10, NON PIÙ -2-

È l’estate del 1983.

L’Udinese del presidente Mazza (a capo del gruppo industriale Zanussi, altresì sponsor di maglia) e del direttore generale Dal Cin, si rende protagonista di un colpo in sé  già sensazionale ed esponenzialmente tale per una compagine di provincia, sino a quel momento priva di velleità alcuna.

Zico, fra le migliori espressioni del football carioca di ogni epoca ( per alcuni fra i cinque più forti giocatori brasiliani di sempre), fantasista del Flamengo ( società in cui militò ininterrottamente dal 1971 al 1989, eccezion fatta per la narrata parentesi friulana), viene acquistato per sei miliardi di euro.

Ma la cifra, da parte della Federcalcio, suscita perplessità:i dubbi riguardano la presunta possibilità, da parte dell’Udinese, di avere le capacità economiche destinate a coprire l’operazione finanziaria.

Caso.

Caos.

FIGC, Parlamento, sindacati, rivolta popolare.

“O Zico o Austria” il grido della piazza, volto a minacciare una simbolica secessione dal resto d’Italia.

Il sindacato CGIL criticò duramente l’acquisto, avvenuto in un periodo in cui la Zanussi, importante azienda locale, metteva in cassa integrazione migliaia di operai.

L’accusa era di spendere cifre folli per un calciatore mentre la regione affrontava una profonda crisi industriale.

La questione arrivò fino in Parlamento e coinvolse il governo, con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, appassionato di calcio, auspicò la buona riuscita dell’affare.

Superate le battaglie burocratiche e finanziarie, Zico arrivò a Udine, realizzando 19 reti nel primo campionato.

Fra le più pure espressioni qualitative del calcio planetario di ogni epoca, “o galinho”, detto anche “Pelé bianco”, fu la personificazione, alla stregua di Michel Platini, dello straordinario e raro connubio fra la squisitezza in fase di impostazione (propria di una genialità logistica e di una  lettura creativa di rango superiore) all’interno della zona nevralgica del terreno di gioco, ed una produzione offensiva incredibilmente riconducibile ad una prolificità abitualmente appartenente ad un centravanti di ruolo.

Pennellate artistiche, sublimi, le sue punizioni, esplicando le quali dipingeva parabole e traiettorie il più delle volte imprendibili dinanzi a cui genuino era il sentimento d’ammirazione suprema.

Solo un biennio, quello di Udine.

All’interno del lustro in cui Michel dominò il calcio italiano.

In quegli straordinari anni ottanta che consacrano la “Vecchia Signora” a compagine più importante del continente nel primo lustro del suddetto decennio, Michel vince tutto, riuscendo altresì ad incastonare, fra i successi in bianconero, l’ulteriore gemma dell’Europeo con la Francia.

Da capocannoniere.

Benché regista, trequartista, centrocampista offensivo.

Titolo individuale che conquista per ben tre volte, consecutivamente, anche con la Juve, a sublimare supremazia e trionfi di squadra, sino ad issare i vessilli sabaudi sul tetto del mondo dopo aver reso l’erba di Tokyo scenario della più elegante protesta di cui un giocatore si sia reso protagonista, successivamente alla cancellazione ai posteri di un’opera d’arte resa vana.

In soggiorno, tre palloni d’oro.

Altezzoso.

Sontuoso e raffinato, come il suo erede.

Baggio.

Seppur già inesorabilmente depotenziato dagli interventi subìti ancor prima di iniziare a giocare ( Guardiola lo definirà il migliore nonostante “non avesse le ginocchia”).

Roby, in una Juve lontana dai valori assoluti del leggendario Milan di fine anni ottanta ed inizio anni novanta, seppe in ogni caso distinguersi per ciò che inevitabilmente ed oggettivamente era: il miglior giocatore del globo e fra le più auliche espressioni della storia, emblema identitario dell’iconografia del numero dieci per purezza stilistica, tecnica sublime, raffinatezza, eleganza, capacità balistiche, giocate sopraffine.

A mio modo di vedere l’apice del connubio fra uomo e pallone al pari di pochi e dietro l’inarrivabile Diego.

Al pallone d’oro del 1993 avrebbe dovuto quanto meno aggiungersi quello dell’anno seguente: il rigore di Pasadena contro il Brasile precluse al “divin codino” la conquista del secondo riconoscimento personale più importante a livello individuale.

Il miglior giocatore italiano di sempre.

Al di là della statura impareggiabilmente titanica dei Maldini e dei Buffon, Roby è stato “il” calciatore.

Tutto ciò che la semantica, l’estetica,  la scienza, l’arte, la letteratura, l’impatto filosofico e il romanticismo di questo sport racchiudono.

Tutto ciò che appartiene intrinsecamente all’ideale configurazione dell’espressione per eccellenza.

Roby è per antonomasia il 10 che fu.

Il 10 leggendario.

Il 10 che crea il calcio che a sua volta per sublimare sé stesso lo ha creato.

Alla stregua di come l’universo ha dato origine alla vita per osservare sé stesso e darsi un senso.

Per creare l’osservatore e l’esploratore, la domanda da scagliare nel cosmo.

Baggio è il sussurro del calcio che si è chiesto chi fosse.

È il 10. Il calcio. Che non è più.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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