NON SOFFOCHIAMO IL TALENTO

Il talento non si trasmette: va messo nelle condizioni di emergere.

Nel calcio giovanile si parla spesso di talento. Lo si cerca presto, lo si riconosce in fretta, lo si etichetta ancora prima che abbia il tempo di svilupparsi. Spesso, però, nel tentativo di insegnarlo, il talento viene soffocato.

Il talento non si trasmette. Non passa dall’allenatore al bambino come un contenuto da spiegare o un gesto da copiare. Insegnare una finta, un controllo orientato o una conclusione significa fornire strumenti tecnici, fondamentali ma non sufficienti. Il talento non nasce dall’esecuzione corretta di un gesto, ma dall’uso che un bambino riesce a farne quando si trova dentro una situazione reale di gioco.

Il calcio è un ambiente instabile, in continuo cambiamento. Ogni azione presenta un problema da risolvere: un avversario che arriva, uno spazio che si apre e poi si chiude, un compagno da coinvolgere o una scelta individuale da assumersi. È in questi momenti che il talento emerge, come risposta personale e creativa alle richieste del gioco.

Il ruolo dell’allenatore, quindi, non è quello di “creare” talento, ma di costruire le condizioni affinché possa manifestarsi. Dare competenze è necessario, ma non basta. L’allenatore dovrebbe offrire possibilità, mostrare soluzioni senza trasformarle in obblighi, indicare strade senza imporne una sola. Perché quando la soluzione è unica e prescritta, il talento smette di cercare.

All’interno di un contesto ricco e aperto, ogni bambino userà il proprio talento in modo diverso. C’è chi cercherà la giocata individuale e chi quella collaborativa, chi risolverà nello stretto e chi dalla distanza, chi agirà da solo e chi avrà bisogno dei compagni. Tutte risposte legittime allo stesso problema.

Il talento, nel calcio giovanile, non è fare sempre la scelta giusta. È avere la possibilità di scegliere. È poter sbagliare, adattarsi, riprovare. È imparare attraverso l’esperienza, non attraverso l’obbedienza.

Per questo il settore giovanile dovrebbe essere, prima di tutto, un ambiente che non soffoca il talento nel tentativo di insegnarlo. Un ambiente che propone problemi prima di fornire risposte, che accompagna il processo invece di controllarlo.

Perchè, lo ribadisco: il talento non va trasmesso dall’esterno, va messo nelle condizioni di emergere!

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.

2 risposte

  1. Articolo totalmente condiviso, il talento in generale è la capacità di fare, in uno spettro di opzioni implicite dettate dalla propria personalità, la scelta migliore in un frangente di secondo.

    In tal senso, estrapolo dal tuo intervento queste due frasi estremamente esplicative.
    “È in questi momenti che il talento emerge, come risposta personale e creativa alle richieste del gioco.

    Il ruolo dell’allenatore, quindi, non è quello di “creare” talento, ma di costruire le condizioni affinché possa manifestarsi. Dare competenze è necessario, ma non basta.”

    Certo, come tu dici, l’allenatore può migliorare o insegnare alcuni gesti tecnici, arricchendo il bagaglio tecnico del ragazzo, ma la scelta istintiva o ragionata del “che fare” è del calciatore, adulto o bambino che esso sia.

  2. Complimenti. Vivo nel rugby di base le stesse esigenze. Condividere con gli educatori certi principi è determinante in un momento in cui le esigenze delle nuove generazioni sono cambiate rispetto al passato

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