PERCHÈ LE ITALIANE NON PESCANO (QUASI) PIÙ IN ARGENTINA

C’erano una volta le italiane che andavano a pescare in Argentina, o che magari si lasciavano sedurre dal talento argentino. Sembrano passati secoli, ma basta tornare agli anni ’90 per ricordare quelle nazionali albicelesti ricolme di volti familiari alla Serie A: Sensini, Chamot, Caniggia, Batistuta, Simeone, Balbo, Ortega, Almeyda, Verón, Crespo, Zanetti… Una generazione intera che aveva trovato in Italia la sua seconda casa. E molti di loro arrivavano direttamente dal campionato argentino, da quel calcio fatto di fango, tango e poesia.

Già anni prima, quando la regola dei tre stranieri teneva a freno la fantasia dei dirigenti, c’erano stati pionieri come Bertoni, Passarella, Borghi, e naturalmente lui, Diego Armando Maradona, che non fu solo un calciatore ma un fenomeno sociale, una rivoluzione.

Le squadre italiane non avevano paura di guardare laggiù, verso il Río de la Plata, e di puntare su ragazzi che magari non erano campioni conclamati ma che sapevano riempire uno stadio con la loro garra e il loro talento. Lavezzi ne è stato un esempio, così come Sorín, che venne con la credenziale di un nazionale. Poi c’è il caso curioso di Mauro Camoranesi, che passò dall’essere un perfetto sconosciuto in Messico a diventare campione del mondo con la maglia azzurra.

Il fatto che l’Argentina non fosse in Europa non costituiva certo un ostacolo: la storia dell’emigrazione, che aveva portato milioni di italiani a cercare fortuna a Buenos Aires e dintorni, aveva lasciato in eredità una marea di passaporti europei. Era come se quei ragazzi non avessero mai smesso di appartenere a un unico mondo, diviso dall’oceano ma unito dal sangue e dalla memoria. Oggi, l’Argentina resta il terzo Paese più rappresentato in Serie A, ma i numeri si sono ridotti: appena ventuno giocatori nel nostro campionato. La ragione è semplice: globalizzazione, apertura totale delle frontiere, nuove rotte di mercato.

Tra i grandi nomi di oggi figurano Lautaro Martínez, scoperto dal Racing e diventato leader dell’Inter, Castro e Soulé, entrambi cresciuti nel vivaio del Vélez, Domínguez, che mosse i primi passi nel Gimnasia, e Dybala, che il Palermo portò in Sicilia dall’Instituto ormai tredici anni fa. Una carriera che sembra ancora quella di un ragazzo, ma che già racconta un’epopea. Non è invece di scuola argentina Nico Paz: figlio di Pablo, ex difensore albiceleste con un passato in Spagna, nato e cresciuto proprio lì, ma con il cuore che alla fine ha scelto i colori dell’Argentina. Particolare, poi, la storia di Valentín Carboni: nato a Buenos Aires, figlio di un ex calciatore del Catania, approdato in Sicilia da adolescente insieme alla famiglia, fino ad arrivare all’Inter, a coronare un percorso che è al tempo stesso familiare e calcistico.

Sono però pochi, oggi, i nomi di spicco del campionato argentino che approdano in Serie A. I flussi del mercato si sono spostati altrove, e accanto alla forza economica dei club contano le vie traverse delle commissioni e delle agenzie. L’Inghilterra, con il suo fiume di sterline, ha relazioni più strette, così come il Portogallo, che si conferma terra di transito privilegiata. L’esempio più lampante resta quello di Enzo Fernández: dal River al Benfica, e da lì al Chelsea per oltre cento milioni di euro, dei quali meno della metà finì nelle casse delle Águias di Lisbona.

I procuratori, certo, non sono un’invenzione di oggi: basta ricordare Jorge Horacio Cysterpiller, l’agente che accompagnava Maradona sin dagli anni giovanili, quasi un fratello d’anima con lo stesso fisico compatto e la stessa chioma ricciuta. Ma se trent’anni fa si muovevano figure carismatiche, oggi il pallone sembra sempre più governato da fondi, conglomerati e società di intermediazione. In questo scenario, l’Argentina resta un bacino ricco di talenti, ma le sue perle finiscono più facilmente sulle sponde del Tago, nella Liga spagnola o nella Premier League, piuttosto che sulle rive del Tevere o della Madonnina o, ancora, sotto il Vesuvio.

Negli anni ’90 nella parte meridionale del continente americano, la longa manus di due personaggi tanto potenti quanto controversi, Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, si allungava tra sponsor, acquisizioni e promesse di grandeur. Parmalat e Cirio, marchi che sembravano eterni, in realtà destinati a dissolversi come bolle di sapone, si erano prese uno spazio non da poco in quel mondo. Così, sulle maglie del Boca Juniors compariva il nome Parmalat, mentre anche Estudiantes e Ferro Carril avevano stipulato accordi di sponsorizzazione con l’allora colosso del Belpaese. La storia più intrigante, quasi dimenticata, riguarda invece la Lazio di quegli anni. A cavallo del nuovo millennio, tutto era pronto per portare a Roma Martín Palermo, idolo della Bombonera. Contratti pronti, firme solo da apporre. Poi, all’ultimo momento, Mauricio Macri, allora presidente xeneize, cambiò le carte in tavola.

Ultimo, ma non per importanza, è il potere delle grandi d’Europa. Club che hanno occhi dappertutto, dal Brasile all’Argentina, e che possono esercitare la loro longa manus senza esitazioni. Accade a Rio come a Buenos Aires: basti pensare a Vinícius, Rodrygo, Endrick o al giovane Estevão, i primi tre già incasellati nel futuro del Real Madrid. Lo stesso destino è toccato a Mastantuono, diciottenne del River, strappato ai Millionarios per 45 milioni di euro dai blancos. E poi Julio Soler e Facundo Buonanotte, entrambi già sbarcati in Premier League, che oggi non è solo un campionato, ma un magnete globale fatto di soldi, televisione e fascino.

L’Italia, che un tempo era un approdo naturale, ha perso quel ruolo di porto sicuro. Restano la Spagna, che per gli argentini è quasi casa, lingua compresa, e l’Inghilterra, che ha preso il sopravvento grazie a una potenza economica senza rivali. Così le nostre squadre si trovano a pescare non più le “prime scelte”, per dirla con la terminologia della NBA, ma seconde e terze linee, o talenti che hanno già bussato invano alle porte dei grandi club.

Un tempo i ragazzi del Río de la Plata arrivavano in Europa a vent’anni passati. Maradona ne aveva 22 quando partì per Barcellona, lo stesso Batistuta quando vestì il viola di Firenze. Oggi devi sgomitare per accaparrarti un diciottenne, quando non è ancora del tutto uomo, ma è già valutato come un campione fatto e finito. E allora resta la nostalgia, e un interrogativo sospeso: non sarà che l’Italia, un tempo faro per i sogni sudamericani, abbia smarrito la sua centralità nel racconto del calcio? Forse sì. Ma la storia del pallone insegna che le gerarchie si ribaltano, che gli equilibri cambiano, e che dietro l’angolo può sempre esserci un nuovo talento venuto da una squadra di Buenos Aires.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

Una risposta

  1. Credo questa analisi sintetizzi una delle tante cartine tornasole del declino italiano, ormai realtà periferica e interessante solo per vacanze fugaci. Invece di guardare la realtà in faccia (basterebbe uno specchio) ci fissiamo l’ombelico nella sciocca, vittimistica, convinzione di essere ancora il meglio su piazza che all’estero non solo non vogliono capire, ma fanno di tutto per affossare. Il logo di Cirio e Parmalat dovrebbe essere aggiunto sul nostro tricolore

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