Inverosimile disgiungere ancora una volta l’Italia ed il campionato del mondo: la formazione azzurra è mito e tradizione della più importante manifestazione planetaria in ambito calcistico e presumibilmente sportivo nella sua totalità, collocata in bacheca in quattro circostanze e solo sfiorata nel 1970 e nel ’94, allorquando la compagine azzurra chinò il capo, secondo modalità totalmente differenti, al cospetto del Brasile di Pelé (al terzo titolo in quattro edizioni) e dinanzi allo sfortunato epilogo sempre in salsa verde-oro di Pasadena (privati della possibilità di poter usufruire del miglior giocatore del pianeta, in campo realmente esclusivamente per onor di firma e suo malgrado coprotagonista della fallimentare “lotteria” dagli undici metri contro Romario e compagni).
Proprio con il Brasile, e altresì con la Germania, la nostra nazionale condivide la maggior parte dei primati statistici relativi alla kermesse iridata , dalla quale supporne una nuova assenza, la terza consecutiva ( si rabbrividisce anche solo immaginandolo), risulterebbe intollerabile ed inconcepibile.
A distanza di quasi quattro anni dalla nefasta serata in quel di Palermo che ebbe ignobilmente modo di sancire la seconda, consecutiva, mancata partecipazione alla fase finale del Mondiale (a mio modo di vedere probabilmente il momento più basso della pur gloriosa storia azzurra, per avversario e circostanze, quanto meno perché la sconfitta patita contro la Corea del Nord nel 1966 è appartenente alla fase conclusiva del torneo), l’Italia, dopo altresì la magrissima figura negli ultimi campionati europei, ha l’obbligo di affrontare gli spareggi con il doverosamente unico scopo di approdare negli Stati Uniti ( nonché Messico e Canada). Sinceramente, indipendentemente da disquisizioni varie relative ad approfondite analisi valoriali contestuali, avrebbe del clamoroso se ciò non avvenisse.
L’eventualità significherebbe declassare definitivamente il blasone del nostro movimento e contribuirebbe ad infangare la gloria pressoché inarrivabile della nostra maglia. Non ci può essere alternativa alla vittoria degli spareggi, non ci può essere alternativa alla dimostrazione di totale dedizione alla causa che un intero popolo attende, non può non essere sviscerata e riesumata una mentalità vincente che sembra essersi disarcionata da testa e cuore degli attori protagonisti, probabilmente non più educati alla cultura del coraggio e della vittoria, alla sensazione di forza derivante dall’indossare una casacca dal prestigio secolarmente riecheggiante in ogni angolo del globo.
Probabilmente diseducati a far propria una mentalità che acuisce personalità e carattere anche laddove latita riconoscerne l’essenza nella costituzione individuale formativa.
Non si può naufragare come accaduto l’altro ieri al cospetto di una formazione già qualificata e sicura del primo posto.
Non in soli 45 minuti .
Non a San Siro.
Un’umiliazione che travalica di gran lunga la differenza di valori in campo. Molti dei nostri ragazzi sono abituati ad essere “protetti” da meccanismi consolidati nei propri club e perdono certezze se proiettati esclusivamente a scimmiottare movimenti ed esecuzioni in contesti ove emergono inequivocabilmente limiti legati ad un liquefarsi della solidità presuntamente acquisita in ambito autoctono. Taluni, apparentemente molto quotati, si rivelano limitati, concettualmente e nella prestazione, se disarcionati dall’esecuzione di ciò che meccanicamente riesce tatticamente, quotidianamente , nelle società d’appartenenza, anche recentemente protagoniste di ottimi percorsi in ambito continentale.
A testimonianza di un valore assoluto che non collima affatto con i voli pindarici di cui la Penisola pallonara è solita riempirsi la bocca.
Alcuni di essi vent’anni e trent’anni fa avrebbero avuto ragion d’essere se non considerati difensori, poiché grossolanamente incapaci a difendere.
La modernità ha concesso loro di essere all’altezza grazie all’evoluzione di concetti quale la costruzione e l’occupazione di spazi specifici all’interno dei quali sublimare le proprie qualità. Taluni altri, onestamente, non paiono poter essere considerati all’altezza, specie se estrapolati dai contesti dei club d’appartenenza.
Non potrà esistere qualcosa di ulteriormente peggiore della Corea del Nord e della Macedonia del Nord.
Non c’è 1966 o 2022 che tenga.
Non può ulteriormente esserci un’onta maggiore dell’essere stati eliminati da calciatori non professionisti in terra d’Inghilterra e dall’essere stati estromessi, in casa, in gara secca, da una nazionale il cui valore rasentava appena quello di una squadra chiamata ad ottenere la promozione dalla Serie B.
No, non può esserci un’altra Caporetto.
L’Italia non disputa una gara mondiale dal 2014 e l’ultimo incontro ad eliminazione diretta è, nientepocodimenoche, l’atto conclusivo con la Francia del 2006. Il nostro calcio non ha preso parte alle ultime due edizioni e nelle due precedenti è mestamente stato eliminato nella fase a gironi.
Anche da campione in carica.
Non è più tempo dei perché. Bisogna assolutamente innalzare personalità e voglia di imporsi. O il minimalismo e il pressappochismo dialettico e mentale con orgoglio “insegnati” da taluni nel nostro calcio (sempre più semplice, così semplice da non poter competere) avranno definitivamente il sopravvento. Serve il giusto atteggiamento.
Serve coraggio.
Serve sentirsi più forti di quello che si è realmente. E non convincersi ulteriormente di non esserlo abissandosi e declinando i valori della propria volontà di primeggiare.
Serve mentalmente non speculare.
Per non sprofondare.
Come avvenuto ieri l’altro.
Come già avvenuto con la Macedonia.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










9 risposte
Gran bel pezzo Andrea! Non so più da dove cominciare, ma a me pare che abbiamo perso l’unità nei momenti difficili, nei quali riuscivamo a tirar fuori l’orgoglio e il carattere. È una squadra che ha paura, che non riesce a giocare con serenità e che alla prima difficoltà di dissolve. Sono d’accordo con te quando dici che con la Macedonia del Nord abbiamo toccato il punto più basso, ma quella fu una campagna di qualificazione estremamente sfortunata con errori (i rigori sbagliati con la Svizzera) che hanno inciso sull’esito. Bisogna uscirne, come non lo so perché a me pare che chi dovrebbe prendere delle decisioni non fa nulla. Altre nazionali avevano soltanto subodorato il pericolo, penso soprattutto alla Germania dei primi anni 2000, ma hanno saputo correggere in corsa le cose. Noi , invece, non ci siamo spaventati di fronte a due disastrose avventure mondiali e abbiamo lasciato che il sistema nazionale deflagrasse. Speriamo ora che esca l’orgoglio, che la nostra Nazionali si desti.
Vincenzo
È vero Vincenzo (innanzitutto grazie), lacune umane, tecniche, dirigenziali, educative, sociologiche sono alla base di queste continue disfatte. Ovviamente bisogna ulteriormente scavare nei perché un movimento come il nostro non riesca a sfornare fuoriclasse e soffermarsi su tutti i punti interrogativi che in realtà ci accompagnano da tempo. Io oggi però credo che mentre ovunque, anche nei contesti inferiori per storia o bacino d’utenza, sia stata insegnata nel tempo una cultura del lavoro volta a far sì che potessero essere pienamente espresse le proprie qualità, che si scendesse in campo con la voglia di tentare di primeggiare, che si affrontassero gli avversari usufruendo dell’opportunità che il calcio moderno ha concesso di evolversi tatticamente e mentalmente (grazie ad un equilibrio superiore in virtù del fatto che realmente pochi sono oggi i giocatori che possono fare realmente la differenza), in Italia ancora ci siamo riempiti la bocca di “semplicità”, di vuoti “bisogna vincere in ogni modo”, che, attenzione, non è solo un discorso che riguarda l’espressione di gioco ma è un leitmotiv che ha contribuito a disintegrare l’idea mentale di sentirsi forti sul terreno di gioco, di non arrivare ad essere inferiori a sé stessi, sempre speculando mentalmente, non arricchendo i giocatori di un’educazione che li proiettava verso esibizioni non meramente più estetiche, ma proprio più costitutivamente elevate. Ti faccio un esempio per capirci:nel ritorno dei quarti di finale della stagione 18-19, la Juve, dopo l’uno a uno di Amsterdam, è prima in vantaggio per poi andare sotto con l’Ajax. Dopo il gol di De Ligt mancava una mezz’oretta comprensiva di recupero per tentare di ribaltare il risultato (all’epoca valeva ancora il gol in trasferta) con altresì Cristiano Ronaldo dalla tua (già decisivo contro l’Atletico, differentemente la corsa per una delle candidate principali alla vittoria finale sarebbe finita già agli ottavi). Ebbene, dopo quel gol, tutti in campo ( lo si leggeva sui visi e negli atteggiamenti) e fuori sapevano che la partita sarebbe finita lì perché la Juve, anche quella Juve, era stata abituata a vincere col minimo scarto con le piccole in campionato, anche in casa. Segnare due gol in mezz’ora sembrava un ostacolo insormontabile per come quella squadra era stata educata, nonostante i giocatori a disposizione. Al punto tale che l’Ajax avrebbe potuto poi dilagare. Questo atteggiamento minimalista, dimesso, questo insegnamento pressappochista non si riversa più solo sul fattore estetico del bel gioco ma incide sull’atteggiamento adeguato. Negli anni l’Italia, venendo meno la qualità, ha acuito l’aspetto della paura, dello sprofondare, del non farcela rispetto a chi ( come le squadre olandesi negli ultimi due anni con le nostre hanno dimostrato) è stato nel tempo educato comunque ad esprimersi sottintendendo coraggio, gioia derivante dalla volontà di esibirsi, divertimento derivante dalla bellezza e dall’enfasi. Qualcuno dirà che però l’Inter è arrivata due volte in finale di Champions e bla bla bla: non centra nulla ( e la scoppola col PSG testimonia quanto scritto, lì crolli prima mentalmente che tecnicamente), compreso il valore individuale di chi oggi è considerato fra i migliori nel suo ruolo:se Bastoni giocasse a 4, sull’uomo e con campo alle spalle, sarebbe un difensore mediocre; Dimarco da terzino classico perderebbe la metà del valore se non di più (in giro c’è Nuno Mendes per intenderci), Barella sembra non spiccare mai quando conta. C’è un calderone dentro, sicuramente, ma l’idea minimalista sempre in voga da noi ha avuto i suoi benefici fino a quando passi da Zoff a Buffon, da Baresi a Nesta, da Rivera a Pirlo e da Baggio a Totti. Per sopperire alla qualità serve un’educazione mentale prima che tecnica, bisogna educare alla bellezza e alla sensazione di essere più forti di quello che si è realmente, non più scarsi.
Condivido il senso dell’articolo e l’esempio di Juve-Ajax.
Ritengo tuttavia che alcune cose vadano precisate.
Quando parliamo di Italia 4 volte campione del mondo, non dobbiamo scordare che due titoli sono stati vinti nel 34 e 38, circa 90 anni fa (con il trionfo all’Olimpiade nel mezzo).
Sarebbe come pretendere che Pro Vercelli e Genoa oggi lottassero per lo scudetto in quanto vincitrici di molti scudetti ad inizio 900.
Se escludiamo il ventennio 1978-1998, cominciato dalla rivoluzione apportata da Bernardini a metà anni 70, in cui l’Italia è quasi sempre stata protagonista ai mondiali, nei rimanenti 75 anni, non sono ravvvisabili due edizioni del campionato del mondo consecutive in cui l’Italia abbia ben figurato.
Quanto ai giocatori che oggi sarebbero scarsi, è bene ricordare che nel 1991 l’Italia perse in Norvegia (da una Norvegia meno forte di oggi) una partita che le costò la qualificazione al campionato europero. In quella gara erano in campo Zenga, Baresi, Maldini, Vialli, Bergomi… Vogliamo forse dire che non erano calciatori forti?
Ed è bene ricordare che gli eroi del 82, per due annni persero da TUTTI, finendo quarti nel girone di qualificazione agli europei del 1984. Vogliamo forse affermare che fossero scarsi?
La partita con la Macedonia del Nord è stata una partita dominata. Non è corretto, a mio modesto parere, citarla.
Purtroppo il risultato condiziona i giudizi ed anche questo è un problema del nostro tempo.
Vnegono citati Buffo, Rivera, Prlo . Anche con loro in campo la nazionale ha fatto magre figure (mancata qualificazione 2014, eliminazione ai gironi 2010, disastro 1974).
La critica nei confronti di Bastoni e di Barella mi sembra severa.
Sono tra i calciatori italiani più apprezzati all’estero.
La funzione del difensore oggi è cambiata e a me (ma questo è un giudizio personale) piace il difensore che imposta il gioco.
Non capisco in base a cosa Bastoni sarebbe mediocre nel giocare a 4.
Questa sicurezza nel tranciare giudizi su situazioni senza controprova è a mio parere una delle ciriticità del nostro modo di vedere le cose.
Nella miglior prestazione dell’era Spalletti, giocò a 4 in coppia con Calafiori.
Barella mi sembra sia un calciatore completo come pochi. Ha vinto un europeo, ha giocato bellissime partie in champions league. Dire che che non spicca mai quando conta ad uno che è stato protagonista in semifinali e quarti di champions mi sembra ardito.
Condivido in toto il ragionamento su Juve-Ajax ma non è che i calcitìatori di quell’Ajax fossero più forti di Di Marco, Barella e Bastoni (cito i tre criticati).
Di quell’11, a parte Blind, Tagliafico, Onana e Gravenberch non ricordiamo singole carriere mirabolanti.
E’ stata, come giustamente, segnalato, la mentalità a fare la differenza.
Ciao Alessio…segnalare concettualmente la storicità e il peso specifico del calcio italiano non equivale a “pretendere” di dover vincere perché si è vinto ai tempi della Pro Vercelli, il senso è un altro e nello specifico legato addirittura alla miseria di una qualificazione dopo due edizioni saltate e altre due mestamente conclusesi con l’eliminazione alla prima fase. Altresì non capisco la presunta connessione fra sconfitte patite in alcuni momenti in cui si era validamente forti e competitivi:le comparazioni fra giocatori che ho citato erano semplicemente volte a sottolineare uno “stile” che sin quando almeno ha avuto modo di aggrapparsi ai fuoriclasse ha ottenuto qualche risultato di rilievo. Se i fuoriclasse basterebbero per condurre alla vittoria, cosa ovviamente mai scritta né sottintesa ( ovvio che, specie nel calcio, si perda anche quando si è forti o lo si è stati) la Juve del Trap e di Lippi avrebbe contribuito a collocare nella bacheca sabauda almeno altre tre coppe dei campioni, il Barcellona di Messi avrebbe dovuto vincerla ininterrottamente per 10 anni considerando il valore incredibilmente alto dei componenti la squadra, il Milan non avrebbe perso con Marsiglia e Ajax e avrebbe fatto facilmente sua la Champions del 2004 non facendosi ribaltare a La Coruna e millanta altri esempi. Il discorso non verteva minimamente sul sottintendere che in passato, ovunque, non si sia perso avendo a disposizione squadre forti. Non vedo proprio il nesso con quanto scritto nel pezzo e nel commento. Relativamente a Bastoni, compie errori clamorosi in marcatura in più circostanze (clamorosi ovviamente sottintendendo che il presupposto è che si parla di un profilo ritenuto fra i migliori); Dimarco ha la sua ragion d’essere ricevendo palla già sulla trequarti avversaria per utilizzare il piede educatissimo al fin di fornire palloni in area senza l’onta di dover “arare” la fascia, saltare l’uomo, puntarlo, dribblarlo. In sostanza, se venisse acquistato da un top club per giocare da terzino puro varrebbe la metà, tant’è che Spalletti fu costretto a riconsegnare a Bastoni e Dimarco i compiti assegnati nel club perché oggettivamente meno capaci ad interpretare quello che lui voleva. Ti dirò di più: per me uno dei giocatori più sopravvalutati è Lautaro, sia per numeri (onestamente segna poco giocando in una Serie A mediocre e altresì nella squadra più forte) sia per valore assoluto in sé:in Italia ormai siamo arrivati al punto di scandalizzarci se Lautaro arriva solo “settimo” al pallone d’oro. Ma stiamo scherzando? È la riserva di Alvarez in nazionale, avesse giocato venti, trenta o quarant’anni fa non avrebbe militato in un top club. Per restare all’Inter, secondo me uno come Zamorano, titolare solo in parte per un annetto con Ganz e Branca e poi riserva di Ronaldo, Vieri e compagnia era molto più forte di lui. Non come caratteristiche ma come peso specifico avrebbe assunto in altri tempi il ruolo di un profilo alla Julio Cruz. E non vado indietro nel tempo o non scomodo altra gente che il pallone d’oro oggi l’avrebbe vinto facilmente.
Per chiudere, sono l’ultima persona che giudica in base ai risultati e Filippo te lo può ampiamente confermare. Per un semplice motivo:ho fatto in ogni campo del ragionamento la ragion d’essere: saltare la valutazione delle cose è come togliermi da mangiare.
Gentile Andrea,
mi son permesso di segnalare alcune questioni perchè la questione dei 4 mondiali vinti a mio parere aiuta poco nel ragionamento.
A me Bastoni piace molto e la chiudo qui perchè è gusto personale pur segnalando che nel calcio attuale l’errore individuale lo commettono anche i migliori.
Mi è parso un po’ eccessivo l’accanimento verso i tre nerazzurri che sono (almeno 2/3) tra i pochi italiani conosicuti e con una sessantina di partite in champions (non sono tifoso interista sia chiaro). Rimango perplesso su alcune situazioni spacciate per certe in assenza di controprova.
Sicuramente Di Marco a 4 farebbe fatica ma come Holland farebbe fatica a giocare mediano perchè da noi si cerca la specialità e non la duttilità.
LA prima si basa sul caso concreto, la seconda su una crescita a 360 gradi.
giocatori duttili= rose meno ampie= meno problemi di spogliatoio= maggior capacità di spesa per i singoli acquisti ecc.
Il tema secondo me è un altro:
Troppe squadre in Italia si uniformano sulla difesa a 5.
Pensa ad una squadra come il Milan con due esterni alti come Leao (a sx) e Pulisic (a dx).
Il sistema a 5 preclude queste situazioni che sono quelle che auspichiamo (esterni che saltano l’uomo). Il mister avrà le sue ragioni, su questo non metto becco…
Ad eccezione di Lazio, Como e Bologna vediamao poco “gioco”.
Probabilmente è un sistema che in Italia paga o fa sì che gli allenatori si sentano più sicuri ma aiuta poco la crescita del movimento e l’esempio di Di Marco (a 4 o a 5) ci viene buono.
Mentre il calcio si evolve da posizionale a relazione sinoa funzionale, da noi si dà sempre importanza al “ruolo” e non alla funzione.
Il mio riferimento alla qualità dei giocatori è in questo senso. Ritengo che si sia perso, e molto, anche con grandi giocatori.
Uno solo vince.
A mio parere, e poi non Ti disturbo più, il problema sta nel fatto che i nostri calciatori faticano ad affrontare le variabili dei gioco perchè cresciuti calcisticamente su binari (e torniamo al sistema a 5 dietro che diventa più “sicuro” nel preparare i calcitori ad affrontare il caso di specie ma meno adatto a formare un calcitore che sappia di volta in volta opzionare la scelta migliore).
Per quanto riguarda Lautaro sono perfettamente d’accordo.
Scusa per la lunghezza
Un saluto.
Buongiorno a tutti.
Interessante l’articolo, come i successivi interventi.
Personalmente, credo che il livello dei nostri calciatori non sia paragonabile a quelli del passato, poi, giustamente, ognuno ha la propria opinione.
Il mondo del calcio italiano però certifica una cosa e, cioè, che da 10 anni siamo scarsi e non è la vittoria casuale e sottolineo casuale, degli europei a cambiare la mia opinione.
Nel 1966 abbiamo avuto una nazionale forte che falli’ clamorosamente, oggi abbiamo una nazionale scarsa.
Nel 1970 arrivammo secondi e, se non avessimo fatto i supplementari con la Germania Ovest, non dico che avremmo vinto ma, avremmo dato più filo da torcere al Brasile.
Se poi qualcuno avesse fatto almeno un tempo, invece di 6 minuti….
Nel 1974, come nel 1986 (ed 84 per quanto riguarda il riferimento), era un ciclo finito che andava gestito in maniera diversa. Come?. Beh, come fu fatto dopo il mondiale 1986, con l’inserimento del gruppo Vicini.
Sicuramente se oggi avessimo in campo i Baggio ed i Baresi che, a mio avviso sono i più forti calciatori italiani degli ultimi 45 anni, già la partita di andata con la Norvegia non sarebbe finita così e con Israele non avremmo mai subito 4 reti.
Poi c’è una questione dirigenziale che spesso fa delle scelte discutibili e, per questo motivo, gli allenatori bravi non si avvicinano.
Con tutto il rispetto per l’attuale selezionatore, (anche perché se i calciatori sono questi…), ma nessun allenatore della nazionale, almeno così ricordo, si è mai permesso di criticare i tifosi. Eppure Valcareggi e Bearzot ne hanno subiti di attacchi.
L’Italia del 1978, se ricordo bene, all’ultima amichevole prima del mondiale argentino, fu sonoramente fischiata all’Olimpico; quella dell’82 poi, non ne parliamo: si faceva ironia su quanti gol ci avrebbero fatto Argentina e Brasile, soprattutto dopo l’amichevole giocata in Spagna e la seconda partita col Perù. Nel 2006 andammo ai mondiali con uno scandalo.
Però tutti questi allenatori (anche Lippi), non hanno mai attaccato i tifosi.
Pago il biglietto e se il tenore stecca da che mondo è mondo, fischio: non capisco perché ci si debba lamentare se, dopo una partita vinta al novantesimo con affanno, contro una nazionale che giocherebbe tra serie C e D, ci si lamenti dei tifosi.
Allora, o abbiamo campioni che poco si impegnano, oppure abbiamo giocatori mediocri, poco più forti dei moldavi e degli israeliani.
A proposito della dirigenza, vorrei citare dei fatti storici.
Azeglio Vicini fu cacciato durante le qualificazioni agli europei; Dino Zoff fu aspramente contestato da Berlusconi, dopo un bellissimo europeo e diede le dimissioni accettate dalla federazione. Trapattoni fu invece salvato, dopo un mondiale mediocre (con tutto il rispetto per il grande Trap) e l’Europeo successivo non andò meglio.
Biscotto Svezia Danimarca?.
La Bulgaria smise di giocare…
Ventura fu liquidato senza troppi complimenti, mentre Mancini ha deciso lui quando andarsene.
Intendo dire che se per Vicini e Zoff si è usato un certo metro di giudizio, per Mancini si è usato un metodo diverso.
La confusione non aiuta….
Scrivi: “Sicuramente se oggi avessimo in campo i Baggio ed i Baresi che, a mio avviso sono i più forti calciatori italiani degli ultimi 45 anni, già la partita di andata con la Norvegia non sarebbe finita così e con Israele non avremmo mai subito 4 reti.”
Con la Norvegia, nel 91, Baresi era in campo e con lui Maldini, Vialli, Zenga e tanti grandi del passato. Eppure perdemmo e non ci qualificammo alla fase finale dell’europeo.
Per cui quel sicuramente inziale lo toglierei…
E la Norvegia di oggi è di sicuro più forte.
Giusto, tolgo il sicuramente, resto però dell’idea che giocatori del livello di Franco Baresi e Roberto Baggio oggi ce li possiamo soltanto sognare.
Il sicuramente l’ho tolto, spero di poter conservare il parere personale.
Buona giornata.
Il Tuo parere è assolutamente legittimo.
Cerco solo, nel mio piccolo, di far notare che troppo spesso ci autoreferenziamo dando per scontato cose di cui non abbiamo controprova.
Nella fattispecie, la sconfitta in Norvegia del 91 è una parziale controprova.
Non è polemica, solo confronto.
Quando pensiamo alla gara con Macedonia del Nord dobbiamo sempre ricordare che partita è stata. Una gara in cui abbiamo subito un unico tiro. Poi, si sa, il risultato condiziona i giudizi.
Ma, Yamal, a parte, le grandi squadra che ci fan brillare gli occhi, nel calcio attuale per quel poco che posso capire, non lo fanno perchè le individualità le trascinano ma perchè la squadra ed il collettivo esaltano il talento dell’individuo.
Se ti piace Baggio ricorderai il goal del pareggio alla Nigeria ai mondiali 94.
Ebbene il goal lo realizza Roby ma lo realizza al termine di un’azione che è il perfetto compimento del calcio di Sacchi.
Donadoni che si abbassa, Mussi che si sovrappone, Massaro che va sul primo palo e Baggio sul secondo a ricevere. La giocata dirimente in dribbling, con rimpallo, la fa Mussi (che non ha di certo la classe di Baggio).
Ecco, questo secondo me è il senso da perseguire. Il collettivo che esalta l’individuo.
Se speriamo che il singolo ci “risolva” la partita non si va da nessuna parte.
E la circostanza secondo cui Messi abbia dato il meglio in una delle squadre più organizzate di sempre (il barca di Guardiola) ne è la prova (almeno secondo me).