IL CALCIO ITALIANO: UNA CRISI CULTURALE

C’è una domanda che da qualche anno attraversa il calcio italiano: com’è possibile che un movimento con una tradizione tattica senza pari, con una scuola che ha prodotto calciatori, allenatori, metodologie e un modo tutto suo di intendere l’ordine e il caos dentro il campo, sia precipitato a un livello tale da rischiare, dopo Russia 2018 e Qatar 2022, la terza mancata qualificazione consecutiva ad un Mondiale? A volte la risposta non è una sola, ma un mosaico di dinamiche intrecciate, un accumulo di problemi che si sedimentano negli anni, fino a rendere inevitabile ciò che un tempo sarebbe sembrato inaccettabile, quasi blasfemo, per un Paese che si è nutrito della propria identità calcistica come di un patrimonio culturale.

Il punto non è la singola partita sofferta, non è il banale “2-0 alla Moldova al novantesimo e tirare un sospiro di sollievo”, il punto è ciò che quel risultato comunica, quasi in filigrana, a chi conosce il gioco e ne mastica la complessità ogni giorno. Non è paura di vincere, concetto abusato, ma paura di sbagliare, che è molto peggio. È l’assenza di un’identità forte nei momenti che contano, quell’identità che storicamente ci ha reso una nazionale inaffondabile anche nei cicli più poveri, capace di reggersi sul senso del dovere, sull’equilibrio tra ardore e disciplina, e su una capacità quasi antropologica di interpretare la partita dentro il rumore, dentro gli spigoli, dentro l’attrito emotivo dei match.

Per capire dove siamo arrivati bisogna guardare indietro, all’Europeo del 2021, che ha, “purtroppo”, mascherato limiti strutturali evidenti, proprio come il Mondiale 2006 aveva nascosto la crisi tecnica che sarebbe esplosa pochi anni dopo. Un torneo breve può essere deciso da un picco di forma improvvisa, da episodi, da una serie di incastri quasi irripetibili, dalla conduzione perfetta di un gruppo che trova, nello spazio di poche settimane, una chimica che altrimenti non avrebbe mai raggiunto. Poi però arriva la cruda e nuda realtà, l’Italia che cade a Palermo contro la Macedonia del Nord non è frutto di un episodio tragico, ma la conseguenza di un’intera filiera che negli anni ha perso contatto con la formazione del talento, quello che trascina, quello che decide gli ottavi e i quarti dei Mondiali, quello che le grandi nazionali, Francia, Argentina, Inghilterra, Belgio, Portogallo, riescono a produrre con continuità, trasformando generazioni in cicli vincenti.

Ma la radice della crisi non è soltanto tecnica. È anche, e forse prima di tutto, culturale. Perché il calcio italiano vive un paradosso pericoloso, è un ambiente dove la competenza esiste, eccome se esiste, ma non sempre trova spazio; e dove invece riescono a incastrarsi figure prive di capacità adeguate, persone che gravitano attorno ai club per conoscenza, per convenienza, per consuetudine, inserite non per valore ma per prossimità. Direttori incapaci ed incompetenti che lavorano e direttori capaci e competenti che invece sono a casa. Allenatori di serie A che a parer mio non meriterebbero di allenare neanche in terza categoria. Non è il massimo per un movimento che sta affondando sempre di più. Lo sanno tutti, e quasi nessuno lo dice, nello scouting, nel settore giovanile, nella formazione dei quadri tecnici, la meritocrazia è spesso un concetto accessorio, un ideale più che una prassi, sacrificato in nome di logiche che nulla hanno a che fare con lo sviluppo di un movimento sportivo.

Questo crea un sistema distorto, il cui esito è evidente: ridotta capacità di selezionare, formare e lanciare giocatori adatti al calcio d’élite.

Il settore giovanile dovrebbe essere considerato la base per la rinascita di un movimento virtuoso dove si lavora in profondità, con pazienza, creando calciatori che in futuro conoscono il gioco in modo totale, capaci di vivere ogni dettaglio tattico come parte di una liturgia tecnica. Invece no, oggi si osservano ragazzi poco formati nelle basi, raramente capaci di dominare in un contesto internazionale per personalità, creatività e soprattutto intensità. E senza questi profili, la Nazionale non può essere competitiva.

E il risultato qual è? Un’Italia che vive di momenti sporadici, di prestazioni costruite più a fatica che a talento, spesso incapace di gestire le partite contro avversari inferiori. Perché senza leadership tecnica e senza continuità, anche il compito più semplice diventa un’impresa. Ed è per questo che la mancata qualificazione a due Mondiali, e il rischio concreto del terzo, non è un incidente di percorso, ma un campanello d’allarme assordante, l’esito naturale di un sistema che da troppo tempo non produce prima che i giocatori, i professionisti, allenatori, direttori, analisti, scout ecc. che ci ruotano attorno e che di conseguenza non potranno mai creare giocatori capaci di decidere le gare quando pesano davvero.

E tuttavia, come accade nelle fasi più oscure della storia sportiva italiana, esiste sempre un margine di rinascita. La competenza non muore, resta in attesa, si rinnova. Rimane nei settori giovanili che lavorano seriamente, nelle società che investono davvero, nei tecnici che studiano, negli osservatori che girano campi periferici quasi nel silenzio, negli analisti che preparano report ignorati da chi non ha gli strumenti e le capacità per capirli. È lì che può ripartire il calcio italiano, non dagli slogan, non dalle promesse, ma da una ristrutturazione silenziosa e profonda, che restituisca spazio a chi il calcio lo conosce davvero.

Perché questo è il punto finale, quello che chiude il cerchio, il calcio italiano non è morto, ma si è perso. E come tutte le cose che si perdono, non si ritrovano per caso, si ritrovano grazie a chi ha pazienza, visione, competenza e capacità di resistere a un sistema che oggi sembra respingere proprio i suoi migliori elementi. La storia insegna che i cicli si riaprono quando cambiano le persone, non le parole. E se l’Italia tornerà a essere una Nazionale da Mondiale, non sarà per un colpo di fortuna, sarà perché qualcuno, finalmente, avrà avuto il coraggio di rimettere il merito al centro di tutto.

BIO: Carmine Apollaro nato il 27 novembre 1990. Vive a Morano Calabro, un piccolo paese in provincia di Cosenza. Laureato in scienze motorie, ha lavorato come scout, prima per il settore giovanile del Frosinone Calcio e poi per il settore giovanile del Parma Calcio dove ha svolto anche il ruolo di match analyst per le categorie under 15 e under 16

5 risposte

  1. Si continua a non voler scrivere che in Italia si paga per giocare e chi paga va avanti a discapito dai talenti veri… E non si vuole scrivere perché lo fanno in tanti e non ci si vuole mettere contro nessuno, che non si sa mai…

  2. Buongiorno Carmine, sono d’accordo con quanto scritto, ma anche l’osservazione di Andrea è, a mio modo di vedere, molto valida.

  3. Oggi il calcio sembra dominato da analisti, allenatori e professori. Ma il vero problema è nei settori giovanili e nelle scuole calcio. Abbiamo dimenticato il valore del gioco libero: quello che nasce spontaneo nei campetti, nelle piazze, in spazi aperti, nonostante le difficoltà logistiche.
    Il calcio non vive nei campi sintetici o nelle palestre, né nelle maglie ufficiali con il tuo nome stampato. Il calcio autentico è nelle maglie tarocche con il nome del tuo idolo, in dieci bambini che, senza divisa, si mescolano e imparano a leggere il gioco con l’istinto.
    Non è un allenatore che a sei o sette anni ti insegna diagonali e schemi, ma chi ti guida a scoprire il pallone: prima accarezzarlo, poi trattarlo con rispetto.
    L’Italia non è la Norvegia: non produrrà mai robot con fisici perfetti. Deve puntare su altre qualità. La Norvegia vince perché il calcio si è spostato verso la dimensione fisica. Se fosse rimasto sulla tecnica, non ci sarebbe storia, come non c’è mai stata nei cinquant’anni precedenti.

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