrato il campo, il quale ha dato risposte meno generose. Tra quella stagione e le due successive, dunque fino al 2019-2020, il Milan non centrò la qualificazione in Champions League. Un risultato che, se rapportato a un investimento complessivo vicino ai 200 milioni, difficilmente può essere definito straordinario.

      Naturalmente alcuni giocatori arrivati allora hanno avuto poi percorsi importanti. Ma la domanda che resta, e che nel pezzo ponevo implicitamente, è un’altra: quanti di quei protagonisti hanno davvero costituito l’ossatura del Milan che qualche anno dopo avrebbe vinto lo scudetto con Pioli?

      Quanto alla “vulgata”, mi permetta una piccola nota di spirito: nel calcio le vulgate cambiano con una rapidità quasi meteorologica mentre i fatti hanno l’abitudine, buona o cattiva che sia, di restare. E, nel mio piccolo, mi limito a quelli.

      1. Grazie della garbata risposta. Da milanista di origini romane ho una certa confidenza col calcio capitolino. È vero che storicamente la Lazio ci ha fatto piangere più della Roma

    2. Buongiorno Alessandro, grazie per il suo contributo. Ho visto che le ha già risposto Vincenzo. Sulla questione curva concordo, sulla gestione Fassone-Mirabelli, avendola vissuta per una stagione, le assicuro che dal punto di vista del capitale umano è stata devastante con ripercussioni negative a medio-lungo termine.

  2. Grande Filippo! E grazie della risposta! Continuo a sospettare che leggi tutti i commenti 🙂 Non volevo certo difendere Fassone e Mirabelli e ovviamente tu ne sai molto di più. Così come Zvone ne sa di Gazidis e Furlani e come sai ce l’ha fatto sapere. Il mio paragone un tra i suddetti il Sor Claudio era funzionale al ragionamento della vulgata…
    Sempre grazie per averci dato questo stupendo blog!

  3. Caro Vincenzo buonasera! Anche io sono un romano di nascita e da sempre residente nella capitale ma abbraccio e tifo, come l’amico Alessandro, la nostra squadra rossonera. Apprezzo molto lo scritto del tuo articolo in quanto rispecchia in pieno la realtà del momento. I biancocelesti hanno un sostanziale divario di punti, gioco e qualità rispetto ai cugini giallorossi i quali, Gasperini docet, parrebbero essere una Ferrari in fase di rimappatura e comunque speranzosamente proiettata a giocarsi l’ingresso nella griglia delle prime quattro.
    L’Aquila di Sarri è costretta a vivere giocoforza di ricordi trovandosi ad esprimere un calcio che, probabilmente per ragioni societarie, più di tanto e con una rosa depauperata dei suoi maggiori interpreti, non può in questo finale di stagione (fatta salva la Coppa Italia) di certo realizzare.
    Buona serata!

    Massimo 48

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