I dati statistici, sovente, non sono la traduzione di un preciso contesto tattico.
Qualcuno diceva che in alcuni casi “le statistiche sono come i bikini”, nel senso che evidenziano molto ma nascondono sempre qualcosa: ad esempio, un gol in transizione può derivare da un pressing offensivo, vicino alla porta avversaria, ma anche da un classico contropiede difensivo.
L’intenzionalità, le modalità dinamiche, le sequenze facenti parte di un preciso piano gara sono sfumature che i semplici numeri non colgono immediatamente.
Il calcio moderno si evolve costantemente: l’idea vigente è che le transizioni rappresentino una sorta di “sistema”, un’evoluzione della ricerca dell’efficienza, la conclamazione di una verticalità che è antitesi rispetto al possesso.
Un concetto che in realtà è molto verosimile esclusivamente nella semantica della denominazione, dunque a livello linguistico, nonché nell’identificazione concettuale che ovviamente fa riferimento a tutto quanto concerne da tempo l’interpretazione di una tale “evento” calcistico, delineato in entrambe le accezioni, offensiva e difensiva.
La mia idea è che le transizioni (termine di cui oggi si abusa per richiamare situazioni molto meno “eccezionali” di come vengono presentate: sono figlie di un’organizzazione più complessa che ne consente l’esistenza, con nomenclature diverse, dalla notte dei tempi) siano una conseguenza della fluidità del gioco piuttosto che un sistema a sé stante.
A prima vista molte reti sembrano nascere da rapide ripartenze (transizioni offensive) ma sono in realtà il risultato finale di una strategia di gioco basata sul mantenimento e sulla gestione del possesso palla.
L’equivoco sorge quando non si analizza l’intera sequenza che ha portato al recupero palla. Spesso la squadra che segna ha mantenuto un lungo possesso precedente che ha avuto la funzione strategica di attirare gli avversari fuori posizione.
Il possesso prolungato costringe la squadra avversaria a scoprirsi, a uscire dalla propria metà campo o a spostare il baricentro per tentare il recupero (marchio di fabbrica di De Zerbi che attira per aprire spazi e creare superiorità numerica e molte delle reti impostate con la costruzione dal basso sembrano acquisire le fattezze di una transizione, come molte delle azioni a valanga dell’Inter di Inzaghi. Naturalmente serve tecnica, tempi di gioco pressoché perfetti ed una preliminarmente educata occupazione degli spazi).
Lo spostamento continuo senza palla da parte degli avversari crea varchi e disallineamenti difensivi, ponendo le basi per la transizione: il vero obiettivo del possesso non è dunque necessariamente un’azione manovrata e lenta (ovvio che statisticamente contro una intera squadra a ridosso della propria porta non possano esserci le stesse percentuali di realizzazione) ma creare la situazione ideale per far scattare una transizione offensiva decisiva.
L’equivoco sta nel non riconoscere che la fase di possesso palla è stata la causa scatenante indiretta e la preparazione tattica necessaria affinché la successiva, rapida, transizione potesse avere successo.
L’uso sempre più frequente della marcatura a uomo a tutto campo è sostanzialmente ormai la più diffusa fra tutte le strategie.
L’obiettivo è duplice: impedire all’avversario di sviluppare il proprio gioco e creare spazi, non solo in fase di non possesso, ma anche in preparazione della fase di possesso, costringendo i rivali a posizionarsi in maniera disorganizzata.
Le squadre cercano di dominare gli spazi fin dalla costruzione, spesso utilizzando movimenti fluidi e interscambi di posizione (dai difensori agli attaccanti) per disorientare l’avversario e trovare l’uomo libero (basti pensare all’accuratezza con cui Spalletti ha in questo senso battuto la Roma alzando Bremer per svuotare la zona centrale in costruzione, allargando i due mediani per spalancare l’accesso diretto su Openda, addentrando Cambiaso e Mckennie per isolare Yildiz e chiedendo a Conceicao di creare superiorità numerica in zona palla sulla fascia opposta, laddove non era seguito).
La fluidità del gioco, quindi, diventa la base per la creazione di superiorità numerica e posizionale.
La transizione è una conseguenza.
Non un sistema, ma una fase.
In molte filosofie di gioco, la transizione (sia essa offensiva o difensiva) non è un “piano B” prestabilito, ma piuttosto una reazione immediata e coordinata alla perdita o al recupero del pallone all’interno di un sistema di gioco fluido. La rapidità con cui i giocatori passano da una fase all’altra è il risultato dell’allenamento sulla fluidità e sull’occupazione razionale del campo.
La fluidità del gioco richiede un’enorme adattabilità da parte dei giocatori, che devono essere in grado di leggere e interpretare le diverse situazioni che si presentano, piuttosto che affidarsi solo a schemi rigidi di transizione.
In sintesi, il calcio moderno sembra sposare sempre più la filosofia dell’adattabilità e dell’interpretazione, dove la marcatura a uomo e la fluidità sono strumenti per dominare lo spazio, e la transizione è la naturale e immediata conseguenza di questa costante ricerca di controllo del gioco.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










