LA SOAVE LEGGEREZZA DEL BODØ

In questa circostanza non c’era il sintetico, né le temperature polari.

In questa circostanza non c’era la benché minima e velata sensazione di essere contorniati da un palcoscenico atipico, angusto, distante dai consueti scenari appartenenti alla principale manifestazione continentale.

Questa volta c’era San Siro, un risultato difficile ma non impossibile da ribaltare e una compagine che non avrebbe voluto vivere la beffa di essere eliminata dal tabellone che conduce alla tanto agognata coppa dalle grandi orecchie proprio nella stagione in cui lo scudetto pare sostanzialmente ormai ipotecato e dunque non  passibile di “rischi” qualora fosse proseguito il cammino europeo.

Ma c’era il Bodo.

Verosimilmente la più inaspettata e atipica compagine d’Europa, non già per gli scalpi già acquisiti della stessa Inter in occasione della gara d’andata, del City di Pep sempre in terra estrema di Norvegia e del “Cholo” Simeone in quel di Madrid, or dunque a domicilio, or dunque già avendo violato un teatro numericamente ed atmosfericamente enorme rispetto al terreno di gioco di autoctona collocazione.

Il Bodo è squadra nel vero senso della parola, nell’accezione incredibilmente più banale e in quella sorprendentemente più significativa.

Rivestita di quella sensazione che sembra dispensare ordinaria normalità nella strutturazione ed esecuzione dei principi tattici e contemporaneamente quasi disinvolta magnificenza nella manovra quando occorre.

Alla stregua di una “big”, giunta a Milano con un vantaggio da amministrare, controllando partita e avversario e addirittura sancendo il vantaggio (addirittura doppio) quasi a scegliere di decretare in un preciso momento la chiusura di ogni velleità.

Con l’Inter che sembra aver inconsciamente avallato questo dipinto descrittivo risultando oltremodo timida, quasi trasparisse dall’inizio la sensazione, dal canto suo, di una gara che anziché dover essere aggredita da giocatori e spalti sembrava scritto dovesse scivolare verso altrui territori.

Il Bodo, indossate leggerezza e tranquillità non meramente figlie del risultato maturato in prossimità dei gelidi e domestici lidi, non già ulteriormente meramente figlie del non aver “nulla da perdere” ma derivanti dalla consapevolezza delle proprie capacità, occupa il mitico “Meazza” alla perfezione: all’unisono si corre, ci si muove, si scivola, si scala, si prendono uomini e si fanno scelte.

Tutto alla perfezione.

Occupazione degli spazi, tempi di gioco, trasmissione e circolazione, pulizia tecnica, movimenti dei reparti, scivolamenti difensivi, zone da schermare.

Quindi, mentre il Bodo è meritatamente agli ottavi,il calcio italiano rischia seriamente di non avere nessuna rappresentante alla fase successiva della competizione.

Competere economicamente e dunque poi tecnicamente è difficile? Rispetto alle favorite, indubbiamente.

Ma l’Inter volto attuale del movimento benché reduce da una sola partita impegnativa vinta in Champions, contro il Dortmund, e con cinque sconfitte in dieci gare disputate) e la Juve di Istanbul sembrano suggerire riflessioni più profonde: senza ritornare sulle motivazioni principalmente dibattute, è doveroso citare alcuni dati allarmanti.

L’Osservatorio sul calcio del CIES ha pubblicato i dati relativi alla media dei metri percorsi in “sprint” (un’azione di almeno 0,7 secondi svolta a una velocità superiore ai 25 km/h) nei principali campionati europei.

I risultati confermano ciò che l’immediatezza visiva suggerisce: la Premier League è il campionato con le richieste atletiche più elevate, almeno per questo specifico parametro (199.6 metri).

La Serie A non rientra tra i primi dieci campionati europei per metri percorsi in sprint.

Si corre poco e, altresì, la palla viaggia lenta.

La trasmissione lenta consente a livello domestico di avere più tempo per occupare gli spazi in riposizionamento o semplicemente quasi annullare la possibilità di sguarnire e concedere.

Il livello tattico è altissimo, ma in Europa, questa disponibilità di tempo, semplicemente non c’è.

In Italia la palla viaggia alla media di 7,6 metri al secondo.

In Champions League si sale a 10,4.

In Serie A si gestisce con poche accelerazioni.

In tutta Europa le giocate che aggrediscono e determinano marcature nella trequarti avversaria sono al di sopra dei 9 metri al secondo.

Or dunque, a livello di risposta agli stimoli, i giocatori che militano nel nostro campionato imparano ad essere meno reattivi ad alti livelli.

Dopo averci umiliato a livello di selezione nazionale, il calcio norvegese sembra aver nuovamente passeggiato su quello italiano.

Non è più un discorso che riguarda quindi solo il confronto con l’élite.

Nel resto del continente si gioca un calcio più aperto, propositivo, veloce, più rapido nella circolazione, nella trasmissione e nel gesto atletico.

Dalle nostre parti viene ancora osannato chi, per vincere, specula.

Tranne poi perdere quando affronta chi specula più di lui.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

11 risposte

  1. Considerazioni giustissime. Complimenti per l’esaustività e la capacità di smantellare tutti i luoghi comuni. La verità è che il goal che teneva in piedi le minime speranze di rimonta dell’Inter, sarebbe stato da annullare; per regolamento e non per interpretazioni varie e soggettive. Immaginiamo se fosse stato segnato uno dei tre goal dei norvegesi in quello stesso, identico modo. Non si sarebbe parlato d’altro; anche alla luce delle parole di Barella, che ieri si è lagnato ancora per il rigore concesso al Liverpool o sentite le parole di Caressa in telecronaca, che continuava a vedere falli di mano:”nettissimi; al 100%” solo nella sua testa. Ma tutto questo servirà a farci ammettere che il campionato italiano esprime mediocrità? Giammai! Altrimenti come si farebbe a continuare a sproloquiare sulla grandezza e l’eccellenza di Coverciano? Purtroppo il nostro movimento è morto e sepolto e nessuno vuole ammetterlo. Perché si è troppo attaccati alle poltrone. Ancora complimenti ed un abbraccio

    1. Piergiorgio, la ringrazio. Al nostro movimento piace far finta, come ribadito direi scandalosamente su alcune testate nazionali stamane, che la soluzione sia tornare nientepocodimenoche al catenaccio, come se le distanze che ci separano numericamente, atleticamente e a livello di intensità di gioco dal resto d’Europa non siano per l’appunto figlie di un torneo che assopisce i ritmi, che pensa al blocco basso monolitico come garanzia primaria al fin di allontanare la paura di confrontarsi non direzionandosi dunque non solo verso la modernità e la bellezza ma inevitabilmente verso la doverosa necessità di praticare lo stesso sport che viene sciorinato ormai ovunque. Fino a quando le scelte saranno orientate solo a togliere campo, a continuare ad attualizzare risorse antiche e inequivocabilmente anacronistiche come principali soluzioni per affrontare gli avversari, PSV, Feyenoord, Brugge e Bodo avranno vita facile contro addirittura le nostre squadre migliori. Se non si gioca a livello autoctono a viso aperto, le velocità dei protagonisti e del pallone, della partita, saranno sempre sommesse, il nostro calcio continuerà ad essere più statico degli altri e meno educato proprio a livello cerebrale a ciò che ci aspetta ogni volta che ci confrontiamo.

  2. “Quindi, mentre il Bodo è meritatamente agli ottavi,il calcio italiano rischia seriamente di non avere nessuna rappresentante alla fase successiva della competizione.” Riflettevo su questo.
    Riflettevo sul fatto che l’Inter, prima in Italia, esca con una squadra inferiore dal punto di vista tecnico.
    Lo è davvero?
    I numeri che hai messo in risalto mostrano che effettivamente siamo indietro, non tanto dal punto di vista tecnico, quanto fisico e atletico…
    Complimenti per il pezzo, Andrea!

    1. Grazie Vincenzo…beh, alcune cose paiono inequivocabili e restano veritiere a prescindere dal fatto che ci si qualifichi o meno… è stata onestamente quasi disarmante la sensazione di padronanza complessiva con cui il Bodo ha affrontato le due partite… C’è anche da sottolineare il fatto che se da un lato è vero che i norvegesi erano reduci dalle vittorie contro City e Atleti, dall’altro hanno evitato di essere eliminati proprio nell’ultimo incontro del maxi girone… quindi è vero che alcune sorprese possono sempre capitare (l’Inter del Trap non uscì al primo turno nella stagione 89-90 contro il Malmoe perché era inferiore) ma resta la sensazione di un declino valoriale rispetto a ciò che noi supponiamo relativamente al nostro movimento.

  3. Pur approvando nel complesso l’articolo, mi lascia perplesso l’allocuzione ” pulizia tecnica ” , che fa il paio con ” tecnica pura “.
    Spiego il perché?
    Secondo me, non ci sono affermazioni più astratte, insignificanti , e aggiungerei più pericolose di queste.
    A prima vista può sembrare una dichiarazione di buon senso.
    In realtà, è un’affermazione profondamente astratta, pedagogicamente fragile e, in molti casi, persino pericolosa.
    È astratta perché non specifica cosa si intenda per tecnica. La tecnica nel calcio non è mai un gesto isolato, non è una forma ideale da riprodurre nel vuoto. Il controllo, il passaggio, il tiro, il dribbling non esistono come entità pure: esistono sempre dentro una situazione, sotto pressione, in relazione a compagni, avversari, spazio e tempo.
    Parlare di “tecnica pura” significa separare artificialmente il gesto dalla sua funzione, il movimento dal suo significato.
    È un’affermazione insignificante perché non orienta realmente l’azione dell’allenatore.
    Tutti desiderano giocatori tecnicamente competenti, ma la questione decisiva non è se insegnare la tecnica, bensì come e dentro quale contesto essa si sviluppa.
    Ripetere gesti in modo analitico, fuori dalla realtà del gioco, produce solo abilità meccaniche che non si trasferiscono alla partita.
    Il giovane giocatore può eseguire correttamente un esercizio, ma non riuscire a riconoscere quando e perché utilizzare quel gesto.
    Diventa infine pericolosa quando orienta la didattica verso la frammentazione precoce.
    Allenamenti centrati esclusivamente sulla ripetizione tecnica isolata rischiano di impoverire la percezione, la capacità decisionale e la comprensione del gioco.
    Il bambino non deve imparaimparare semplicemente a colpire una palla, ma: imparare a leggere situazioni, a coordinarsi con gli altri, a prendere decisioni in tempi ridotti, a gestire l’incertezza.
    Separare la tecnica da queste dimensioni significa ostacolare lo sviluppo integrato del giocatore.
    La tecnica, nei settori giovanili, non dovrebbe essere considerata un oggetto da trasmettere, ma una competenza che emerge dall’interazione continua tra percezione, decisione e azione.
    Il gesto tecnico acquista qualità quando è immerso in un contesto significativo, quando risponde a un problema reale di gioco, quando è carico di intenzionalità.
    In questa prospettiva, l’allenamento non elimina la tecnica, ma la restituisce alla sua natura autentica: non forma vuota, bensì risposta situata.
    Il controllo orientato nasce dalla necessità di proteggere palla; il passaggio preciso nasce dalla lettura di una linea di gioco; il dribbling efficace nasce dalla percezione di uno squilibrio dell’avversario.
    Insegnare tecnica senza gioco significa costruire competenze fragili.
    Insegnare tecnica dentro il gioco significa sviluppare giocatori intelligenti, adattivi e creativi.
    La vera domanda, dunque, non è se insegnare la tecnica, ma se siamo disposti a riconoscere che la tecnica vive solo dentro la complessità viva del gioco.

    1. Raffaele, tutto giusto, ma mi consenta:per indicare il fatto di aver eseguito bene ciò che andava fatto nei diversi momenti e nelle diverse situazioni ( appunto la complessità del gioco) , pulizia tecnica è inteso ad indicare che ciò che andava fatto di volta in volta bene è stato fatto bene. Sottintendendo i contesti che lei elenca. Ma all’interno di un articolo, mi perdoni, ogni epiteto o locuzione è usato per indicare ciò che deve essere narrato. Da nessuna parte e in nessun modo usare “pulizia tecnica” annulla il senso del concetto di “tecnica” su cui lei si sofferma. È un po’ come dire che non si può usare “grande parata” perché la parata rientra anch’essa in una complessità individuale, collettiva, situazionale,di gioco, atletica, di posizione,di lettura, di intuito, di collocazione rispetto alla porta e al pallone…sú, di che stiamo parlando? Grazie.

  4. Buongiorno Andrea, trovo l’articolo ben scritto ed interessante.
    Anche i commenti successivi sono validi.
    Quello però, su cui mi vorrei concentrare è il fatto che l’Internazionale è uscita in maniera così misera: pur avendo diverse occasioni, mi è parsa una squadra in difficoltà, soprattutto analizzando entrambe le gare disputate.
    La qualificazione del Bodoe Glim è strameritata perché è stata superiore e trovo discutibile il commento di Chivu, seppur persona molto più esperta di me.
    Qualche settimana fa, Allegri era perplesso sul fatto che il Milan era rimasto fermo diversi giorni: qui, Chivu dice l’esatto contrario.
    Il calcio norvegese, molto semplicemente, non ha nulla da invidiare a quello italiano: i calciatori norvegesi, non sono inferiori ai nostri ed i giocatori stranieri che giocano in Italia, hanno dimostrato ampiamente che non sono superiori ai giocatori norvegesi, perché i giocatori stranieri che arrivano in Italia, o sono seconde scelte, oppure arrivano a 35/40 anni e, se permettete, non è la stessa cosa degli anni ‘80/’90.
    Per non parlare degli allenatori, che spiace dirlo, ma non sono così abili, rispetto a chi allena all’estero.
    La nazionale norvegese, ci ha fatto 7 gol in due partite, soltanto perché ha deciso di non giocare il primo tempo di San Siro, altrimenti l’umiliazione sarebbe stata ancora più cocente e lo stadio per parte del secondo tempo, si sarebbe “leggermente svuotato”.
    I ragazzi oggi, in Italia, non sono così sportivi: non lo dico io, lo dice la società stessa, con aumenti di giovani in sovrappeso, utilizzo eccessivo di social, poca pratica di sport e soprattutto mancanza di gioco libero.
    Io porto sempre un esempio personale: quando ero ragazzo, a Milano si giocava a pallone in mezzo alla strada; parlo degli anni ’70 e, quando non si giocava in strada, si giocava sempre a calcio sul marciapiede.
    E’ stata una “scuola” fantastica, dove non era l’allenatore di calcio ad insegnarti il gesto tecnico e la sua “contestualizzazione”, bensì l’istinto in base alle situazioni di gioco.
    I giocatori meno tecnici, magari correvano di più, ma tutti avevamo un fisico adatto a fare sport: magari si era bassi (come me), ma allo stesso tempo, tirare di destro o di sinistro non aveva alcuna differenza.
    C’era sicuramente, la preferenza, ma nel complesso ce la si cavava egregiamente.
    Poi i ragazzi fanno lo sport “comandato” ma non sviluppano gioco libero.
    Noi, oltre al calcio, che occupava buona parte del tempo libero (e non), facevamo altro: gare di velocità, di equilibrio, “Mondo”, giusto per citare qualcosa.
    Quando ero bambino, c’era un ragazzo che aveva i cuginetti della mia età, che organizzava i “giochi senza frontiere”, che facevamo in strada: ovviamente non erano quelli della televisione, ma una serie di prove di varie abilità.
    Magari nelle società giovanili professionistiche non accade, ma in quelle più povere, trovi ragazzi che non sanno calciare il pallone col piede debole ed allora l’allenamento deve andare a “recuperare un pezzo” che, inevitabilmente, porta via tempo ad altri elementi da sviluppare ed allenare.
    Non dimentichiamoci poi, del “caso Bagni”, trattato anche su questa piattaforma.
    Ecco, io credo di aver fatto un bel “minestrone”, però Chivu non può attaccarsi a scuse: ha perso ed è uscito, non perché i norvegesi erano più riposati (non dimentichiamoci che qualche mese fa hanno battuto altre due squadre di blasone e che alla Roma qualche tempo fa, hanno rifilato 6 gol), ma perché, indipendentemente da tutto, si sono mostrati superiori.
    E’ difficile da accettare, quando si è abituati ad essere i primi della classe a casa propria, ma si è grandi soltanto se si sanno riconoscere nella totalità, i meriti altrui.

    1. Caro Gian Paolo, l’Inter ha un problema evidente che non può elevare i nerazzurri a compagine superiore rispetto a ciò che si è visto negli ultimi anni,conditi più da mancati successi che da trionfi ( considerando lo status di favorita in Italia da almeno cinque stagioni): non vince gli scontri diretti (solo per gli almanacchi quello sulla Juve di due settimane fa) e, quale suggello, cade anche al cospetto di Liverpool, Arsenal e Atletico Madrid. Col Bodo altre due sconfitte. In questa stagione ha perso 5 delle 10 partite disputate in Champions, non ha raggiunto la finale di Supercoppa italiana e verosimilmente vincerà il tricolore grazie al percorso netto con le medio-piccole. In sostanza la sensazione è che l’Inter sembra avvertire di sé stessa ciò che la finale storicamente disastrosa dello scorso anno ha lasciato in eredità: la consapevolezza di essere stati meno forti rispetto alla narrazione. In quello che avrebbe dovuto essere il “ciclo Inter”, il Napoli ha vinto due scudetti (e una supercoppa), il Milan uno scudetto come i nerazzurri. Fino alla finale dello scorso anno si faceva leva sull’avere eliminato Bayern e Barcellona:vero, ma i blaugrana hanno depauperato nei minuti di recupero il vantaggio ottenuto al novantesimo solo per non tradire neanche per pochi giri di lancette la propria filosofia, mantenendo la linea difensiva all’altezza del centrocampo; il Bayern ha affrontato le due gare pieno zeppo di infortuni. Non aver guardato a quelle eliminatorie con la giusta prospettiva (con altresì contemporanee prestazioni non all’altezza in campionato in quel momento, le consiglio a proposito di leggere il mio pezzo dell’epoca rivelatosi totalmente profetico dal titolo “L’Inter è una narrazione surreale”, scritto quando il resto del mondo parlava di altissime probabilità di triplete) ha comportato la disfatta nell’atto conclusivo, le cui scorie sono state evidenti quest’ anno nell’espressione preliminarmente titubante dei nerazzurri al cospetto di squadre forti. L’Inter ha secondo me in sostanza “custodito” lo shock della finale nell’approccio agli incontri importanti. Senza consapevolezza di sé e spavalderia anche il Bodo ha avuto la meglio quasi senza sforzi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *