Fabio Cannavaro, Ciro Ferrara, Antonio Juliano, Nando De Napoli, Giuseppe Bruscolotti, Fabio Quagliarella, Antonio Di Natale, Vincenzo Montella, Enzo Maresca. Basta scorrere questi nomi per rendersi conto di quanto la Campania, per decenni, abbia alimentato il nostro calcio come poche altre regioni. Sembrava quasi una miniera inesauribile, dove il pallone era un fatto sociale prima ancora che sportivo.
Oggi, tra gli ancora in attività, restano Ciro Immobile e Lorenzo Insigne, due calciatori che hanno già imboccato il viale del tramonto, e Gianluigi Donnarumma, l’unico che continua a rappresentare l’eccellenza assoluta nel ruolo. Il resto dell’elenco si sfuma come certi ricordi che il tempo scolorisce. Per onestà intellettuale è giusto fare dei distinguo. Honest Ahanor, terzino dell’Atalanta, è campano solo sulla carta d’identità: la sua crescita calcistica è avvenuta in Liguria. Storia simile per i fratelli Esposito, cresciuti a Brescia. Diverso, invece, il discorso per Donnarumma: nato a Castellammare, formato nella stessa scuola calcio dove passarono gli Esposito, ma rimasto lì fino ai 14 anni, prima di farsi gigante – letteralmente – nel vivaio del Milan. Gigio è un prodotto autentico del calcio campano.
La Campania paga la crisi generale del calcio italiano. Una volta produceva, quasi in contemporanea, talenti come Ferrara e Cannavaro, uno con la Coppa dei Campioni in bacheca, l’altro con un Mondiale e un Pallone d’Oro. Oggi, tolto Donnarumma, gli unici ad aver davvero inciso a livello internazionale sono stati Insigne e Immobile. Due ragazzi che devono molto alla mano di Zdenek Zeman, l’uomo che li prese a Pescara e li trasformò in giocatori veri, convinti dei propri mezzi. Poi l’Europeo del 2021, l’apice di una carriera che ora volge verso il crepuscolo.
In Serie A i campani non mancano, ma quasi tutti giocano a fari spenti: Mazzocchi e Vergara nel Napoli, Gaetano al Cagliari, Mandragora, Terracciano e Parisi alla Fiorentina, Pezzella a Udine. Gli unici barlumi li offre proprio Antonio Vergara, talento rifinito dal dolore di un grave infortunio e oggi in ripresa: forse l’unico, tra i giovani, che può aspirare a una chiamata della Nazionale nel post Mondiale, ammesso che gli Azzurri ci vadano.
Per il resto, il panorama è sconfortante: un orizzonte piatto, un deserto in cui non si intravedono figure capaci di imporsi stabilmente persino in una Serie A sempre più periferica rispetto al grande calcio europeo. Nessun campano è titolare in una squadra della parte sinistra della classifica. E il fatto che il miglior portiere al mondo sia nato e cresciuto tra Napoli e Castellammare non cambia il quadro complessivo. È un’eccezione, non la regola.
Il problema, insomma, non è un singolo talento, ma l’ecosistema che non riesce più a produrlo. E per capirlo bisogna scavare nelle radici. In Campania, una volta, il calcio non si imparava in un centro sportivo con la moquette d’erba sintetica. Si imparava per strada. E so bene che questa immagine, oggi, è spesso usata con un sorriso di compatimento, quasi fosse una nostalgica sciocchezza buona per chi non si è accorto che il mondo è cambiato. Ma la verità, una verità che riconosco da chi quelle strade le ha calcate davvero, con le buche e le pietre, è che quel tipo di calcio formava. Eccome se formava.
Di Natale e Montella non provengono certo dalla perfezione geometrica dei campi di ultima generazione: vengono dal cemento, dai vicoli, dai palloni sgonfi, dagli zaini usati come pali, dai litigi eterni su chi dovesse ricominciare la partita dopo un fallo netto solo per chi lo subiva. Era un calcio imperfetto, ma proprio per questo allenava l’istinto, l’inventiva, la fame.
Oggi molti di quei luoghi non esistono più. In tante zone della Campania, e lo dico per esperienza diretta, i campetti sono stati inghiottiti dalla modernità peggiore: depositi, parcheggi, fabbriche senza anima. Alcuni sono stati cancellati, altri abbandonati come relitti di un’epoca che non interessa più a nessuno. Gli spazi dove un ragazzo poteva giocare gratis sono diminuiti fino quasi a scomparire. E senza spazi liberi, il talento naturale non ha margine per germogliare.
A tutto questo si aggiunge una realtà che non riguarda solo la Campania, ma che qui si sente più forte: le squadre di Serie A puntano sempre meno sui calciatori italiani. È una tendenza in crescita da anni, e se persino regioni storicamente feconde come la Lombardia iniziano a soffrire, figuriamoci cosa accade in una terra con meno fondi, meno strutture, meno opportunità. Arrivare in alto è come scalare l’Everest. Le scuole calcio, poi, raramente sono la soluzione. Non per colpa degli istruttori, che spesso lavorano con dedizione, ma per un sistema che non funziona. Troppa didattica meccanica, poca attenzione al talento, troppa al fisico; troppi moduli da applicare, pochi occhi capaci di riconoscere un gesto tecnico naturale. Le scuole calcio dovrebbero educare, crescere, valorizzare. Invece, troppo spesso, sopravvivono come attività economiche, senza una filosofia vera, senza un progetto.
E infine c’è la questione demografica. La Campania soffre la stessa crisi di natalità del resto d’Italia, aggravata da problemi economici storici. Meno nascite significa meno bambini che giocano, meno ragazzi da scoprire. La povertà, poi, è una realtà che impone priorità diverse. Se mancano gli spazi liberi, e l’unico modo per giocare è iscriversi a una scuola calcio, allora il calcio diventa un lusso. E un lusso, in una delle regioni più povere d’Europa, non è per tutti. Così, lentamente, la fiamma del talento si affievolisce. Non perché sia scomparsa la passione, ma perché è cambiato tutto ciò che c’è intorno.
Il calcio campano ha ancora un cuore pulsante, fatto di persone, di cultura, di fame. Un cuore pulsante che però si scontra contro dei muri che diventano insormontabili. Se vogliamo rivedere Ferrara e Cannavaro, Montella e Di Natale, se vogliamo che un ragazzo nato a Napoli, Castellammare, Cava de’ Tirreni o ad Avellino possa sognare davvero, serve ricostruire l’ecosistema: restituire spazi gratuiti, riformare le scuole calcio, investire nella base, credere nei giovani prima che vi ci credano gli altri.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










4 risposte
Molto populistico come articolo; ha dimenticato di dire che tutti questi calciatori sono figli di un altro calcio e l’ultimo arrivato a grandi livelli è stato donnarumma che ha preso il volo nel lontano 2015, dopo lo zero assoluto: da quando scuole calcio come mariano keller, san nicola, promotion hanno chiuso i battenti il tutto è finito nelle mani del casarea a livello provinciale napoletano, risultato? Sviolinate a destra e sinistra, miglior scuola calcio uefa, calciatori prodotti ZERO.
E cosa avrei scritto di diverso? 🙂
Attenzione, la Mariano Keller ha chiuso i battenti una decina di anni fa, ma la moria di talenti campani è un fenomeno che affonda le radici più indietro nel tempo. E, come scritto nel pezzo, allargherei il campo, in quanto si fa riferimento alla Campania in sé e non esclusivamente all’ambito napoletano.
Ho conosciuto Tascone e Natale Mazzeo, che avevano creato due gran belle scuole calcio. Sono totalmente fuori dal giro dal 2002.
Sono stati uno dei cofondatori della Polisportiva San Giorgio a Cremano e tra fine anni ottanta ed inizia anni 90 abbiamo fatto 5 finalissime regionali Figc, con giovanissimi e allievi.
Hai dimenticato Borriello di San Giovanni a Tedduccio, che da quello che mi raccontava Mazzeo, lo aveva fatto vedere da Baresi. Natale non era un raccontaballe e quindi gli credo.
Se ne è già parlato in gran parte su questo blog di questo argomento, ovviamente rivolto al sistema Italia e non Campania.
Io penso, in aggiunta a quello che tu dici, che non è solo un problema di ragazzi, ma è anche un problema di sistema dei giovani.
Molti dei grandi calciatori napoletani, sono arrivati al grande calcio quando Corso era il responsabile del settore giovanile del Napoli. Ma fino a prima che fallisse, il Napoli aveva una buonissima struttura tecnica, non impiantistica ma calcistica.
Anche Avellino (quello di Sibilia), Salernitana, Benevento e Caserta, senza dimenticare il Sorrento gestito dal prof. Gigli, erano di un ottimo profilo.
Ma al di là del fatto organizzativo, i fenomeni sono essenzialmente due: a) l’assenza di liberi spazi in cui i ragazzi possono divertirsi a giocare a calcio senza doversi organizzare la partitella o iscriversi presso una scuola calcio; b) l’accresciuto benessere tra mia fanciullezza (anni 50) ed oggi, ha allargato la sfera di interesse dei ragazzi e, soprattutto, delle famiglie verso sport più “nobili” (soprattutto nei comportamenti); lo stesso CSI (l’organizzazione sportiva della chiesa) prima aveva un grandissimo numero di iscritti ora non so.
Dei miei tre nipoti maschi, il primo preferisce la musica allo sport, il secondo discreto nel calcio lo ha abbandonato per l’atteggiamento da divi di alcuni ragazzi e ora gioca a tennis. Il terzo ha meno di 5 anni e mi auguro faccia atletica leggera.
Purtroppo l’assente grave, nello sport italiano in generale, è la scuola.
Poi, i giovani (16-19 anni) vanno fatti giocare e non considerarli bambini.
Comunque le tue riflessioni sono da me condivise
Bello leggere le analisi sul calcio, quando l’unico interesse di chi scrive è la passione per il più bello sport al mondo.Credo anch’io che una riforma del mondo calcio debba partire dal basso.I Comuni spesso finanziano,con fondi pubblici, Società Sportive che fanno solo business a livello dilettantistico,spesso gestendo le società per puntellare i politici di turno, con la solita pratica del ‘do ut des’.Sperpero di denaro pubblico che se meglio gestito potrebbe permettere la gestione dell’attività sportiva agli Istituti scolastici.La crisi è nel Calcio ma tutta la gestione statale dello sport è colpevole.Scuola e Sport per estendere a tutti la possibilità di accedere alle discipline sportive,per migliorare e mantenere il proprio benessere fisico e mentale,dovrebbe essere l’unico obiettivo dei nostri governanti.Non è destra , centro o sinistra…sono tutti colpevoli di aver gestito i soldi dello sport,prodotti dalle nostre tasse,creando infrastrutture e baronie molto lontane dagli interessi dei cittadini.Sport Dilettante e Professionista deve essere separato nettamente, soprattutto nella distribuzione dei contributi pubblici.