MILAN LEGENDS – ROBERTO DONADONI: UN GIOCATORE UNICO

Tra la tarda primavera e il Natale del 1986 si compie un processo che farà le fortune dell’AC Milan e del calcio italiano.

L’avvento di Berlusconi alla presidenza del club rossonero modifica radicalmente alcuni postulati del football di casa nostra tra i quali quello che destinava i migliori prodotti del vivaio atalantino alla Juventus come unica e sicura destinazione.

Non sembrano sussistere dubbi in merito all’ipotesi che Roberto Donadoni, talento puro definito (secondo nomenclatura in uso a quelli tempi) “ala tornante”, sia destinato a vestire il bianconero.

Tutto sembra apparecchiato in tal senso quando irrompe la dirigenza rossonera a creare un precedente nella storia dei rapporti tra i club di casa nostra tanto che il giovane talento di Cisano Bergamasco viene acquistato dal Milan.

Non è l’unico acquisto di rilievo di una sessione di mercato, quella dell’estate 1986, che vede approdare in rossonero anche Dario Bonetti, Giovanni Galli, Giuseppe Galderisi e Daniele Massaro in previsione di una stagione che sarà ricordata più per la presentazione con gli elicotteri all’Arena Civica che per le performances della squadra, che raggiungerà l’agognata qualificazione alla Coppa Uefa all’esito dello spareggio contro la Sampdoria.

E’ un anno di transizione in cui il club rossonero pone le fondamenta per i successi futuri.
Alla guida della squadra  vi è Nils Liedholm che allena un mix composto da giocatori provenienti dal settore giovanile, da qualche anno in pianta stabile in prima squadra, e da  altri calciatori, tra cui Di Bartolomei, Manzo, Wilkins, Hateley Virdis, Tassotti, facenti parte di un gruppo  destinato a sciogliersi da lì a pochi mesi che vedrà solo gli ultimi due rimanere in rossonero.

In un’altalena di risultati buoni e meno buoni, e comunque non corrispondenti alle aspettative di grandeur della nuova dirigenza, si trascina la prima parte del campionato del Milan che, a pochi giorni prima di Natale, fa visita alla Roma, ancora scottata dallo scudetto svanito a causa della sconfitta con il Lecce retrocesso, che a sua volta sta scontando la fine dell’amore con il tecnico Eriksson ed il crepuscolo di alcuni eroi dei primi anni 80.

E’ una partita particolare caratterizzata da rigori negati ed inventati da un Agnolin non ai livelli della sua fama oltre che da giocate pregevoli ed errori banali, in un’atmosfera ovattata che miete tra le sue vittime uno dei calciatori più dotati ed intelligenti mai visti in Italia.

La ripresa è iniziata da una manciata di minuti quando Zbigniew Boniek, scambiando un fischio proveniente dagli spalti con uno dell’arbitro, si ferma improvvisamente nella propria area di rigore lasciando che l’avversario diretto si impossessi della sfera e serva Pietro Paolo Virdis, lesto a realizzare la seconda rete personale e a siglare la vittoria del Milan per due reti ad una.
Il giocatore che approfitta dell’amnesia del polacco è Roberto Donadoni, sino a quel giorno tra i più criticati dagli addetti ai lavori, che sta faticando ad imporsi nell’emisfero rossonero.
Giovandosi di una modifica al sistema di gioco approntata da Liedholm, Donadoni gioca una partita meravigliosa, a tutto campo, eccellendo nel dribbling, nella visione di gioco, nel dinamismo e facendosi trovare pronto in ogni azione.

Non perde un pallone, alterna velocità e raziocinio, si porta a spasso la Roma intera e non perde mai un tempo di gioco.

Parafrasando il titolo di un brano di Niccolò Fabi, ripreso da un film di Edoardo Leo, dal titolo “Lasciarsi un giorno a Roma”, la storia tra l’AC Milan e Donadoni potrebbe essere rubricata alla voce “Trovarsi un giorno a Roma”.

Anche se il proseguo della stagione sarà un saliscendi di buone e cattive prestazioni (al punto che Liedholm verrà accompagnato alla porta a 5 giornate dal termine del campionato per far posto a Fabio Capello), le capacità dell’ex atalantino non sono in discussione al punto che il nuovo tecnico Arrigo Sacchi, nell’estate che porta all’annata successiva, a precisa domanda sulla stagione non esaltante di Donadoni e Massaro, risponde che proprio da loro si attende un gran rendimento.

Ci azzeccherà con il primo. Meno con il secondo che spedirà a Roma in prestito prima di riabbracciarlo e rimodularlo secondo canoni calcistici che gli allungheranno la carriera.

Cresciuto, come detto, nelle giovanili dell’Atalanta, sotto la guida dei tecnici Scarpellini e Casati e  del maestro Bonifacio, sarà protagonista dell’epopea rossonera e di 63 presenze in azzurro non di rado condite dall’essere il migliore in campo.

Azzurro che lo vedrà sconfitto in due edizioni dei campionati del mondo ai calci di rigore secondo un destino già testato in finale del campionato europeo under 21 nel 1986.

Prima di delinearne le caratteristiche è il caso di ribadire un concetto più volte segnalato in questo blog ovvero come, nel calcio del periodo antecedente la rivoluzionesacchiana, il numero 7 (definito approssimativamente tornante) rappresenti l’elemento a cui viene delegata la “fantasia”, ovvero l’estro calcistico, secondo una tradizione inaugurata da Meroni a cui Domenghini addiziona la capacità aerobicaprima che Causio la innesti di classe e che Bruno Conti, passando per Claudio Sala, la sposti su ambo i lati del campo anziché su uno solo.

Roberto Donadoni rappresenta il mix delle caratteristiche di tutti i suoi precedessori in azzurro.

E’ l’ultima delle ali secondo vecchia nomenclatura ed il primo dei trequartisti a tutto campo.

Si trequartista!

Non avete letto male. Nel primo anno di Sacchi in rossonero, quando ancora Rijkaard non fa parte della rosa, con Colombo ed Evani sulle fasce con i rispettivi terzini che si sovrappongono a loro, è lui che divide con Ancelotti la zona centrale del campo.

Dopo gli esperimenti delle prime giornate, il tecnico di Fusignano trova la quadra affidando a Roberto le chiavi della manovra offensiva, permettendogli di agire a 180 gradi, dimostrando ancora una volta come le conoscenze collettive e la sincronia di movimenti non limitino il talento, anzi lo esaltino.


Ne esce un giocatore speciale.

Nel Milan è un fromboliere a tutto campo che arma l’azione in funzione di un football del tutto nuovo.

In nazionale, in seno ad un sistema basato su principi meno evoluti, ritaglia pagine di grande calcio risultando immarcabile ed allo stesso tempo razionale prima che l’arrivo di Sacchi lo riporti ai movimenti appresi in rossonero.

La peculiarità risiede nella circostanza che cotanta classe non sconta difetti di generosità; anzi!
Donadoni è la perfetta dimostrazione che il giocatore di talento, quando si dimostra generoso, è destinato a ricevere ancora più credito dai compagni che ne apprezzano l’abnegazione e sono portati a loro volta al sacrificio per permettergli di dipingere calcio.

Non avrà problemi nel corso della carriera a rimodularsi di volta in volta esterno o centrale in seno al sistema di gioco di Sacchi o di Capello.

In occasione del campionato del mondo 1994 traslocherà dal centro ai lati del campo a seconda delle scelte del mister di Fusignano.

Dal finire del 1990 a metà del 1992 vivrà anche un periodo di leggera flessione che lo terrà lontano dalle convocazioni azzurre ma, una volta rientratovi per merito, tornerà titolare sino all’Europeo 1996.

A volte, per giustificare la mancanza di continuità di giocatori estrosi o, meglio, per definire talenti dal comportamento non irreprensibile, si utilizza il termine “genio e sregolatezza”.


Nel caso di Donadoni la locuzione corretta è “genio e regolatezza”.

E’ la prova compiuta che si può essere qualitativi, imprevedibili, per certi versi geniali, senza dover cadere per forza in comportamenti irrazionali, maleducati, da protagonisti irrispettosi.

Roberto Donadoni ci insegna che il calciatore di personalità non è colui che fa parlare di sé per i comportamenti “border line” ma quello che determina, dirime e si rende fondamentale grazie alla serietà. La serietà non limita l’estro: lo rende ancora più dirimente.

Con tutto il rispetto per i noti predecessori in azzurro, con Donadoni ci troviamo di fronte ad un giocatore più completo.

Prima di lui c’era chi eccelleva per il dinamismo, chi per il cross, chi per la visione di gioco, chi  per l’eleganza, chi per la finta, chi per il dribbling.

Donadoni eccelle in tutto ciò!

L’abilità di giocare con ambo i piedi gli consente di non perdere tempi di gioco anche a fronte di avversari più veloci di lui.

Se per alcuni calciatori si è soliti scomodare il termine “calciatore intuivo”, nel suo caso dobbiamo parlare di calciatore “deduttivo” perché è in grado di capire l’evolversi dell’azione mentre questa si sviluppa.
Sa opzionare di volta in volta la decisione opportuna.

Rifugge dal concetto di calciatore automa e, pur all’interno di un sistemo codificato, riesce a rendere la giocata imprevedibile per gli avversari.

L’incredibile padronanza del corpo, in particolare del bacino, lo rende eccellente nel dribbling che è in grado di sviluppare, lanciato od in surplace, su ambo i lati del campo e grazie ad entrambi i piedi.

Nella fase di conduzione della sfera, non disdegna portarsela avanti con dei piccoli tocchi d’esterno che gli permettono di non perdere mai il contatto con il pallone ed, allo stesso tempo, di sfidare tecnicamente all’avversario diretto.

Quando ha la palla sul destro, è in grado di approntare un’ulteriore tipologia di dribbling che potremmo definire “di contenimento”: un movimento atto non a saltare l’uomo ma a “tenere la palla”, virando mentre fa leva sul piede sinistro, che funge da perno, e controllando la sfera con l’esterno del destro mentre ruota su stesso.

Per quanto abile in questa caratteristica, non si tratta di un calciatore innamorato della palla. Quando c’è da servire il compagno lo fa sempre con i tempi giusti.

Non siamo in presenza di uno di quei calciatori dotati tecnicamente che “si piacciono” e abusano di finte e controfinte per la disperazione degli attaccanti: la capacità di servire il compagno è da autentico trequartista.

La palla, che riceve sempre con postura perfetta avendo contezza dello spazio a disposizione e della giocata da porre in essere, pare felice tra i suoi piedi che la addomesticano con maestria mentre è solito alzare di tanto in tanto la testa non solo per osservare i movimenti dei compagni ma anche per prefigurarsi in anticipo lo sviluppo dell’azione.

Se c’è da crossare subito lo fa. E spesso il traversone risulta perfetto.

Con il passare degli anni la minor vivacità lascia spazio ad una capacità di leggere le situazioni di campo sulla quale posa il suo magistero di fine carriera.


Emblematico quanto accade a metà del 1994 quando vince la Champions League nella notte di Atene e, successivamente, è protagonista al campionato del mondo negli USA.

Per comprendere la quantità di opzioni di dribbling a suo appannaggio possiamo confrontare il secondo goal di Massaro nel 4-0 al Barca ed il goal con cui Dino Baggio porta avanti l’Italia nel quarto di finale  contro la Spagna.

Entrambe le azioni sono sviluppate da Donadoni sul fronte offensivo sinistro, quello del suo piede debole.

In occasione della prima punta l’uomo, lo salta ed arma il piede del compagno servendolo a rimorchio. Nella seconda, anziché puntare l’avversario, fa in modo che costui venga attratto per  girare su stesso e servire il mediano azzurro.

Due scelte diametralmente opposte per arrivare a soluzioni simili: come volevasi dimostrare, frutto della capacità di opzionare sempre la soluzione preferibile.

La continuità di rendimento è il suo forte, risultando in questo diverso da altri pari ruolo dell’epoca. In ogni sua prestazione, anche in quelle meno brillanti, vi è sempre la sensazione di positività, di un calciatore funzionale alla squadra.

Le stagioni con Sacchi lo vedono protagonista in tutte le vittorie. Gli rimarrà il rammarico della mancata partecipazione alla finale di Coppa dei Campioni 1990 a causa della squalifica a seguito del rosso sventolatogli nei supplementari della gara di ritorno dei quarti di finale contro il Malines. Unica circostanza in cui viene meno alla sua proverbiale correttezza dopo essere stato picchiato in continuazione. E’ una di quelle serate in cui risulta impossibile negoziare con lui e l’unico modo per fermarlo è ricorrere alle maniere forti. Nel momento stesso in cui esce il cartellino dal taschino dell’arbitro si sta già disperando…

E’ l’eccezione che conferma la regola nella carriera di un uomo illustratosi dentro al campo e poco propenso all’essere protagonista fuori.

Un calciatore celebrato, sì, ma non abbastanza per il suo valore e la sua completezza.

Il tuorbillon di esterni, più o meno offensivi, che affollano Milanello nell’era Capello (Lentini, Eranio, Fuser solo per citarne alcuni oltre ai già presenti) non gli toglierà importanza nella squadra rossonera che lo vedrà impegnato talvolta anche come centrocampista centrale.

Trascorrerà altre stagioni a nascondere la palla agli avversari avendo, tra le tante, anche la qualità di sapersi gestire.

La storia con la nazionale, come accennato, gli ha regalato gioie e prestazioni super ma lo ha visto per due volte uscire ai rigori dalla massima competizione mondiale.

Non si ricorda mai abbastanza la circostanza secondo cui l’azione del pareggio di Roberto Baggio contro la Nigeria tragga origine da una sua giocata, con cui libera Mussi sulla sua corsia, come da comprovato copione di Sacchi, in un mondiale, quello del 94, che il nostro gioca su livelli eccelsi e che lo vede tra i pochi a non patire le proibitive condizioni ambientali.

Quanto all’edizione precedente, replichiamo di seguito quanto scritto su di lui in occasione del contributo sull’Italia 1990, pubblicato in questo blog:

“Chi ha descritto il suo rendimento al mondiale come “eccezionale” è incappato in un evidente errore perché questo termine presuppone si tratti di un’eccezione.

 Ed invece, nel Milan come in azzurro, è normale per lui esprimersi su quei livelli.

All’estro, al cross e al dribbling addiziona la capacità di vedere il gioco alla pari di un regista oltre che un dinamismo sconosciuto ai suoi nobili predecessori rispetto a quali possiede la dote di utilizzare entrambi i piedi. E’ spesso il migliore in campo.

Nonostante gli uruguagi prima e gli irlandesi poi lo riempiano di calci non si lamenta.

 La palla quando transita per i suoi piedi è in cassaforte.

Il valzer delle sostituzioni nel reparto offensivo non lo coinvolge mai”.

(Le grandi squadre che non hanno vinto il mondiale: “L’italia del 1990: Notti magiche tranne una” parte I e II)

Una volta raggiunta la consacrazione calcistica, venne chiesto a Nils Liedholm lumi sul perché nella sua prima stagione al Milan, Donadoni non avesse offerto il medesimo rendimento delle stagioni successive. Il Barone rispose dicendo che era solo questione di tempo perché era l’unico suo giocatore che in allenamento riusciva a dribblare Baresi.

Conclusa l’esperienza statunitense ai NY Metrostars, che non gli preclude la convocazione all’Europeo 1996, torna per un paio d’anni in rossonero prima di intraprendere la carriera di allenatore.

Dopo anni al Livorno, intramezzati da una breve esperienza al Genoa, assume l’incarico di CT azzurro a seguito del trionfo mondiale del 2006, anche su espressa richiesta dei calciatori che lo preferiscono ad altri candidati.

 
Non sarà un’esperienza memorabile, ancorché una volta ancora conclusa con una sconfitta ai rigori all’europeo 2008 al cospetto della Spagna che da lì in poi avrebbe dominato il mondo.

La scintilla, tuttavia, non scatta causa appagamento e/o momento di scarsa forma di alcuni eroi del 2006 e l’impossibilità di fruire delle prestazioni di calciatori importanti tra cui Totti. A ciò si aggiunga la buona sorte che, dopo esser stata dalla parte azzurra in Germania, gli volta le spalle privandolo del capitano Cannavaro, senza contare l’annullamento per fuorigioco di un goal di Toni alla Romania con il centravanti azzurro in posizione assolutamente regolare.

Il suo essere hombre vertical non gli fa sconti, anzi.

Dopo un rapporto così così con De Laurentis, culminato con un esonero a Napoli, si cimenta nel mangiallenatori Cellino.

 Il tutto dopo aver già sperimentato la gestione umorale di Spinelli e Preziosi.

Come non bastasse, allo spirare di due anni importanti a Parma, deve gestire una situazione di totale incertezza per poi accasarsi a Bologna prima dell’esperienza cinese.

La sensazione di chi scrive è che, ad oggi, ancora non sia stata fatta giustizia nel celebrare questo giocatore di cui si tende a dimenticarsi quando si redigono le nostalgiche classifiche degli anni 80 e 90.

Roberto Donadoni è stato un giocatore unico non solo perché di calciatori simili non se ne erano visti prima del suo avvento ma anche perché il calcio italiano non è stato più in grado di  produrne dopo di lui.

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

Una risposta

  1. Buonasera Alessio sono d’accordo su tutto: Roberto Donadoni è stato un giocatore immenso di quel Milan, che amava la concretezza. Forse ricordo male, ma mi sembra che il gol a Belgrado (quello convalidato) nasce da un traversone di Donadoni in equilibrio precario. Come abbia fatto, lo sa solo lui. Anche come allenatore a me piaceva.

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