Così si è espresso Mister Fabio Capello parlando delle lacune tecniche che si evidenziano nei nostri Campionati di calcio: “Perchè insegnare la tecnica è molto più difficile, perchè tu devi correggere e per correggere, devi sapere fare il gesto”.
Nutro rispetto e gratitudine per Mister Capello ma, ridurre il miglioramento della tecnica alla sola dimostrazione e correzione del gesto è un limite che va superato.
Quando addetti ai lavori così importanti e di spessore del panorama calcistico esprimono pubblicamente l’idea che “insegnare la tecnica significhi principalmente saper correggere un gesto”, il dibattito metodologico subisce un ridimensionamento. Questa visione, pur legittima nella sua prospettiva storica, rischia di oscurare tutto ciò che oggi sappiamo sull’apprendimento, sulla complessità del gioco e sulla natura dell’agire del calciatore.
Restiamo sull’oggetto della questione. Ridurre l’allenamento del gesto tecnico all’atto di correggere un’esecuzione significa assumere che:
– esista un modello ideale di gesto – l’allenatore debba saperlo eseguire per poterlo insegnare – l’apprendimento consista nel riprodurre fedelmente quel modello.
Questo approccio ignora due elementi fondamentali:
1. Il gesto tecnico non è mai isolato, ma è parte di un comportamento intenzionale orientato al gioco.
2. Le condizioni del gioco cambiano continuamente, quindi il gesto “perfetto” è un’illusione: ciò che conta davvero è la “funzionalità situata”.
Nella realtà del calcio il giocatore:
– percepisce – interpreta – decide – agisce, all’interno di un ambiente dinamico, relazionale e incerto.
L’efficacia del gesto non dipende dalla forma estetica, ma dalla sua congruenza con l’autenticità di gioco.
Questo significa che l’allenatore non deve “correggere un gesto”, bensì “costruire contesti” in cui il giocatore sviluppi:
– sensibilità percettiva – letture anticipate – adattamento motorio – intenzionalità funzionale.
Il gesto nasce come risposta a un problema, non come applicazione di una forma.
Dunque, l’affermazione “per correggere devi saper fare il gesto”, rischia di produrre alcuni effetti collaterali:
– si rafforza l’idea che solo chi ha giocato ad alto livello sia legittimato ad allenare;
– si alimenta un mercato parallelo di “esperti tecnici” che propongono lezioni di gesti decontestualizzati;
– si ostacola lo sviluppo di una cultura metodologica moderna, centrata sul gioco e sulla cognizione.
Il risultato è che molti giovani allenatori, invece di formarsi nella pedagogia del gioco, vengono spinti verso la pedagogia dell’esecuzione, ormai superata.
La ricerca scientifica — dalla fenomenologia all’enattivismo, passando per l’ecologia del movimento — mostra chiaramente che l’apprendimento emerge dall’interazione tra giocatore e contesto.
L’allenatore pertinente: – crea situazioni ricche di informazioni – propone problemi significativi – guida senza invadere, – favorisce soluzioni personali e situate – permette l’errore come occasione evolutiva.
La correzione, quando necessaria, non riguarda il “come muovere il piede”, ma il perché il quando e il dove agire in un certo modo.
Occorre superare l’idea che solo l’ex calciatore sia l’unico depositario del sapere tecnico.
Le competenze necessarie per allenare oggi includono:
– conoscenze pedagogiche – comprensione della cognizione situata – capacità di analisi dei vincoli -progettazione delle esperienze di gioco – sensibilità comunicativa e relazionale.
Essere stati giocatori è un valore aggiunto, ma non è né necessario né sufficiente. La professionalità dell’allenatore moderno si fonda sulla competenza metodologica, non sulla biografia sportiva.
Per una cultura del gioco, non del gesto il calcio ha bisogno di una cultura che riconosca:
– la complessità dell’azione – la ricchezza del gioco – il ruolo attivo del giocatore nel costruire il proprio sapere – il valore dell’allenatore come facilitatore, non come correttore di movimenti.
Ridurre tutto alla capacità di “sapere eseguire il gesto” significa tornare a un calcio semplificato, povero, anacronistico. Ed è proprio per questo che affermarlo pubblicamente — soprattutto in contesti di grande ascolto e visibilità — rischia di nuocere a un mondo che ha urgente bisogno di evolvere per renderlo pertinente alla complessità del gioco.










16 risposte
Quel gesto, a volte, è solo il frutto di una buona memoria, di una capacità di imitazione, non di una reale comprensione. Il bambino esegue ciò che ha visto, non ciò che ha pensato. Ripete perché gliel’hanno chiesto, non perché l’ha scelto. Eppure, agli occhi dell’adulto, quella correttezza apparente diventa prova di maturità, di disciplina, persino di intelligenza calcistica. Ma la precisione non sempre coincide con la comprensione. Un gesto perfetto può nascondere una mente che
non ha ancora capito perché lo sta facendo. E quando questo accade, il gioco smette di essere esplorazione e diventa ripetizione. Il rischio è grande: confondere l’apprendimento con l’addestramento, la comprensione con la copia, l’attenzione con l’obbedienza.
Tutto è connesso, anche per chi lo ignora. Capello, Caressa e il mercato parallelo della tecnica
Oggi più di ieri, la parola tecnica è diventata un mantra. Ogni analisi, ogni commento televisivo, ogni narrazione sportiva sembra partire e finire lì: “tecnica”, “qualità”, “gesto tecnico”, “valore tecnico”.
È un termine usato talmente tanto da risultare svuotato, eppure continua a generare consenso.
Ed è qui che nasce il problema.
Perché questo uso insistito, quasi ossessivo, non solo riduce la complessità del gioco, ma crea e alimenta un mercato parallelo, un’economia simbolica che condiziona club, genitori, settore giovanile, scouting, formazione degli allenatori.
Capello e la tecnica come norma
Capello richiama la tecnica come criterio regolatore: una sorta di chiave unica per leggere ordine, efficacia e valore del giocatore. Ma così facendo – anche in buona fede – favorisce l’idea che la tecnica sia un’entità isolabile, trasferibile, addestrabile “a pezzi”, come se fosse un bene di consumo.
È una visione che supporta il mercato delle scorciatoie: esercizi artificiali, scuole di tecnica privata, programmi standardizzati, segmentati, venduti come se potessero produrre “tecnica” in laboratorio.
Caressa e la tecnica come mito narrativo
Caressa, dal canto suo, costruisce spesso una narrazione epica del gesto tecnico, trasformandolo in evento spettacolare, in simbolo assoluto di superiorità.
Il problema non è la narrazione in sé: è che questa narrazione legittima un immaginario distorto, secondo cui la tecnica è ciò che principalmente distingue un giocatore “vero” da uno comune.
E anche questa mitologia alimenta il mercato parallelo: quello fatto di promesse, illusioni, aspettative gonfiate, corsi e programmi che vendono “la tecnica che ti farà diventare qualcuno”.
La conseguenza invisibile: i club giovanili si sentono obbligati a rispondere alla domanda del mercato, perdendo di vista la complessità reale del gioco, che è connessione, relazione, percezione, intenzionalità, contesto.
La tecnica usata come alibi, il più grande inganno è questo, appellarsi continuamente alla tecnica permette di non parlare del gioco.
Non si parla di contesto.
Non si parla di ecologia del gesto.
Non si parla di cognizione situata.
Non si parla di percezione, intenzionalità, temporalità.
La tecnica non è un bene: è un effetto.
Non è un prodotto: è un’emergenza.
Non è una merce: è una relazione.
Chi continua a raccontarla come entità isolata – anche senza volerlo – contribuisce a un’economia di illusioni che inquina la formazione calcistica e la comprensione stessa del gioco.
Capello, purtroppo, aggiunge ulteriore confusione, alla gia’ precaria dimensione in cui si e’ definitivamente arenata la pedagogia del nostro calcio.
Predicare l’insegnamento della tecnica calcistica, addirittura attraverso il gesto dimostrativo e correttivo e’ quanto di peggio si possa fare nei riguardi di bambini e ragazzi in ambito evolutivo.
Devo purtroppo contestare anche che il gesto tecnico sia un comportamento intenzionale finalizzato al gioco e che il calciatore ” percepisce, interpreta, decide, agisce “, anche questa e’ una visione ormai superata.
Siamo troppo inclini a pensare, a causa di correnti di pensiero, modelli e paradigmi provenienti da certa Psicologia, affermatasi da fine anni 60 del vecchio secolo ad oggi, che vede l’individuo, appunto, come ” essere psicologico ” e non soprattutto come
” essere biologico “.
Bisogna partire necessariamente dall’assunto che la espressione della tecnica calcistica non e’ mai, assolutamente, un atto ” pensato” della volonta’.
Noi possiamo percepire, interpretare, decidere e agire se siamo seduti a una scrivania e dobbiamo programmare una determinata attivita’; Quindi possiamo avvalerci di processi coscienti del nostro cervello che lavorano a circa 10 bit al secondo e che sono quindi lentissimi. Non e’ certamente cio’ che avviene in un campo di calcio dove i calciatori di elite trasducono il segnale, cioe’ trasformano lo stimolo ambientale in impulso elettrico e quindi in azione motoria in circa 100 millisecondi.
La tecnica calcistica e’ dunque e inequivocabilmente prima di tutto un modello neurofunzionale e sensomotorio che fa parte delle
” dotazioni di bordo ” del calciatore di talento, e’ un innatismo, una sapienza innata di natura implicito procedurale custodita nell’inconscio cognitivo che non attende di essere appresa ma solo di potersi esprimere, modellare, sublimare attraverso il gioco. E’ parte di quella intelligenza cinestetica, cosi definita da Gardner.
Per ottenere grandi risultati con i ragazzi di talento occorre fare esattamente il contrario di quello che dice Capello e cioe’ predisporre un ambiente ” Montessoriano ” nell’ambito del quale il piccolo calciatore, con notevoli gradi di liberta’ espressiva, nel gioco e attraverso il gioco, possa esplorare, scoprire, creare intuitivamente e soprattutto sbagliare ( guai a correggerlo ) per poter sublimare le sue qualita’.
La tecnica calcistica non si insegna, ma neanche si apprende, solo si esprime. Per esprimerla occorrono tantissime ore di gioco, 10 mila scrive Malcolm Gladwell.
Ti ringrazio Nicola del tuo intervento e delle tue precisazioni. Credo che percezione ed azione non siano gesti separati e siano in continuo divenire e non necessariamente in questa sequenza. Riguardo alla conclusione invece penso che le 10.000 ore di Gladwell diano un valore quantitativo che non possiamo ritenere corretto. Non è la quantità ma la qualità dell’esperienza/e che permetta alla tecnica calcistica di esprimersi.Detto questo proverò ad approfondire le mie conoscenze.
Avete centrato completamente il problema però ho l’impressione che la cultura (o non sia cultura) calcistica italiana, sempre basata sulle scorciatoie, opporrá resistenza ancora a lungo all’implementazione di metodologie più globali.
Solo un dato: credo che nessuno contesterá il fatto che la famosa “cantera” del Barça sia una delle migliori fucine di giocatori, peraltro normalmente molto dotati tecnicamente. Ebbene, in questo settore giovanile non c’è nessun ex calciatore operando come allenatore, l’unico è Juliano Belletti che però allena la filiale.
Ciao Giorgio, ti dirò di più: ho la sensazione che non si voglia abbandonare il tema della “tecnica di base”, della “tecnica individuale” per consentire il proliferare dei “maestri della tecnica”. Il passo successvo sarà quello di istituire dei corsi al Settore Tecnico che qualifichino questa figura generando una nuova fonte di reddito. A presto e grazie.
Il problema è l’area di definizione che si da alla parola tecnica.
Usualmente, almeno così la intendo io, è l’apprendimento dell’aABC iniziale e della capacità d’uso della tecnica appresa.
Prendendo un’auto con frizione la tecnica mi insegna a gestire i comandi (freno, acceleratore, frizione, volante, frecce direzionali e quant’altro.
Appreso questo non si diventa piloti di formula uno.
Il ragazzino che dal maestro artigiano e impara l’uso degli strumenti ( la tecnica) non diventa automaticamente un grande scultore (per stare in questo campo).
Per il calcio vale lo stesso ragionamento, la tecnica mi insegna a trattare il pallone nel modo sempre migliore possibile per ogni singolo calciatore.
C’è un vecchio episodio riguardante Pulici che aveva scarsa tecnica (per essere un cannoniere di Serie A), nel calciare in porta, si raccontava che Giagnoni (allenatore) lo faceva esercitare regolarmente nel tiro in porta. Pulici se ricordo bene divenne capocannoniere della Serie A.
Se non hai tecnica di base non puoi fare il lancio lungo a seguire, il cross all’altezza giusta e che giunge al posto giusto. Ma non credo questo ricada nella tecnica, a meno che , non gli si dia una definizione ampia.
Quindi, non sapendo le intenzioni di Capello, non lo critico per quello che ha detto; intendendo la tecnica in senso stretto ha ragione lui.
Ciao Mario, approccio obsoleto il tuo. Studi, ricerche e pratiche hanno dimostrato altro. Non c’è linearità nell’apprendimento. Non c’è una tecnica di base decontestualizzata dal gioco, c’è una tecnica funzionale che permette di risolvere le situazioni di gioco e la si apprende dentro la complessità del gioco.
Ciao Filippo,
non discuto quello che tu dici; mi era chiaro nell’articolo e negli interventi. Per questo motivo ho parlato di che definizione diamo al temine “tecnica”.
Ora chiaramente se associamo la tecnica intesa come capacità di far fare al piede quello che noi intendiamo fare si combinano due variabili importanti. Da un lato il lavoro del cervello che ti indica la soluzione migliore (anzichè un lancio con stop da fermo farne uno con stop a seguire), ma è sempre l’associazione di due variabili combinate. Sta di fatto che se il calciatore ha il piede storto (non preciso), quel gesto completo si rivela un disastro per assenza di tecnica di base.
Chiaramente se dovessi oggi fare l’istruttore di calcio sposerei in pieno quanto prima di me avete scritto, quindi dandovi ragione che la definizione allargata è più funzionale. Ma lavorerei seriamente anche nell’apprendimento migliore possibile degli strumenti che la tecnica (nel senso ristretto) del calcio insegna. Che poi si possano e debbano fare contemporaneamente, va benissimo anche perchè più funzionali al gioco.
Nel rapporto percezione-azione il cervello non è l’unico controllore “onnipotente” del movimento. Diventa una delle parti utili e il corpo, che assume una dignità intelligente, è direttamente coinvolto nell’apprendimento di nuove abilità, ottenendo quello di cui ha bisogno direttamente dall’ambiente.
Questo concetto espresso da Rob Gray e presente in letteratura, sostenuto da ricerca ed evidenza scientifica, può facilmente rappresentare un fondamento del pensiero sistemico dinamico.
Conoscerlo è discriminante.
Forse un importante scopo di chi coordina gli enti formativo educativi in ambito sportivo sarebbe proprio quello di avvicinare la ricerca, con le sue evidenze in continua evoluzione, alla pratica su campo, molto spesso legata all’esperienza, limitata per definizione.
E’ una responsabilità ma anche un intento sfidante e affascinante
Si resta fiduciosi
Secondo me si è dimenticato totalmente il significato della parola “tecnica” e lo si è, contemporaneamente, confuso con “estetica”. Tecnica significa fare bene qualcosa. Quindi avere tecnica, in un determinato ambito, è essenzialmente saper fare bene ed in maniera efficace, quanto ci viene richiesto. Insegnare la tecnica calcistica a qualcuno è impossibile. Semmai è possibile aiutare questa persona a sviluppare le proprie potenzialità tecniche. Se fosse possibile insegnare e trasfondere in qualsiasi individuo “il gesto tecnico perfetto” o conferire, tramite i suddetti insegnamenti; la mitologica figura della “tecnica di base”; tutti i giocatori del mondo si muoverebbero allo stesso modo; eseguirebbero passaggi; tiri; lanci; contrasti; tutti in modo identico ed invece non ce n’è uno uguale ad un altro. Potranno esserci alcuni giocatori simili nelle movenze e nel tocco di palla; ma mai ne vedremo 2, che siano l’uno la copia dell’altro. Quelli si chiamano automi o robot. Se si va a guardare come funziona una catena di montaggio automatizzata, si noterà che tutte le presse, comprimono allo stesso modo; che le pinze afferrano allo stesso modo etc. Ma qui si sta parlando di esseri umani. Individui unici ed irripetibili. Ciascuno con le proprie percezioni; le proprie capacità cognitive/intuitive/motorio-coordinative. Pensare di poterli indottrinare e far muovere in modo ideale è stupido e ridicolo.
Ho l’impressione che tra tecnici delle giovanili si stia creando una inutile diatriba tra chi vede solo il gioco come strumento e chi invece la pensa diversamente. Dalle argomentazioni sembra uno scontro ideologico che inevitabilmente non porterà a nulla. Continuo a pensare che i due metodi vanno integrati, l’apprendimento va dal semplice al complesso e il gesto tecnico non fa eccezione; senza poi dimenticare che ogni ragazzo ha proprio schemi di apprendimento che richiedono approccio differenti da caso a caso.
Ciao Davide non necessariamente l’apprendimento va dal semplice al complesso. In questo blog ci sono tanti articoli che spiegano il perchè. Non è una questione filosofica ma pratica. Parli di diatriba, credo invece che manchi spesso un confronto che parta dalle conoscenze. Conoscere aiuta nel giudizio, senza restiamo nel pregiudizio. Continuo a voler conoscere o almeno ci provo. Grazie per il tuo commento.
Buongiorno a tutti. Non ho sicuramente le competenze di Fabio Capello o Filippo Galli; la mia esperienza calcistica è stata molto più modesta.
Posso però segnalare che la mia tecnica era di buon livello: elevata proprietà di controllo del pallone con entrambi i piedi, palleggio con entrambi i piedi sempre vicinissimo alle 4 cifre, anche tra ostacoli, buon lancio e testa alta.
Il grosso difetto era il fisico(un vero “tappetto”) e il tiro, forse anche perché giocavo distante dalla porta.
Dove ho imparato?.
In strada, perché a Milano all’epoca, si giocava molto in strada.
Quella è stata la mia vera scuola.
Li ho appreso, non soltanto la tecnica, ma anche il senso del gioco con i compagni: non sono mai stato un “veneziano” ed ho sempre prediletto il gioco di prima.
Avevo “sete” di migliorarmi continuamente, soprattutto nella tecnica e nel fondo atletico e, forse, grazie a questo, non ho mai subito infortuni muscolari ed ho giocato a lungo.
Oggi, nel mio modesto mondo, vedo grosse difficoltà tecniche nei ragazzi, ma anche atletiche.
Tecniche perché quasi nessuno usa entrambi i piedi e così bisogna insegnare almeno il passaggio più elementare (interno sx di solito), per non parlare dei palleggi o degli slalom, giusto per citare qualcosa di estremamente basilare.
Certamente, il mio livello è basso, però quando hai ragazzi di 12/13 anni che fanno fatica a mettere il pallone in fallo laterale col piede debole e ricorrono al piede forte per metterlo in calcio d’angolo….
Non vorrei dire, ma ai “miei tempi” non succedeva.
Oltretutto, ad usare il piede forte in modo distorto, c’è il rischio di farsi male più facilmente.
Sotto l’aspetto atletico, vedo spesso i ragazzi correre in avanti, ma poi non hanno fiato per tornare indietro: se fai fare qualche piccolo scatto con cambio di direzione, non vedo la giusta reattività, almeno in parecchi.
Se parli di “libero”, “stopper” o “mezzala”, chiedono un interprete…
Perché scrivo tutto ciò?.
La mia sensazione è che in troppi ragazzi di oggi manchi quella sete di cui parlavo prima.
Io, sicuramente, ho grossi limiti, però i ragazzi di oggi sono meno modesti.
Sul gesto tecnico invece, vorrei dire che, da qualche parte bisogna partire, nel senso che se uno non sa controllare un pallone, in qualche modo gli va insegnato.
Qualcuno potrà dirmi, che io stesso ho imparato in strada: vero, ma a 10 anni ero perfettamente ambidestro e questo grazie al “muretto ” intensivo, dopo che avevo visto Rivera battere un calcio di punizione col sinistro.
Ma oggi viviamo una realtà differente, rispetto agli anni ’60/70, per cui qualche insegnamento tecnico credo vada fatto.
Scusate l’ardire, ma leggendo un po tutto quello che viene pubblicato sui metodi di allenamento (tutto molto interessante), mi trovo spiazzato.
Il gesto tecnico va insegnato o no?.
Se no, come verrà appreso dal ragazzo?.
È più importante una partita a tema o una partita libera?.
È meglio fare dei palleggi oppure fare dei tiri in porta?.
E se comunque servisse tutto, in quale percentuale in un allenamento di 90 minuti?.
Così nella mia ignoranza non saprei se abbia ragione Filippo Galli oppure Fabio Capello.
Vi ringrazio dell’attenzione.
Ciao Gianpaolo, il punto di partenza secondo me non è insegnare ma mettere nelle condizioni di apprendere.Partendo da qui ecco che è più facile comprendere come il gioco possa consentire al giocatore di migliorarsi. Non significa lasciarlo giocare e basta ma accompagnarlo spiegandolgli come una diversa postura avrebbe potuto consentirgli una visione di gioco differente e quindi un passaggio migliore ecc ecc…
Grazie Filippo del commento, c’è sempre da imparare; cercherò di farne tesoro.
Grazie ancora.