La nenia è costante, il dibattito monotono e noioso, la discussione sterile. Ogni settimana in serie A succede qualcosa che infuoca la polemica, sempre con arbitri e VAR di mezzo. Le prese di posizione hanno spesso una matrice di tifo chiara, quindi quel gol è da annullare o no a seconda della propria parrocchia (vale per i sostenitori, ma anche per i tesserati), quello è fallo o no a seconda del colore della maglia che lo procura o lo subisce. Eccetera.
Scrivo, partecipo a trasmissioni in tv su Sportitalia, parlo con gli amici e sul mio canale YouTube. Anzi, ormai per lo più ascolto: non ho più niente da dire su certe decisioni, non conosco più il regolamento, non lo capisco. Siccome queste tenzoni sono un disco rotto fastidioso che sfrigola come l’olio nella padella, non mi stanco di ripetere sempre e comunque la stessa cosa: guardate, per favore, le partite dei campionati stranieri. La casistica delle vicende arbitrali italiane, è quasi inesistente in Inghilterra – in particolare -, ma anche in Spagna e Germania è ai minimi termini. Il VAR vede quello che deve vedere, chiama quando deve chiamare, l’arbitro più o meno bravo fischia più o meno quando deve fischiare, sapendo che comunque le reazioni del pubblico e dei giocatori sono di una compostezza lunare rispetto all’Italia. Con le dovute eccezioni, per carità: l’erba del vicino è spesso più verde, non sempre però. E’ un fatto comunque che solo in Italia gli arbitri siano protagonisti, star in qualche caso, e che ad ogni designazione si passino in rassegna le statistiche relative alla direzione di gara di quella o di quell’altra squadra. Un esercizio che all’estero non esiste. Io che vedo decine di partite straniere ogni mese, coppe europee comprese: non ricordo un solo nome di arbitro (a volte nemmeno quelli delle nostre partite).
Prendiamo il piede di Thuram pestato da quello di Pavlovic nel derby. Per decenni nella nostra esperienza abbiamo imparato che si poteva prendere un provvedimento come l’ammonizione quando, per definizione, veniva “commesso un fallo a palla lontana”. Il cartellino giallo prevedeva però un intervento intenzionale, scomposto: il piede pestato, anche i calciatori dilettanti lo sanno bene, è una consuetudine dolorosa come conseguenza di gioco. Se non lo fai apposta, si passa oltre e questo è stato certamente il caso dell’intervento di Pavlovic su Thuram. Sto parlando solo dell’ammonizione, sia chiaro.
Quanto al fallo del milanista sull’interista, lunedì mattina Filippo Galli (certificata anima milanista) mi ha detto che secondo lui era da rigore. Lunedì sera in diretta a Sportitalia, l’ex arbitro Gianluigi Paparesta ha pubblicamente sostenuto che “quello non è mai rigore”. Il mio amico Graziano Cesari, su SportMediaset, ha fatto un cocktail delle due tesi: “Abbiamo capito che, da regolamento, è un rigore chiaro. Possiamo però dire che questa cosa sta diventando un abominio nel mondo del calcio. Questo fallo ha impatto zero sull’azione, tanto Thuram non può prendere il cross, non è penalizzato, non è niente di grave, Pavlovic vuole solo ostacolare il cross”.
Ditemi voi a questo punto, cosa dovrebbe dire un opinionista, un giornalista. Chi ha ragione e chi no? E perché? Chiaro che per i milanisti non fosse rigore, ma se invece di Pavlovic a Thuram il piede lo avesse schiacciato Acerbi a Leao nell’altra area, con la stessa dinamica?
L’interpretazione è ampia, troppo ampia. E questa volta la colpa non è italiana. Seguo il basket e il volley, sport di squadra. La pallavolo non fa testo perché non c’è contatto fisico, la dinamica del gioco è chiara e inoppugnabile seppure qualche timida contestazione arbitrale esiste anche qui, salvo poi che le telecamere rimettano sempre le cose a posto. Nel basket, dove gli arbitri sono due, capita qualche valutazione non corretta, ma la si può confutare immediatamente, con semplicità, perché il regolamento è uno, chiaro, ben spiegato. Il lavoro dei telecronisti in questo senso è molto agevolato.
Il regolamento del calcio che ho conosciuto io era molto lineare. Sui pestoni, se non dati al momento dell’impatto col pallone, si sorvolava. Se il difensore colpiva in netto anticipo la palla, poi poteva colpire anche tutto il resto dell’avversario e non era mai fallo. Se la palla sbatteva contro l’avambraccio, la parte compresa tra il gomito e il polso, era sempre fallo di mano (salvo che fosse parallelo al fianco e quindi non “aperto”). Provate a rivedervi il duello Gentile-Maradona ai Mondiali del 1982, o qualche filmato di difensori come Morini, Burgnich, Bellugi, Rosato, Schnellinger, ma anche più recenti partendo dalla generazione di Filippo Galli. Per dire. L’attaccante subìva e si rialzava, al massimo con una leggera smorfia. Digrignando i denti. Oggi ad ogni soffio sono subito per terra urlanti, straziati, ingannando sé stessi, i compagni, gli avversari, l’arbitro, il pubblico. Simulazioni odiose che dovrebbero portare eccome a un’ammonizione, sempre.
Anche il fuorigioco era più semplice. L’origine di questa regola, introdotta dagli inglesi nel 1800, voleva impedire che il calcio diventasse come la pallamano, tutti di qua, tutti di là, ma soprattutto voleva punire l’attaccante furbo che non si muoveva mai dall’area di rigore aspettando la palla. Puniva i trucchi, il fuorigioco, dunque la regola recitava che andasse sanzionato quando un giocatore si trovasse al di là dell’ultimo difensore. Al di là. Non con un’unghia, un gomito, un ciuffo di capelli, un ginocchio. Questa non è furbizia, è abilità nello smarcarsi.
Potrei andare avanti all’infinito, mi fermo qui reclamando il fatto che l’organo preposto ai regolamenti (l’International Football Association Board in letargo perenne) ascoltasse ogni anno arbitri, allenatori e capitani e decidesse di conseguenza. Le cose troppo semplici, però, non piacciono al mondo del calcio, abituato a far andare le cose come vuole e non come dovrebbero andare da sole.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e Direttore della Fiera Digitale dello Sport. Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.










2 risposte
Bellissimo il finale del tuo pezzo Luca…..”Le cose troppo semplici, però, non piacciono al mondo del calcio, abituato a far andare le cose come vuole e non come dovrebbero andare da sole”
Ed il tutto, a mio modo di vedere, serve ad alimentare tutto il circense ambaradam collegato all’azienda Calcio (ad oggi il 7% del PIL nazionale ) e guai a chiedere elementari esemplificazioni, logici chiarimenti …equivarrebbe quasi ad elidere le annose accise sui carburanti!
Buona serata e buon Milan!
Massimo 48
Sono d’accordo dalla prima all’ultima parola, punteggiatura compresa!.