Pierangelo Belli non c’è più. La notizia della sua morte riporta alla mente una carriera calcistica tormentata e ostinata, ma anche un ricordo personale: un pomeriggio di anni fa, seduti su una panchina del Parco Trotter, a Milano, quando lo intervistai insieme all’amico Mauro Raimondi. Parlava piano, senza pose, con quello sguardo di chi ha fatto pace con il proprio passato, ma non lo ha mai dimenticato.

Tanto tempo era già passato anche allora da quella primavera del 1967 in cui Pierangelo, appena ventiduenne, era diventato titolare nel Milan, soffiando il posto a Barluzzi e Mantovani. Aveva davanti a sé un futuro che sembrava luminoso e alle spalle una formazione solidissima: gli oratori, le giovanili rossonere, una vera scuola di calcio. Il suo maestro era stato Giorgio Ghezzi, campione d’Europa, che gli aveva insegnato una lezione rimasta impressa per sempre: ogni parata doveva diventare spettacolo. «Fai un passo indietro e poi tuffati. Tuffati sempre. E soprattutto in casa, davanti ai tuoi tifosi».
L’arrivo di Cudicini al Milan
Belli imparò bene. Tanto che alla prima stagione da titolare arrivò subito una Coppa Italia. Sembrava l’inizio di un bel romanzo sportivo. Invece, nell’estate del 1967, l’arrivo di Nereo Rocco cambiò tutto. Il Paròn portò con sé Fabio Cudicini, portiere esperto, triestino come lui. In teoria una chioccia, in pratica un rivale vero. E infatti fu il “Lungo” a partire titolare.
Pierangelo seppe aspettare. Un infortunio di Cudicini gli restituì la maglia nera con i bordini rossi e lui resistette per tutto il girone d’andata, convivendo con la pressione e con quell’ombra ingombrante alle spalle. Finché arrivò la giornata storta, inevitabile per un portiere giovane. Successe a Varese: sconfitta per 2-1, Milan imbattuto fino ad allora. Negli spogliatoi i senatori gli addossarono la colpa. Lui, sentendosi innocente, rispose. Ma non servì: dalla partita successiva la commissione interna impose Cudicini. Il resto è storia: Glasgow, Manchester, la Coppa dei Campioni del 1969. Da quasi pensionato a leggenda. La vita, a volte, gira così.
Per Pierangelo Belli, invece, iniziarono le panchine. Tante. E una carriera vissuta male, perché non era fatto per essere una riserva di professione. Era uno di quei numeri dodici che ci credono davvero. Che soffrono. Che ogni anno si chiedono se andarsene o resistere. Allenamenti duri, poche apparizioni, solo quando il vecio Cudicini dava forfait. Come nel 1971, quando giocò le ultime sei partite di un campionato perso all’ultimo respiro per il sorpasso dell’Inter, prima della beffa finale ai rigori in Coppa Italia contro il Torino.
La luce sembrò tornare nel 1972, quando Cudicini appese le scarpe al chiodo. Belli aveva ventotto anni, era maturo, pronto. Nell’estate del 1972, sotto gli ombrelloni, la “Gazzetta dello Sport” lo dava titolare. Finalmente. Ma Rocco non cambiò metodo: alternanza, tensione, giochi psicologici. E alla fine la scelta ricadde ancora su un altro, Vecchi.

Il destino, i rimpianti
Il destino, però, una volta ancora, gli restituì un’occasione. L’infortunio del rivale durante un durissimo Milan-Juve gli aprì la strada. Pierangelo riprese la maglia numero uno e la tenne fino al derby di ritorno, vinto 2-0. Lo scudetto sembrava a un passo. Vincere da titolare, dopo una vita da riserva, sarebbe stato il coronamento di tutto.
Ma il conto arrivò presto. Il 22 aprile, all’Olimpico contro la Lazio. Al Parco Trotter, mentre me lo raccontava, abbassò lo sguardo: «Quando sapemmo che avrebbe arbitrato Lo Bello ci scoraggiammo. Entrammo in campo tesi. Quando Chinaglia tirò la punizione pensai di bloccarla a mani aperte, per dare sicurezza alla squadra. Sbagliai». La palla gli piegò la mano, gli fratturò un tendine, finì lentamente in rete. Insieme alla sua carriera.
Poi Verona. L’ultima ferita. Venduto proprio lì, dopo anni in rossonero. «Nessuno dei miei ex compagni mi chiamò mai. L’unico fu Facchetti». Ci rimase male. Poco dopo smise di giocare. Allenò i ragazzi, i portieri, poi uscì dal giro.
«Nonostante tutto», disse quel pomeriggio al Trotter, «sono stati anni intensi. Pieni di ricordi. E non rimpiango nulla».
Oggi che Pierangelo Belli non c’è più, quelle parole suonano come un epitaffio sobrio e dignitoso. Da portiere che ci ha creduto sempre. Fino in fondo.

BIO: Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno” e nel 2021 ha ricevuto il Premio letterario “Franco Loi”. Ha pubblicato molti libri sulla storia del Milan, è vicepresidente di Apa Milan, l’Associazione dei piccoli azionisti del club, ed è stato tra i fondatori di Radio Rossonera. Il suo sito è www.davideg.it










4 risposte
Buonasera Davide, ho letto questa triste testimonianza, come triste la scomparsa di Belli.
Non ricordo Belli come giocatore, se non per aver “studiato ” la storia del Milan.
Sapevo che Belli doveva essere il portiere titolare poi, Cudicini (grandissimo calciatore), lo superò nelle gerarchie.
Certo è che i compagni si comportarono male, ma questo lo scopro oggi, leggendo l’articolo.
Un vero peccato.
Una vera tristezza, come lo sguardo di Pierangelo Belli.
Continuo il mio racconto, lo ricordo in oratorio dove ha iniziato la sua carriera sportiva, ma in particolare per quando faceva il chierichetto, era diventato il capo dei chierichetti, era quello sempre davanti che portava la croce, era amico di tutti. Purtroppo la sua carriera inizialmente è stata brillante ma poi è stata abbastanza sfortunata, ho perso un caro ricordo, ciao Pierangelo
Continuo il mio racconto, lo ricordo in oratorio dove ha iniziato la sua carriera sportiva, ma in particolare per quando faceva il chierichetto, era diventato il capo dei chierichetti, era quello sempre davanti che portava la croce, era amico di tutti. Purtroppo la sua carriera inizialmente è stata brillante ma poi è stata abbastanza sfortunata, ho perso un caro ricordo, ciao Pierangelo
Grazie, Davide, per questa toccante intervista! Non dimenticherò mai la radiocronaca di quel Lazio-Milan e, in particolare, la mia rabbia quando Ameri descrisse quella maledetta punizione che s’infilò alle spalle del povero Belli! Quelli della mia generazione saranno sempre grati a lui e agli altri protagonisti di quel Milan indipendentemente dai risultati raccolti. Che la terra sia lievee, carissimo Pierangelo!