IL MINUTO SOSPESO

Edon Zhegrova, classe 1999, 26 anni, è un calciatore kosovaro, attaccante della Juventus Football Club, legato alla Vecchia Signora fino al 30 giugno 2030 dopo il trasferimentodal LOSC Lille per 14,3 milioni di euro, più bonus. Ma in certe notti europee il valore di un giocatore non si misura nel costo del cartellino: si misura nel peso simbolico di un attimo.

Mercoledì 25 febbraio, allo Stadium, la Juventus ha affrontato il Galatasaray SK per inseguire un’improbabile rimonta dopo il 5-2 dell’andata. Torino, nel pomeriggio, sembrava una città sospesa: anche l’attesa è un rito collettivo, una forma di fede laica. Il calcio, in queste ore, non è solo sport ma atto identitario: unisce biografie diverse sotto un’unica narrazione.

Zhegrova entra nel secondo tempo sull’1-0, sostituendo Francisco Conceição. Lo stadio è il 12 calciatore, quello insostituibile, attore sociale, presenza imprescindibile. C’è tutto il popolo juventino, pronto a trasformare una partita in un’esperienza condivisa, e gli undici in campo lo sanno benissimo. La rimonta prende forma contro ogni pronostico, nonostante una stagione incerta e la recente sconfitta in campionato contro il Como 1907. La Juventus è costretta a giocare in dieci uomini, stringe i denti, costruisce un 3-0 epico nei tempi regolamentari. E la rimonta diventa mito sportivo.

Ma il calcio, come ogni dramma umano, vive di soglie.

La Juventus è stremata, ma al 5’ del primo tempo supplementare, trova ancora un pizzico di forza per tentare di completare la definitiva rimonta quando Zhegrova riceve in area un pallone perfetto da Weston McKennie.

Zhegrova è solo. La palla sul sinistro, il suo piede naturale. Il movimento del compagno che gli ha servito l’assist spiazza i difensori del Galatasaray: quella palla pronta per essere calciata è simbolicamente un rigore in movimento. In quell’istante il tempo si dilata. Lo stadio trattiene il respiro, sembra un’onda quando si gonfia prima di giungere a riva. È il momento liminale tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Il tiro di Zhegrova, però, scivola a lato. Il 4-0, che avrebbe condotto all’impresa juventina, evapora sulla linea di fondo.

È cosi che l’errore di un calciatore trasforma un gesto tecnico sbagliato ad evento comunitario. È la frattura improvvisa tra il destino immaginato di ciascuno e una realtà collettiva che realizza un insuccesso. In quell’attimo lo Stadium resta sospeso, incredulo, ancorato a quel pallone che invece di gonfiare la rete del 4-0, si spegne sul fondo. E non c’è tempo per pensare, perché il calcio riprende il suo flusso inesorabile. Prima dello scadere del primo tempo supplementare arriva il colpo definitivo di Victor Osimhen e nel secondo tempo supplementare quello di Barış Alper Yılmaz.La partita terminerà 3-2 per la Juventus, ma il sogno europeo di un popolo di tifosi si è interrotto sulla linea di fondo.

Ognuno sentirà il peso di quell’errore e l’uscita da una competizione europea, ma allo stesso tempo l’emozioni si mescolano quando accade qualcosa di più profondo di unsemplice risultato. Nonostante la profonda delusione, il pubblico ancora incredulo perl’occasione sfumata, reagisce e applaude lungamente la propria squadra. Dopo 120 minuti di canto ininterrotto, a fine partita il pubblico applaude, instancabile, quasi a voler esorcizzare l’insuccesso e a sancire un’altra vittoria, quella della riconciliazione collettiva con la propria squadra.

L’errore di un giocatore, sebbene si tratti di un gesto che avrebbe cambiato le sorti della Juventus e di tutti i suoi tifosi, non ha generato l’esclusione, ma un senso rituale di appartenenza e di riscatto.

Qui il calcio mostra la sua dimensione più autentica dove lo sport non è solo vittoria o sconfitta legata ad un risultato. Ogni tifoso sa che quell’attimo rimarrà inciso nella coscienza del giocatore, un singolo gesto che rischia di cristallizzarsi come eterno presente nella memoria di chi lo compie. Ma infondo nessuna carriera si riduce ad un singolo errore, sopratutto quando si crea un legame che il pubblico cerca e che il calciatore alimenta con le sue giocate. Gli errori sono delle cicatrici narrative. Ma quando si gioca per un legame, per una maglia, si scoprirà che dentro una stessa partita ci sono altri frammenti e nuove identità di un giocatore. La vittoria più grande non è il risultato sul tabellone, ma il sentimento di un legame emotivo tra la squadra, un giocatore, e il suo popolo di tifosi.

Il minuto sospeso resta. Ma resta per sempre anche l’applauso di un finale stupendo. E trai due poli — errore e legame — può nascere davvero una nuova stella bianconera.

BIO: Wladimiro Maraschio, classe 1972, vive a Sulmona (AQ) ed è avvocato civilista. Da sempre appassionato di sport e di calcio, nel 2024 ha conseguito l’abilitazione FIGC per l’esercizio della professione di agente sportivo.

È convinto che le storie del calcio non nascano soltanto nel rettangolo di gioco. Spesso ciò che accade fuori dal campo — nelle scelte societarie, nelle dinamiche umane o persino sugli spalti — finisce per influenzare le prestazioni di un calciatore o il destino di una squadra.

Per questo gli piace osservare il calcio da una prospettiva diversa: quella di chi guarda alle regole, ai rapporti e alle dinamiche che stanno dietro lo sport, convinto che comprenderle significhi anche contribuire alla crescita di chi ne fa parte.

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