Il Barcellona del 2020 non lasciava molto al ricordo. Una squadra smarrita, ordinaria, con un’unica luce capace di bucare la penombra: Lionel Messi. Poi la pandemia, la stagione sospesa, la Champions ripresa in un’estate strana, irreale. Dopo un Napoli già in ginocchio, arrivò il Bayern, e con lui una delle notti più nere della storia Blaugrana: l’8-2. Messi, quel giorno, sembrava svuotato. Eppure, anche in quell’annata tormentata, aveva messo insieme 31 gol in 45 partite.
Due anni dopo, a trentacinque anni, l’uomo che molti avevano dato per logoro salì sul tetto del mondo. Non era più il Messi del dribbling infinito, non era nel suo apice atletico. Ma in Qatar, con una maglia diversa e un contesto finalmente adatto, diventò la guida di un gruppo che aveva meno stelle di tante altre nazionali, ma più spirito di tutte. Gol, assist, leadership. Miglior giocatore del Mondiale, davanti persino a un Mbappé scintillante. La verità era semplice: non era Messi a essere finito nel 2020, era il Barcellona a non essere più competitivo. L’Argentina invece, pur senza undici fenomeni, era squadra.
E poi Diego Armando Maradona. Il nome che da decenni scatena paragoni, inevitabili, da quando la Pulga ha preso possesso della scena mondiale. Quando arrivò a Napoli trovò una squadra ancora in costruzione. C’era Daniel Bertoni, connazionale, non più giovanissimo ma pur sempre figura di rilievo. Era un Napoli operaio, con Diego come unica luce in mezzo a qualche buon interprete ma pochi veri elementi tecnici. Nel girone d’andata segnò un solo gol su azione. Solo al ritorno la squadra prese un minimo di ritmo, chiudendo comunque ottava. In quella stagione, per dire, subì 3 gol, tra campionato e coppa Italia, da Sergio Battistini, difensore del Milan. Fu solo quando Corrado Ferlaino alzò l’asticella che quel Napoli divenne competitivo, e con Diego conquistò lo scudetto. E allora non sorprende se gli ex compagni si indignano quando un Cassano li definisce “scappati di casa”: perché senza Ferrara, Alemao, Careca, Giordano, Bagni, De Napoli, Maradona da solo non avrebbe mai vinto due scudetti e delle coppe.
Senza dimenticare le squadre costruite come album di figurine, ma arrivate scariche, svuotate. Penso ad alcune stagioni del Real dei Galácticos, con Ronaldo il Fenomeno che segnava con costanza, eppure la squadra non convinceva. O a quel Brasile del 2006, con i “fantastici quattro” mai davvero squadra, prima di essere eliminato dalla Francia. Basti ricordare quando il Real decise di cedere Makelele, per inseguire ancora più talento: una scelta scellerata che costò competitività ai Blancos. Perché nel calcio servono incastri, non solo nomi. Makelele senza Zidane forse non avrebbe vinto, ma anche il contrario è vero. Ecco perché le top 11 fatte di soli fuoriclasse, senza equilibrio, lasciano il tempo che trovano.
La forza del singolo è la squadra, e la forza della squadra è il singolo. Non è un paradosso, è la regola antica del calcio. È l’Ulisse che, pur geniale, sa che senza i compagni la nave non approderà mai a Itaca, anche grazie al sacrificio di questi ultimi. E che al tempo stesso ogni marinaio ha bisogno di un capitano che indichi la rotta. Si vince davvero quando il campione si piega, quando si mette al servizio degli altri, anche sacrificando parte della sua gloria. Non sono rari i fuoriclasse che, pur nati per l’attacco, hanno arretrato il raggio d’azione, hanno corso dietro agli avversari, hanno tappato falle in nome dell’equilibrio. In quei gesti c’è la nobiltà dello sport: il talento che si sporca le mani, che diventa cemento della squadra.
Nelle nazionali questo principio si vede ancora meglio. Lì non basta il talento, non bastano i quattro nomi da copertina: serve coesione, organizzazione, sangue freddo nei momenti che contano. Il fuoriclasse è utile, sì, ma solo se sa recitare la parte che il copione richiede. Altrimenti diventa un peso. Il leader non è chi brilla di più, ma chi aiuta gli altri a brillare. A volte servono meno giocate d’autore e più passaggi semplici; meno protagonismo e più ascolto. Quando reclutiamo qualcuno per costruire una squadra, non dobbiamo scegliere necessariamente il più forte: dobbiamo scegliere quello che rende la squadra più forte.
L’allenatore, in tutto questo, è regista e pedagogo. Non un tiranno di lavagna, ma un maestro che rende consapevoli i suoi uomini. Il suo compito non è farli agire per obbedienza, ma per comprensione. Spiegare il perché e il come di un movimento, i pro e i contro di una scelta tattica, significa generare calciatori pensanti, proattivi, capaci di reagire, di creare, di decidere. In questo modo non sono più pedine mute, ma interpreti attivi, collegati ai compagni da una coscienza collettiva.
Il calcio è fatto di imprevisti, di correnti che cambiano, di tempeste improvvise. Una squadra non vince perché ha i migliori singoli, ma perché ha uomini capaci di capire insieme dove andare, anche quando la mappa brucia e il mare non concede tregua. In fondo la gloria non è di chi arriva da solo, ma di chi porta tutti a destinazione.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.









