IL PUNTO SULLA SERIE A – ATALANTA: LA VOLONTÀ DI STUPIRE NEL SOLCO DELLA CONTINUITÀ

I pareggi ottenuti nelle prime due giornate di campionato contro Pisa e Parma (fra le mura amiche contro i neopromossi toscani e in Emilia al cospetto dei crociati) sembrano emblematicamente sintetizzare, racchiudere, raffigurare e prefigurare ciò che potrebbe essere il destino dell’Atalanta all’alba di un’era il cui sorgere sancisce la conclusione del capitolo più scintillante nella storia della società bergamasca e, quale inevitabile conseguenza, consegna per l’appunto ai posteri l’epopea quasi decennale che, sotto la straordinaria guida di Gian Piero Gasperini, ha mirabilmente condotto gli orobici verso vette preliminarmente impensabili: la conquista dell’Europa League e le semifinali di Champions League sfiorate nel 2020 (con il Paris Saint Germain capace di ribaltare soltanto nei minuti di recupero lo svantaggio) rappresentano gli apici di un percorso durante il quale (paradossale ago nel pagliaio, a testimonianza di quanto imponente sia stata l’ascesa dei nerazzurri) è mancata, quale chiosa suprema,  una lotta più serrata in ambito tricolore nei momenti in cui si è vastamente assaporata la possibilità che il sogno della conquista di uno scudetto fosse possibile ( da ricordare anche i tre atti conclusivi nella seconda manifestazione nazionale persi contro la Lazio e nelle restanti due occasioni contro la Juventus).

Dimessosi dal trono da sé stesso innalzato, Gasperini (raggiunta la città che il trono per eccellenza del mondo lo ha custodito per diversi secoli), dopo aver elargito bellezza e coraggio, aver puntualizzato quanto vacuo sia parlare di “semplicità” senza insegnare complessità, mentalità dominante e strategie indispensabili per superare la soglia delle proprie capacità (differentemente si è condannati alla mediocrità e ad essere inferiori a sé stessi), ha lasciato al più papabile fra gli eredi designati il compito di mantenere alto il livello di una compagine che ha comunque conservato le fattezze costitutive (il solo Retegui, sostituito dall’ottimo Krstovic, è a tutti gli effetti il solo titolare assente) della scorsa annata: Ivan Juric è stato non solo alle dipendenze di Gasperini da giocatore (nelle fila di Crotone e Genoa rappresentava un tassello fondamentale nell’esibizione tattica dispensata dall’inizio degli anni duemila dal tecnico piemontese) ma soprattutto suo vice nell’intraprendere la carriera da guida tecnica (a testimonianza di quanto avesse rivestito perfettamente i panni di elemento rappresentativo della conoscenza del sistema di gioco nelle vesti di centrocampista). E, in effetti, eccezion fatta per alcune sottigliezze che non spostano più genericamente la sfera concettuale, Juric ha dai primordi della sua carriera di allenatore ricalcato il credo del mentore, dall’impostazione numerica dei reparti ai principi fondamentali dello sviluppo del gioco nelle due fasi.

Una scelta, quella della famiglia Percassi, volta a dare naturalmente un senso di continuità rispetto al recente passato al cospetto di una scissione che differentemente avrebbe potuto assumere contorni decisamente più  traumatici e che troppo presto avrebbero reso nostalgica l’atmosfera di un ambiente e di una squadra cui, va da sé, non è chiesto di replicare le mirabilie di due lustri pressoché irripetibili ma quanto meno di continuare a competere per quelle posizioni in graduatoria che valgono l’approdo alle competizioni continentali.

Il ritorno di Scalvini, la mancata cessione di Lookman, la permanenza di Ederson, l’acquisto di Zalewski in sostituzione di Ruggeri, trasferitosi all’Atletico Madrid ( ma relativo cardine della dea, con Zappacosta spesso titolare sulla sua corsia di competenza), rappresentano simbolicamente la volontà di interrompere il meno possibile ambizioni ormai sideralmente distanti da quelle, modeste,  che hanno caratterizzato i bergamaschi nel venticinquennio precedente all’avvento del Gasp, successivamente alle frequentazioni in Coppa UEFA di fine anni ottanta ed inizio anni novanta con altresì la semifinale di Coppa delle Coppe raggiunta nel 1987-88 militando in Serie B (dopo la retrocessione dell’anno precedente e la finale di Coppa Italia persa contro il Napoli di Diego che, quale campione d’Italia, lasciò il posto a Stromberg e compagni in Coppa delle Coppe): un risultato che a tutt’oggi rappresenta il percorso più importante in una manifestazione europea perpetrato da una compagine in quel momento non militante nella massima serie della nazione di appartenenza.

Or dunque, i fasti appena rievocati all’interno del più fulgido momento storico del movimento calcistico italiano (per diversi decenni campionato di riferimento in ambito planetario, con evidenze di superiorità di molto travalicanti l’attualmente equiparabile dominio della Premier League) e l’ultimo, sublime, decennio, devono spingere l’Atalanta ad allontanare l’ipotetico declino eventualmente causato da un’involuzione che non può ricondurre la regina delle provinciali a competere per l’anonimato nella categoria o, nella peggiore delle ipotesi, a ricalcare le numerose retrocessioni (e promozioni) che hanno investito la dea prima del definitivo salto di qualità.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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