Tra gli argomenti più discussi in ambito calcistico un posto di rilievo lo merita il dibattito sul “turnover”, ovvero l’opportunità che le squadre modifichino di volta in volta l’undici titolare del loro schieramento, onde evitare di usurare e/o stancare oltremodo i calciatori, preservandone lo stato di forma più a lungo possibile.
Come già notato per altri contesti, sono soprattutto ex allenatori, ex calciatori ed opinionisti di comprovata esperienza a mostrarsi contrari all’idea di ruotare (per quanto possibile) gli elementi di una squadra.
Ai nostri tempi non si faceva turnover:
Giocatori ed allenatori, non disdegnano, peraltro, di rifugiarsi nell’adagio secondo cui “ai nostri tempi si giocava in campionato e coppa senza problemi e non c’era necessità di turnover”.
Premesso che la circostanza secondo cui nel passato si sia agito in un determinato modo non certifica la bontà di quel modus operandi, è doveroso partire dal virgolettato per comprendere come all’evoluzione del football non sempre si accompagni un’evoluzione nella comunicazione.
I protagonisti di una volta, che fanno riferimento al loro giocare in campionato e coppa, eccedono nella banalizzazione di un concetto che necessita di un’analisi più approfondita.
Il ragionamento basato sull’esperienza di un tempo sconta il differente numero di impegni a cui sono chiamati i calciatori d’elite che, per il loro status, addizionano alle gare di campionato le manifestazioni internazionali di club e nazionali con queste che, di loro, propongono un numero sempre maggiore di partite.
Prendendo a parametro l’epoca in cui il Milan di Sacchi dominava il calcio europeo, è doveroso sottolineare come una squadra in grado di raggiungere la finale di Coppa Campioni fosse chiamata a giocare 43 partite tra campionato e coppa (oltre a qualche gara di Coppa Italia).
Lo scorso anno, i nazionali delle compagini di casa nostra impegnate nel mondiale per club avrebbero dovuto affrontare, in caso di approdo alla finale delle varie competizioni, dalle 72 alle 75 gare.
È evidente come l’esperienza di un tempo non possa valere per il football di oggi.
Affermare che nel passato non si avvertiva la necessità di turnover è vero purché si abbia l’accortezza di aggiungere che il numero di impegni era nettamente inferiore.
Atleti di 20-30 anni non hanno problemi a giocare ogni tre giorni;
Anche a prendere per veritiera quest’affermazione, smentita peraltro dai dati dell’Assocalciatori che dimostrano una maggior percentuale di problemi fisici per chi gioca oltre quattro partite di fila con impegno infrasettimanale, l’esigenza del turnover è talvolta suggerita dalle modalità gestionali in uso nei club.
Riuscire a coinvolgere un ampio numero di calciatori nell’effettivo “gruppo squadra” può rappresentare un vantaggio anche dal punto di vista tecnico.
Se è vero, come è vero, che rinunciare ad uno o più elementi importanti può risultare penalizzante per l’esito del singolo incontro, è pur vero che, qualora per settimane ci si affidi ad una formazione predefinita, nel momento in cui inevitabilmente si palesano squalifiche ed infortuni, può rivelarsi deleterio schierare componenti della rosa sino a quel momento inutilizzati.
In primis perché questi ultimi rischiano di scontare l’inattività delle settimane precedenti; in secundis perché potrebbero sentirsi trascurati o, peggio ancora, non facenti parte del gruppo e non essere stimolati a dare il massimo.
In terzo luogo, vien da chiedersi quale possa essere la tenuta degli stessi in considerazione del fatto che, giocando ogni tre giorni, coloro che non scendono in campo rischiano di passare intere giornate di inattività tra viaggi, rifiniture e il giorno della partita in cui stanno a guardare.
Prendiamo l’esempio di una compagine impegnata in campionato la domenica, che il sabato svolge la rifinitura e che il mercoledì è chiamata ad un impegno all’estero.
Coloro i quali non scenderanno in campo la domenica, si troveranno ad allenarsi il lunedì mentre i titolari “faranno lo scarico”. Successivamente, tra il viaggio del martedì, il non impiego del mercoledì e la consueta routine, si alleneranno seriamente il venerdì successivo. Ovvero ad una settimana dall’ultimo vero allenamento.
Non è un problema di condizione fisica… il concetto di allenamento classico è superato;
trattasi di attitudine ed abitudine a tutte le dinamiche che, nel loro complesso, delineano le peculiarità dell’impegno calcistico.
Ribadito che un turnover calibrato può ridurre il numero di infortuni, è evidente come la possibilità di operare cinque sostituzioni in gara, peraltro non perfettamente in linea con la ratio del gioco del calcio, consenta un’alternanza più frequente. Alternanza che, tuttavia, tocca quasi sempre gli stessi elementi.
Oggi si viaggia più comodamente e ci si stanca di meno negli spostamenti;
Anche quest’affermazione apparentemente insindacabile dev’essere rapportata al contesto di riferimento.
Verissimo che i mezzi di trasporto di cui usufruiscono i club di alto livello sono molto più confortevoli che in passato ma oggi si tende a viaggiare molto di più perché gli impegni sono aumentati.
Senza considerare che chi è impegnato in Conference League. e talvolta in Europa League, si trova non di rado nella situazione di affrontare squadre poco blasonate, spesso rappresentanti di piccoli centri che non godono di un aeroporto vicino.
Emblematico il caso della Fiorentina, habitue della Conference League, che negli ultimi anni ha spesso affrontato trasferte nell’Europa continentale in cui raggiungeva la città di atterraggio con un viaggio aereo di due o tre ore ma che, successivamente, era costretta a sobbarcarsi viaggi ben più lunghi per raggiungere il luogo della contesa.
I più bravi devono giocare SEMPRE!!
Anche i più bravi, sono essere umani.
Nel corso di stagioni impegnative, quali quelle di competenza dei club più importanti, l’idea di non far mai rifiatare determinati calciatori appare azzardata se non rischiosa.
Anche in virtù del fatto che la presenza dei calciatori più rappresentativi è condizione imprescindibile nelle amichevoli durante le tournee all’estero che vedono i cachet di partecipazione condizionati alla presenza delle star che, quindi, devono essere schierate anche quando sarebbe meglio riposassero.
Il turnover impone spese più alte per acquistare un maggior numero di calciatori e porta problemi di gestione per l’eccessivo numero di componenti nella rosa;
Questo è un luogo comune assolutamente da sfatare come insegnano club dal grande palmares e dalla grande cultura calcistica che nonostante rose “effettive” raramente superiori alle venti unità riescono a gestire la turnazione degli elementi con risultati migliori rispetto a chi può scegliere tra 30 o più calciatori.
La chiave di tutto sta nella duttilità dei calciatori in rosa.
Acquisendo calciatori duttili si possono utilizzare in più ruoli (rectius, funzioni) con la conseguenza di non costringere il club alla doppia alternativa per ogni elemento (secondo italica concezione).
Approfittando della fluidità, sempre più diffusa, nei sistemi di gioco e della duttilità dei calciatori a disposizione, è possibile approntare un turnover credibile senza dover forzatamente contare su un elevato numero di componenti di componenti in rosa.
E la duttilità, consentendo al club di acquisire un numero minore di calciatori, fa sì che la capacità di spesa per singolo elemento risulti più vasta perché chi acquista meno giocatori li può acquistare più costosi e, si presume, di valore o di prospettiva superiore.
Il turnover, inoltre, potrebbe rappresentare un incentivo ad un utilizzo importante dei giovani in prima squadra. E’ evidente che, in un momento di poca prosperità economica, alternando con criterio i calciatori si aprano maggiori possibilità per i prodotti dei settori giovanili.
Il tutto ovviamente dev’essere rapportato ad un criterio di base secondo cui i cambiamenti di formazione devono seguire una logica tecnica e gestionale.
Cambiare 8 o 9 elementi da una gara all’altra non è turnover. È la dimostrazione che una partita viene battezzata come importante e l’altra meno, nella consapevolezza che una squadra con molti calciatori “buttati dentro” improvvisamente non possa definirsi tale in quanto carente di meccanismi, di sincronismi e di conoscenze endogene.
In conclusione, il turnover, se applicato non come esigenza di stile (ovvero quale “contentino” per chi gioca poco) ma come vero sistema gestionale, può risultare una risorsa non solo per l’equilibrio delle forze tra i giocatori impiegati ma anche per innestare consapevolezza e fiducia in più elementi. Avere più elementi che si sentono importanti porta più entusiasmo, più fiducia e più scelte.

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento










2 risposte
Grazie Filippo
Alessio,
su questo argomento ci troviamo pienamente d’accordo; soprattutto quando affermi che il turnover non deve essere far giocare la squadra B in luogo di quella A.
Ci deve essere una sola squadra, magari con diversi modi di giocare in funzione della specifica partita.
Alcuni vedono il turnover come una minaccia, specie tra i tifosi. Ma come per il detto per il quale:” il giocatore bravo è quello che trasforma la cosa complicata in semplice ed il contrario per cui il giocatore non bravo quello che trasforma la cos semplice in complicata.”.
IL turnover, può essere una minaccia per chi lo gestisce male, mentre in realtà è una grande occasione, se fatto con intelligenza come suggerisci tu.
Qui viene la grande responsabilità di chi costruisce la rosa. Infatti,, non è assolutamente vero che bisogna avere due squadre di livello, ma questa è l’occasione per inserire alcuni giocatori bravi del proprio vivaio; in tal modo si rende meno operosa la gestione economica e fisica della rosa, da un lato, e si formano subito ottimi calciatori del vivaio.
Oltretutto, il fatto che i giocatori che possono entrare in campo sono 15, migliora questo concetto.