UNICATT – T.T.D. DEGLI SPORT INDIVIDUALI E DI SQUADRA 2, CALCIO – ” LA METODOLOGIA PER PRINCIPI: SAPERSI MUOVERE TRA PRINCIPI E CODIFICHE”

Per il terzo anno consecutivo ho l’opportunità di frequentare presso l’Università Cattolica di Milano alcune lezioni del Corso di “Teoria, Tecnica e Didattica degli sport individuali e di squadra”, dedicato al GIOCO DEL CALCIO, tenuto dal Prof. Antonello Bolis e coordinato da Edgardo Zanoli, assistiti da Elena Vagni, all’interno del Corso di Scienze Motorie e dello Sport. Proporrò, in una serie di articoli, le note raccolte in aula. Saranno appunti, come mi piace definire…sparsi.

La seconda lezione è tenuta da Edgardo Zanoli, già responsabile del Progetto Giovani di Ac Milan e poi Responsabile metodologico del Settore Giovanile di Ac Milan:

“Cosa possiamo dire rispetto a cos’è principio e cos’è codifica? Partiamo da quelli che possiamo considerare i tre pilastri da cui partire per costruire un metodo di lavoro. Nella scorsa lezione si era parlato di METODO, APPRENDIMENTO e FORMAZIONE. Quello che noi raccontiamo è la nostra esperienza, non è giusto o sbagliato, è un processo che ci ha portato a credere in alcune cose e a verificarne altre. Le cose di cui vi parliamo non sono teoriche perchè le abbiamo provate, abbiamo visto cosa succede, con esse abbiamo cambiato modo di pensare e di fare. Nell’incontro precedente si era parlato di coerenza: coerenza non è – dover fare una cosa in un certo modo perchè abbiamo detto che l’avremmo fatta in quel modo – la nostra idea di coerenza ci ha sempre portati a cambiare il COSA FARE tenendo sempre presente il PERCHÈ LO FACCIAMO”.

“Si parlava agli inizi del percorso nel settore giovanile del Milan di MODELLO MILAN che per alcuni era vissuto come qualcosa di rigido, alcuni dicevano che tutti dovevano fare le stesse cose, che ci fosse qualcuno che decideva come gli allenatori dovessero allenare, che qualcuno facesse le cose sostituendosi all’allenatore quasi come se tutti avessero delle istruzioni da eseguire. Le cose non stavano così! Al contrario, alla fine del percorso eravamo arrivati ad un livello tale di condivisione e di apertura per cui non chiedevamo agli allenatori quello che avrebbero fatto in campo.

Sulla scorta di questa esperienza, successivamente, a Parma, abbiamo spinto subito sul tema dell’AUTONOMIA, lasciando gli allenatori, dopo aver dato alcune indicazioni metodologiche ,liberi di fare. E qui si è aperto un bel tema perchè spesso succede che se qualcuno ci dice cosa dobbiamo fare iniziamo a lamentarci, “ecco vedi mi obbligano, io vorrei…”, quando invece ci viene lasciata completa libertà d’azione la reazione è: “ma come? Non ci dite niente rispetto a come dobbiamo giocare, a cosa dobbiamo fare?”. “L’obiettivo era quello di vedere cosa sarebbe successo nel momento in cui un gruppo di persone che condividono dei momenti formativi possano andare in totale autonomia”.

Per accompagnare e sostenere gli staff iniziavamo ponendo la seguente domanda: “PERCHÈ fate quel tipo di lavoro?”, analitico o situazionale che fosse, e ancora “PERCHÈ utilizzate quel mezzo di allenamento?” Non partivamo dal pregiudizio affermando “Così non va bene” ma chiedevamo spiegazioni: “spiegateci perchè fate quell’esercizio?”. Ci sono allenatori che conoscono centinaia di esercitazioni perchè le copiano dalla rete senza comprenderne il fine e quindi senza sapere il perchè del loro utilizzo (di Klopp, Guardiola, De Zerbi, Conte, Allegri ecc..) altri invece che sono in grado di costruirne altre rispetto a ciò che vogliono ottenere, rispetto a ciò che vogliono che i giocatori apprendano.

Il motivo per cui insistiamo sul tema dell’apprendimento è legato al fatto che, nel momento in cui utilizzo un mezzo di allenamento, è necessario che riconosca DOVE MI STIA COLLOCANDO RISPETTO ALL’APPROCCIO ALL’ APPRENDIMENTO. Se lavoro in analitico, facendo eseguire trasmissione e controllo, è probabile che pensi che la ripetizione di un gesto fuori dal contesto del gioco aiuti il giocatore ad imparare la tecnica che poi gli servirà in gara. A tal proposito poniamoci alcune domande: Per quanto tempo e per quante volte il nostro giovane calciatore potrà ripetere quel gesto? Cento, duecento, trecento, mille, duemila…Perchè utilizzo un gesto analitico? Ma, soprattutto cosa penso di ottenere? Alcuni in aula rispondono: “per affinare il gesto”, altri, “per automatizzare il gesto e poi riprenderlo in gara”. Zanoli riprende: “Possiamo dire che lo utilizzo per rendere il mio giocatore più efficace?”. Gli studenti annuiscono. A quel punto Edgardo mostrando la slide con le teorie dell’apprendimento chiede: “Dove ci troviamo?

È chiaro che si stia semplificando perchè i modelli di apprendimento si intersecano e si sovrappongono ma, indicativamente, dove ci troviamo?”. “Nel comportamentismo” rispondono i ragazzi.

Il pensiero, riprende Zanoli, è che, RIPETERE PER RIPETERE (come la poesia a memoria, ad esempio) un gesto, crea un AUTOMATISMO che poi in gara ritrovo come gesto efficace. Non è giusto o sbagliato, ripete Edgardo, però sto pensando che questo sia il modo di apprendere.

Questa modalità, questo approccio, permette all’allenatore di controllare. L’allenatore può contare quante volte il gesto venga ripetuto. Nella situazione, che replica la partita, non lo può fare o, meglio, è molto più difficile farlo. Ma, riflettiamo, in quell’esercizio di controllo e trasmissione tra due giocatori, l’uno di fronte all’altro, quanti elementi della gara mancano? Mancano le porte e quindi la direzione, mancano gli avversari. Cosa manca ancora? Quando faccio quel gesto in partita, perchè lo faccio? per un fine, uno scopo, ecco, MANCA UNO SCOPO. In tal senso ci vengono in aiuto le neuroscienze che (sottolineiamo che non ci riferiamo solo ad esse) ci dicono che l’esecuzione dello stesso gesto ma con finalità diverse mette in azione reti neurali differenti.

Pertanto anche lo stesso gesto tecnico, ad esempio il controllo di interno piede, metterà in azione distretti neuromuscolari differenti a seconda che il fine sia quello di farlo aperto o farlo in chiusura (protezione). E ancora, passarsi la palla uno di fronte all’altro ha una finalità che ritroviamo in partita? No! L’unica finalità e passarla perchè me l’ha passata e così via senza soluzione di continuità.

Cosa manca ancora? La motivazione. Quanto può essere elevata la motivazione di un giocatore quando fa questa esercitazione? Quanto a lungo possono stare concentrati i nostri giocatori facendo questo esercizio? Qualcuno afferma che ad un certo punto il gesto diventa automatico ed il giocatore lo acquisisce e spesso viene citato, come esempio di apprendimento, colui che deve prendere la patente e guida per ore. Se facciamo il parallelo guidatore-calciatore é come se dicessimo che il guidatore che ha tante ore di guida può guidare in formula 1, ma se vado a 300 km/h devo stare attento.

Allo stesso modo il calciatore deve fare una prestazione di altissimo livello e non POSSO CREDERE CHE SIA L’AUTOMATISMO A FARLO DIVENTARE UN GIOCATORE PERFORMANTE, posso invece ragionare sul fatto che, RIPETERE TANTE VOLTE LE SITUAZIONI SIMILI DI GIOCO possa portarlo ad una situazione di maggior confidenza ma, ripetiamo, non possiamo ragionare sugli automatismi. Certo possiamo invece ragionare rispetto a quanto tempo abbia bisogno un giocatore di agire, di scegliere dentro al campo ma, non possiamo allenarlo “come guidare un’auto”. Devo allenarlo con sollecitazioni che derivano da cose che cambiano e succedono molto velocemente ed altamente imprevedibili perchè il calcio è uno sport altamente imprevedibile in cui il gesto tecnico non è mai uguale a quello precedente ne a quello successivo. E il gesto tecnico se lo pensiamo come strumento e non come finalità deve essere, non quello giusto o quello pulito ma quello efficace e l’efficacia la posso trovare solo nella situazione di gioco, non posso trovarla se non ci sono gli avversari, se non c’è la finalità.

Se parliamo di competenze di cosa stiamo parlando? Sono competente non solo nel momento in cui la vivo, non solo nel momento in cui la studio o la teorizzo, COMPETENZA è ESPERIENZA + TEORIA non necessariamente in questo ordine ma anche in quest’ordine: faccio una cosa e la teorizzo, ci rifletto e la teorizzo per poi sperimentarla di nuovo (la metto a terra). La tecnica analitica viene utilizzata da allenatori di altissimo livello, tra questi De Zerbi, un allenatore che divide ma che ha di fatto innovazioni nel mondo del calcio. A Marsiglia utilizza postazioni di lavoro di “trasmissione e controllo”.

Allenare nella situazione non significa non dare importanza alla tecnica, la TECNICA non solo è importante, È FONDAMENTALE. La differenza la possiamo trovare nel modo in cui l’alleniamo. Nel nostro percorso ci siamo accorti che, se il giocatore, sempre in funzione dell’apprendimento, della motivazione, è convinto che una certa esercitazione di tecnica analitica sia una buona cosa per lui, PERCHÈ non dovrei fargliela fare? Cosa ci può essere di positivo in quell’esercizio? Essenzialmente due cose: la percezione del proprio corpo in quell’esercizio e il senso di autoefficacia. Queste sono le due motivazioni che un allenatore può portare per motivare l’esercitazione analitica.

È sempre il PERCHÈ che mi deve orientare nella scelta dei mezzi di allenamento e non il mantra, SI FA COSÌ PERCHÈ SI È SEMPRE FATTO COSÌ, il problema che attanaglia il mondo del calcio. L’ altro mantra è NON CI SONO PIÙ I GIOCATORI CHE SALTANO L’AVVERSARIO a cui si aggiunge PERCHÈ NEILLE SCUOLE CALCIO E NEI SETTORI GIOVANILI NON SI FA PIÙ L’1VS1. Eppure, come testimoniano i presenti che allenano nell’Attività di Base, gli allenamenti dell’1vs1 si fanno. Allora qual’è il problema? SI FA TROPPA TATTICA? Attenzione perchè già nelle situazioni di 1vs1 + 1 compagno, c’è il tema della tattica. Non dobbiamo confondere tattica con strategia. Strategia è quando ad esempio, in un 5vs5 diciamo ai nostri bambini, giochiamo con 2 giocatori dietro oppure con 1.

Non confondiamo, lo ripeto, TATTICA con STRATEGIA. Quali sono le ragioni che ci portano a pensare che l’1vs1 si alleni male? Molteplici: la durata dell’ 1vs1 (spesso oltre i 10″), più tempo utilizzo più mi allontano da ciò che succede in gara. Lo stesso accade nel 3vs2 o 4vs2 offensivo, gli attaccanti devono andare alla conclusione, i difensori difendere e magari fare corse di ripiegamento prima di affrontare gli attaccanti (dipende a che altezza del campo mi trovo): se gli attaccanti non vanno a concludere velocemente (TEMPO) la qualità dell’azione decade e tutto perde attinenza con il gioco.

Rispetto allo SPAZIO invece, dove e come si dovrebbe allenare l’1vs1? Di solito si parte con l’attaccante già in possesso di palla se non addirittura con il giocatore, che farà il difensore, che passa la palla all’attaccante e poi va ad affrontarlo. Quanto siamo distanti da ciò che avviene in partita? Perchè non proviamo invece a inserire nell’esercizio un compagno che passa la palla all’attaccante? Non accade questo in partita? Quante cose cambierebbero nei comportamenti dell’attaccante e del difensore? Cambierebbero, la postura del corpo per ricevere, il controllo aperto o chiuso in base alla pressione che ricevo dal difensore, su quale piede riceverò, solo per citarne alcuni…non è qualcosa più vicino a ciò che accade in partita? E mancano ancora tanti elementi del gioco. Attenzione! Perchè quando alleniamo un giocatore a dei comportamenti sbagliati lo stiamo allenando a fare una cosa sbagliata.

Per allenare in questo modo, nella situazione, l’allenatore deve conoscere tante cose: deve aiutare il giocatore che riceve il pallone a smarcarsi, aiutare quello che esegue il passaggio a capire come farlo, aiutare il difensore a difendere. L’allenatore aiuta, accompagna, facilita il compito del giocatore che non significa lasciarlo fare o istruirlo per eseguire.

In ogni caso, è bene ricordare che, nella complessità di una partita, ci sono così tanti condizionamenti sul giocatore in possesso di palla da parte di avversari e compagni che l’1vs1 si verifica davvero solo in casi eccezionali: basti pensare ad un compagno di squadra del possessore di palla che esegue una corsa di sovrapposizione esterna o interna che già il comportamento del difensore cambia e il suo anche impercettibile cambiamento di postura può concedere all’attaccante la possibilità, ad esempio, di convergere al centro e andare a calciare. Quindi, ogni volta che prepariamo un’esercitazione, teniamo bene in testa ciò che potrebbe succedere nella partita. Poi ci sono questioni pedagogiche che sembrano di minore importanza ma sono decisive: quanto è importante che il giocatore forte nell’1vs1 capisca il valore del compagno, di come il compagno gli passi la palla: il calcio è uno sport di squadra, non individuale!

Questo ragionamento ci porta a definire che la struttura dell’esercitazione deve essere il più vicino possibile a ciò che avviene in partita. Nella partita poche volte il dribbling parte dalla posizione in cui il possessore di palla è di fronte al difendente, spesso il possessore riceve spalle all’avversario o comunque in posizioni continuamente differenti rispetto all’avversario. Anche il primo controllo dell’attaccante è fondamentale. Nel calcio di alto livello il 90% degli 1vs1 si risolvono in base a come avviene il primo controllo (Messi docet).

Devo pertanto creare situazioni di gioco che ripropongano la complessità della gara e che mettano il giocatore nelle condizioni di SCEGLIERE. Nella partita il giocatore è continuamente sollecitato a scegliere. Se lo alleno per automatismi lo sto allenando a scegliere? No! Quindi NON RIPETO PER RIPETERE (il gesto tecnico) RIPETO DELLE SITUAZIONI MOLTO SIMILI e lì dentro metto il giocatore nelle condizioni di scegliere sto, di fatto, RIPETENDO PER NON RIPETERE.

Si passa poi alla visione di un possesso posizionale 4vs4+3jolly svolto per la prima volta da una squadra u17 di un club di 2^ categoria. Zanoli sollecita gli studenti chiedendo loro come aiuterebbero i giocatori in non possesso, in netta inferiorità numerica: le indicazioni sono molteplici, tutte di senso. Zanoli chiede di spiegare perchè l’esercitazione abbia una superiorità numerica così netta. Le risposte pongono tutte l’attenzione sui giocatori in fase di non possesso (sollecitare la compattezza, l’aiuto reciproco). In realtà la risposta è molto più semplice: il perchè sta nell’intenzione di allenare la tecnica, anzichè allenarla in analitico l’alleniamo nel gioco.

Tra l’altro è un esercizio non propriamente situazionale, non c’è direzione (non ci sono le porte) se non quella che i giocatori immaginano per raggiungere i jolly ai vertici della struttura. L’obiettivo è mantenere il possesso, non fare goal e, pertanto, manca “un pezzo”. Quante cose posso vedere in questa esercitazione? Tantissime. Gli smarcamenti, il controllo orientato, il controllo con pressione davanti, con pressione da dietro. Pensate questa tecnica quanto sia diversa da una tecnica analitica! Non c’è un gesto che non sia accompagnato dall’idea di fare qualcosa di contestuale, non c’è una posizione che non sia legata al fatto che io stia giocando anche quando non ho la palla. Questo esercizio può avere innumerevoli varianti spostando i jolly da dentro a fuori, ponendone due al centro…sempre tenendo presente cosa accade in gara! L’impegno cognitivo dei giocatori è elevatissimo. Non si tratta di una tecnica giusta ma di una tecnica efficace. E ancora la riflessione che si deve fare è: quante cose in più sta sperimentando il giocatore in questo esercizio rispetto ad una trasmissione di palla al suo compagno che gli sta di fronte?

Domanda agli studenti: “Se dovete allenare la vostra squadra quale sono i vostri obbiettivi?” “Dipende da che squadra ho” risponde uno studente, se alleno una squadra Prima squadra di serie D devo pensare al risultato. Un altro risponde che se ci riferiamo ad un contesto di settore giovanile l’obbiettivo deve essere quello di formare i giocatori. Zanoli ribatte che anche in un contesto giovanile non possiamo pensare di formare il giocatore togliendo il risultato, la sua importanza. I formatori più bravi che abbiamo incontrato nel nostro percorso sono allenatori di 1^ squadra. Perchè, che ne siano consapevoli o no, per ottenere i risultati devono migliorare i giocatori. Nel settore giovanile, è chiaro, possiamo discutere quale sia il significato del risultato: per la squadra, per l’allenatore, per il club. Quali sono le cose che susseguono al risultato? L’allenatore di Prima squadra sa che se perde 5 partite in fila viene esonerato e pertanto tende a privilegiare il focus sul risultato ma sa che comunque il tutto passa dalla crescita della squadra e quindi dal miglioramento dei giocatori. Il risultato, in ogni categoria è una parte del percorso e quindi va vissuto, va analizzato, masticato e digerito specie se si tratta di una sconfitta, è un aspetto importante della formazione. Bielsa afferma che la sconfitta è il momento migliore per la crescita della squadra perchè ti mette di fronte agli errori che devi superare. Saper gestire la sconfitta e la vittoria è un vantaggio lasciare che diventino le uniche questioni, gli unici argomenti, è un problema.

Torniamo al tema dell’obiettivo: formazione, risultato, modulati a seconda delle categorie, dei contesti. Stabilito l’obiettivo devo cominciare ad allenare. Come costruisco il mio metodo di lavoro, su cosa lo costruisco, cosa voglio fare? Da dove parto? Che pensiero avete? La risposta di uno studente: “allenerei prima la tecnica, poi farei della tattica”. Con quale obbiettivo e che quali mezzi di allenamento scegli, gli chiede Edgardo. Lo studente risponde che seguirebbe dei modelli riferendosi a ciò che ha fatto l’allenatore precedente. a questo punto Edgardo prova a guidarlo nel ragionamento: dobbiamo avere in testa la partita, cosa vorremmo che la nostra squadra facesse nella partita, devo averlo in testa, devo aver chiaro come voglio che giochi la mia squadra. Che tipo di calcio vorrei che la mia squadra esprimesse, tenendo presente gli obbiettivi e diamo priorità, essendo in un settore giovanile, alla formazione. Qual’è il tipo di calcio che secondo me forma? Uno studente risponde che la scelta è soggettiva. “Certo che lo è, ma ce l’abbiamo?” incalza Zanoli. Posso pensare che un calcio codificato formi i giocatori, oppure un calcio basato su palla lunga e attacco della respinta (seconda palla), chi può dire che non lo sia? Però attenzione perchè poi dovrò allenare in base a come vorrò giocare la domenica.

Allora torniamo alla domanda: “Quale calcio formativo?”. Secondo noi il calcio formativo è quello che sviluppa un gioco di possesso ed un gioco basato sui principi, e che sia molto più formativo di un calcio codificato o di quello più speculativo, che non passi dall’idea di avere il possesso della palla. È molto più difficile apprendere ciò che devo fare con la palla che ciò che devo fare senza palla, ce lo dicono i ragazzi usciti dal percorso di formazione ma anche gli allenatori di alto livello.

Una volta deciso che calcio voglio proporre dovrò decidere i mezzi d’allenamento. “Quanti mezzi d’allenamento conoscete?” chiede Zanoli. Piano piano arrivano le risposte.

“Il mezzo d’allenamento per eccellenza è la partita!” Afferma Zanoli. La ragione è semplice e si riconduce a quanto detto prima: quando programmiamo l’allenamento dobbiamo immaginare la partita e il modo migliore per immaginarla è giocarla! È chiaro che solo con la partita si faccia fatica ad allenare tutto, a curare tutti i particolari, anche perchè, spesso, l’allenatore è solo sul campo, non ha un collaboratore. Anche in questa partita però manca qualcosa rispetto alla gara ufficiale: manca la parte emotiva, l’arbitro, il pubblico, il contesto… Altri mezzi di allenamento, senza entrare nel merito della scelta, sono, in sintesi, i seguenti”

Stabiliti i mezzi d’allenamento ora definiamo il ciclo del gioco

Ho la palla (possesso palla), perdo la palla (transizione negativa), non ho la palla (non possesso palla), riconquisto la palla (transizione positiva), ho la palla (possesso palla)…

È importante che, per ciascuna fase del gioco che voglio allenare, alleni tutto il ciclo del gioco. Ad esempio, sempre tenendo presente il GIOCO DI POSSESSO e DI PRINCIPI (Spazio, Tempo e Condizione Numerica-sottoprincipio), nel momento in cui recupero palla devo valutare dove l’ho recuperata e quanti avversari ho davanti: se la recupero su un errore del loro portiere nel giocare un passaggio filtrante ad un suo compagno, l’attacco sarà veloce, andrò a calciare in porta, se la recupero nei pressi della mia area e ho tutti i miei compagni sotto la linea della palla probabilmente avrebbe poco senso un attacco veloce e quindi dovrei optare per una ri-costruzione dal basso. Cosa significa tutto ciò? Significa riconoscere la condizione numerica di possesso.

Ricapitolando: Ho conoscenza del ciclo del gioco, ho stabilito le fasi del gioco che, sia chiaro, ognuno può variare, a questo punto prendo in considerazione i mezzi di allenamento che sono finalizzati a portarci a portarci al nostro obiettivo. Questa è UNA POSSIBILE COSTRUZIONE DI UN’IDEA DI ALLENAMENTO. La partita sarà poi la miglior verifica di quanto sto facendo. Gioco la partita, analizzo e rifletto su ciò che ho visto nella partita e metto in discussione il mio modello di allenamento. Lavorerò più a lungo su una fase, meno su un’altra, utilizzerò di più un mezzo piuttosto che un altro tenendo presente che qualsiasi mezzo d’allenamento utilizziate, tranne la partita, esalterà un aspetto e ne penalizzerà un altro.

Ogni mezzo d’allenamento non può essere reiterato per troppo tempo. Un mezzo d’allenamento, lo ripetiamo, stressa un concetto ma, inevitabilmente ne perde o ne trascura un altro. Ad esempio, nel 4vs4 + 3 che abbiamo visto, mancando la porta, i giocatori verranno sempre incontro e quindi manca l’attacco alla profondità. Quando poi nella partita ufficiale chiederò al mio attaccante di allungare, se lui verrà sempre incontro non dovrò stupirmi!

In un gioco di possesso posizionale potrei cominciare a dare una direzione mettendo un giocatore come vertice (attaccante) ed uno come sostegno (portiere). Manca ancora la profondità, a quel punto introdurrò una porta con il portiere, 30 metri oltre il vertice, e chiederò alla squadra in possesso di attaccarlo non appena sia il vertice che il sostegno avranno toccato la palla.

Sarà la partita ufficiale ad indicarci se stiamo andando nella direzione giusta oppure no. Vale anche rispetto ad una seduta di allenamento. Se programmo la settimana di allenamento e al termine della settimana archivio la seduta così come l’ho programmata è probabile che non l’abbia osservata a dovere.

Per concludere, riprendendo il tema dei PRINCIPI O CODIFICHE, sappiamo come, in ogni caso, non sia possibile giocare solo per principi nè solo per codifiche. La codifica è generalmente associata a degli schemi e quando gli schemi non si realizzano a quel punto dovrò giocare per forza secondo i principi, ossia per scelte che il giocatore fa dentro il campo e, nel momento in cui sceglie, sta giocando per principi. Non significa che la squadra non sia organizzata ma che l’organizzazione passi dall’idea collettiva che presuppone che sia soprattutto l’avversario a condizionare le scelte che il giocatore andrà a fare in campo. Si ha un linguaggio comune. Nel calcio di alto livello, prendiamo ad esempio De Zerbi, il principio di gioco si risolve nel dover cercare il giocatore libero a cui si arriva leggendo le traiettorie di pressione che l’avversario porta sul giocatore in possesso palla. Se non possiamo raggiungere direttamente con un passaggio l’uomo libero lo raggiungiamo con l’utilizzo del terzo uomo. Anche in questo caso il terzo uomo sarà libero di valutare, e scegliere, se passare al compagno libero o prendere un’altra decisione.

L’incontro si conclude con un filmato che ripropone quanto appena spiegato realizzato da una squadra del campionato di Eccellenza.

A voi le riflessioni!

3 risposte

  1. Che piacere leggere questo articolo! Quanti spunti e quante idee condivise! Quanto mi sarebbe piaciuto assistere alla vostra presentazione. Potrei scrivere per un’ora e più, ma cercherò di non esagerare. Naturalmente concordo in toto. Sul calcio propositivo; su una proposta basata essenzialmente sui princìpi e su concetti; idee condivise e semmai comportamenti non negoziabili, piuttosto che su codifiche strutturali. Allenare ripetendo senza ripetere e soprattutto cercando di cogliere urgenze e comportamenti emergenti, per cercare di allestire i contesti di allenamento migliori e più propedeutici, per migliorare la squadra. Un’altra cosa che ho sempre sentito con perplessità:”non si deve allenare la tattica nei settori giovanili!” Come se la tattica non fosse presente anche in un 2 v 2 tra bimbi di 6 anni, che non hanno mai sentito quella parola, magari. In una sessione di allenamento ci deve essere tutto. Come minimo! L’aspetto cognitivo e predittivo sono indispensabili e bisogna aiutare le squadre che alleniamo ad apprendere ogni aspetto possibile; ben sapendo che di apprendere non si finirà mai. Le situazioni potranno assomigliarsi; magari anche molto, finendo col rendere utili le proposte esperienziali vissute dai nostri piccoli/grandi atleti/e; ma difficilmente saranno identiche. Non si allenamento più l’1 v 1? Ma se ormai non si fa altro? Col risultato che i/le giovani calciatori/trici fanno ormai fatica a contestualizzare il dribbling all’interno di una dinamica d’azione; comunque al di fuori di una zona d’intervento. E le interazioni? Se io punto un avversario isolato, avrò meno possibilità di saltarlo di quante ne avrei con un compagno a creargli un dubbio e, di contro, il mio opposto, avrebbe più possibilità di togliermi la palla con l’ausilio di un compagno, pronto a raddoppiarmi. E-facciamoci caso-quelli che si lamentano della scarsa creatività dei giocatori italiani, sono gli stessi pronti a stigmatizzare una palla persa in una zona considerata pericolosa; per non parlare di un pallone perso costruendo da dietro. Come se invece, prendere un goal dopo aver buttato la palla più lontano possibile, contasse di meno. Io dico: alleniamo il dribbling in contesto di gioco. Facciamo un 6 v 6 o 7 v 7 nel quale si assegnano 5 punti per ogni rete ed un punto per ogni dribbling messo a segno e di contro 1 punto per ogni pallone rubato. Così si incentivano i/le ragazzi/e a provare e si dà un obiettivo anche difensivo. Invece di costringerli/e ad irrealistici quanto inutili 1 v 1 fuori contesto? Che finiscono solo con il frustrarli ed inibirli. Incoraggiamo i nostri giocatori a provare e non avere paura di sbagliare, né di perdere il pallone. Non vivisezioniamo ogni azione come se fosse indispensabile trovare un capro espiatorio. Nel calcio si sbaglia di continuo ed ogni sbaglio è relativo, perché la prospettiva ed il punto di vista del giocatore è unico, nel 99% dei casi. Una riflessione sul 4 v 4+3: una delle ragioni per cui utilizzo tante proposte con delle superiorità/inferiorità numeriche, è proprio per far capire quanto sia più facile mantenere il possesso se siamo di più in zona-palla e quanto sia difficile riconquistarlo se siamo di meno. Così ci si abitua a ricercare una superiorità sempre, anche a costo di creare strutture non Euclidee e meno ortodosse. Formare clusters di giocatori pronti ad interagire per guadagnare vantaggi concreti. In fondo l’obiettivo qual è? Aiutare ragazze e ragazzi a migliorarsi ed accompagnarli nel loro processo di apprendimento infinito. Sperando di aver dato qualche suggestione e contributo agli spunti interessantissimi che avete trattato; mando un grande ringraziamento ed un abbraccio forte. A presto!

  2. Il “grande oppositore” all’approccio così ben argomentato da Edgardo non è una visione contrapposta alla sua. Se così fosse, si semplificherebbe il confronto tra idee diverse. Pur con le legittime visioni di ciascuno, si arriverebbe ad una conclusione minimamente condivisa.
    Vi è altro. Il “grande oppositore” è la paura e degli addetti ai lavori (leggasi Mister) di non essere percepiti come Protagonisti o primi attori del palcoscenico di allenamento.
    Si preferisce apparire come Conduttori ad una meta anziché Costruttori di un contesto (nel quale il calciatore apprende). Vince la paura di perdere il comando. Vince la paura di perdere leadership. Vince la paura di perdere il controllo.
    Un ex pilota di Formula 1 ripeteva <>.
    E’ quello che sta accadendo. Il cambiamento intorno a noi è veloce e la metodologia sta andando piano.
    Non solo sta andando piano, ma anche nella direzione non corretta.

  3. Semplicemente notevole questa relazione.
    Molte cose le conoscevo ,altre le ho comprese adesso.
    Cosa significa?
    Che non bisogna avere certezze in questo ambito ma lasciare sempre spazio a dubbi che umilmente, con equilibrio, possono migliorarci.
    Grazie dei molti spunti che avete offerto.

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