THE OUT-SKIRT OF FOOTBALL – 21 – EQUAL PAY, EQUAL PLAY

Immagina di iniziare un dottorato in ingegneria informatica.

Una passione coltivata sin dai primi giorni di università, alimentata da notti passate sui libri, progetti e quell’ostinazione che ti ha spinta ad arrivare dove sei oggi.

Inizialmente tua madre non capiva molto bene perché non hai voluto fare scienze dell’educazione o infermieristica ma poi con il passare degli anni la tua tenacia l’ha convinta che forse, l’ingegneria è proprio la tua strada.

Sei consapevole di trovarti in un ambito che tradizionalmente è visto come “maschile” ma comunque scegli di inseguire questo tuo desiderio.

Anche un tuo amico ha vinto la stessa borsa di ricerca.

Con il passare dei mesi incominci ad accorgerti di alcune cose.

Il tuo amico riceve un certo stipendio che gli consente di portare avanti il suo progetto e di potersi mantenere. Tu invece ricevi un rimborso spese che a malapena copre la benzina che devi pagare per arrivare fino all’università.

Al tuo amico viene dato in dotazione un computer, un ufficio e una serie di tirocinanti dell’università che lo aiutano nelle ricerche. tu invece, beh, dicono che la biblioteca a 20 minuti di macchina sia abbastanza fornita quindi ti devi arrangiare da sola.

Eppure non ti arrendi. Anno dopo anno, pezzo dopo pezzo, porti avanti il tuo progetto con la determinazione di chi sa di non avere margini di errore.

Così, arrivi alla fine del terzo anno ed è tempo di discutere il tuo lavoro.

Prima però vai ad assistere a quella del tuo amico: si tiene in aula magna e l’università ha fatto in modo di sponsorizzarlo sui propri canali social. L’aula è gremita.

Qualche giorno dopo, un sabato mattina via webex e in concomitanza con tutta un’altra serie di seminari, ecco che arriva il tuo momento. Pochi presenti, sicuramente i tuoi genitori, ma poca risonanza. Nessuna foto, nessun post, nessuna visibilità.

Termini la tua discussione. Sei fiera di te stessa, stanca, ma fiera.

Eppure sai che le persone, vedendo i progetti che sono stati presentati questa settimana, penseranno che in fin dei conti il tuo amico è “naturalmente” più portato di te in ingegneria informatica.

Questa settimana di presentazioni però non può essere la fotografia del “merito”, della “predisposizione” verso un determinato sogno. È piuttosto il riflesso delle condizioni di partenza, del sostegno ricevuto e degli ostacoli affrontati lungo il cammino. In questa corsa il talento e l’impegno ci sono da entrambe le parti, le opportunità e i mezzi no perché c’è chi viaggia in auto e chi deve farsi tutta la salita a piedi.

Se sei arrivato a leggere fin qui e ti stai chiedendo se hai sbagliato blog, tranquillo: sei ancora su “La complessità del calcio”.
Metti per un attimo da parte l’ingegneria informatica e pensa allo sport. Ti accorgerai subito di quanto sia facile sovrapporre la storia appena raccontata con l’esperienza di molte calciatrici.
Nell’ambito sportivo però si sente anche molto spesso uno slogan: equal play for equal pay. Ma, così com’è formulato, rischia di raccontare una favola che non esiste, perché non viviamo in una società governata dalla pura e semplice meritocrazia.

Dire “uguale prestazione per uguale compenso” presuppone che tutti partiamo dalla stessa linea, con le stesse scarpe, lo stesso allenamento e lo stesso terreno sotto i piedi.
Ma, come mostra la storia che hai appena letto, la realtà è ben diversa: parlare di equal play for equal pay è una rassicurante finzione che ignora il contesto che produce disuguaglianze.

Quindi ogni volta che penserete allo slogan equal play for equal pay ecco che vi invito a cambiare prospettiva. Parliamo di “equal pay for equal play” dove per “pay” non intendiamo solo il mero stipendio ma l’insieme di opportunità materiali, economiche e sociali che contribuiscono al sostegno e alla dignità della persona. Riconosciamo quindi che il “gioco alla pari” non è una condizione naturale, ma qualcosa che si costruisce e che, prima di misurare le prestazioni, bisogna rendere equo il terreno su cui queste prestazioni vengono realizzate.

Vogliamo vedere la stessa qualità nelle prestazioni? Incominciamo dal voler vedere le stesse opportunità.

E diamoci tempo perché la semina richiede pazienza e costanza.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

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