ANALITICO E SITUAZIONALE: UN CONFLITTO INUTILE

Nel dibattito sull’allenamento calcistico moderno, spesso si contrappongono i termini ‘analitico’ e ‘situazionale’. Un conflitto sterile, fondato su una comprensione incompleta e riduttiva di entrambi i concetti.

Intanto, né l’uno né l’altro, presi singolarmente, possono assurgere a metodo di allenamento completo. E per di più, essi non designano autenticamente il loro significato profondo, né rappresentano ciò che realmente accade durante una prestazione calcistica. Metodo analitico e metodo situazionale: due imprecisioni diventate scuole di pensiero. Da decenni si dibatte attorno a due termini che, sebbene abbiano assunto dignità di “scuole di pensiero”, nascono in realtà da enormi imprecisioni concettuali. Queste due espressioni si sono radicate nel linguaggio comune, nella formazione degli allenatori e perfino nelle dispense ufficiali, pur non riuscendo in alcun modo a esaurire la complessità del processo dell’allenamento. Il motivo è semplice: nessuno dei due è autosufficiente, né descrive fedelmente la natura dell’agire calcistico e del processo attraverso cui si manifesta il gioco nella sua autentica realtà.

Il Significato di Analitico

L’approccio analitico, nel suo senso più autentico, non è altro che l’intervento puntuale dell’allenatore per correggere eventuali errori riscontrati sia nelle condotte soggettive motorie o tecniche emersi durante il gioco. Non è una metodologia autonoma, ma un’azione correttiva, di supporto. Per esempio, se un calciatore sbaglia sistematicamente il controllo orientato sotto pressione, l’allenatore può curare quell’aspetto per focalizzare l’attenzione tecnica su quella specifica difficoltà.

Il Significato di Situazionale

Il situazionale, invece, rappresenta un frammento di gara che emerge dal contesto stesso del gioco. Non si costruisce artificialmente, ma si riconosce nella dinamica fluida e imprevedibile della partita. Per esempio, una transizione offensiva con superiorità numerica è una situazione che può essere colta e valorizzata in un allenamento, creando condizioni che la stimolino senza snaturarne l’origine emergente.

L’inadeguatezza come metodi autosufficienti

L’errore concettuale nasce quando si pensa che l’uno possa sostituire l’altro. L’analitico decontestualizza e isola, il situazionale rischia di diventare una simulazione vuota se non radicata nella realtà autentica del gioco. Entrambi devono essere strumenti all’interno di un orizzonte metodologico più ampio e coerente, come quello dell’approccio fenomenologico-enattivo, dove ogni gesto trova senso, significato e scopo all’interno dell’esperienza situata del gioco.

SCENDIAMO NEL DETTAGLIO

ANALITICO: origine e significato del termine ‘analitico’

Il termine ‘analitico’ deriva dal greco antico “ἀνάλυσις” (análysis) che significa scomporre, sciogliere, discriminare. In ambito metodologico e cognitivo, analizzare significa dividere un tutto nei suoi elementi costitutivi, per comprenderne la struttura interna. Nell’ambito dell’educazione l’analisi è uno dei livelli cognitivi descritti nella tassonomia di Bloom (1956), che si colloca dopo la comprensione e l’applicazione, e prima della sintesi e della valutazione.

Nel contesto calcistico italiano si è consolidato un uso improprio del termine ‘analitico’. Con esso si descrive una sequenza metodologica che procede ‘dal semplice al complesso” (e anche qui non ci siamo) intesa come progressione didattica lineare: dall’esercizio all’esercitazione, dalla situazione al gioco, fino alla partita. Questa progressione è tipica di un approccio riduzionistico – deduttivo e non analitico.

Inoltre, definire analitico un esercizio a coppie dove il gesto tecnico viene eseguito nella sua interezza è un altro errore. Tale esercizio è da considerarsi globale ma decontestualizzato dal gioco. Quando due calciatori collocati l’uno di fronte all’altro si esercitano tecnicamente, qualsiasi sia il gesto in questione, lo eseguono nella sua totalità e, pertanto, non è un lavoro analitico perchè, se così fosse, facciamo l’esempio del calciare, l’allenatore dovrebbe procedere in questo modo: curare prima il tipo di approccio alla palla, passare successivamente alla posizione del piede di appoggio e via di seguito per poi far eseguire il gesto nella sua globalità. Traslando l’esempio in ambito scolastico e supponendo che il bambino debba scrivere la parola madre, se l’alunno la scrivesse tutta intera saremmo nel metodo globale se invece la scrivesse in modo analitico dovrebbe prima distinguere le vocali dalle consonanti, formare poi le sillabe e infine mettere tutto insieme per formare la parola. Ora, mi chiedo: c’è qualcuno che lavora così? La risposta, ovvia, è no. Di contro, ogni qualvolta se ne ravvisasse la necessità, ogni allenatore dovrebbe affrontare il dettaglio con “analisi e intervento”.

SITUAZIONALE: origine e significato del termine ‘situare’

Il termine deriva dal latino ‘situare’, forma verbale tardo-latina derivata da ‘situs’, participio passato di ‘sinere’ che significa porre, collocare, lasciare. ‘Situs’ ha anche il significato di posizione, luogo, situazione e, nel suo uso originario indicava ciò che è posto in un determinato contesto spaziale. Con il tempo, il concetto si è arricchito assumendo anche una valenza temporale: non esiste posizione che non sia anche temporalmente determinata. Dunque, situare significa collocare qualcosa nel tempo e nello spazio, riconoscendole una relazione con un contesto più ampio.

Il giocatore è sempre situato

Se ogni cosa collocata nel tempo e nello spazio è situata, allora ogni giocatore è sempre situato nel gioco, a prescindere dalla sua distanza dalla palla o dalla presenza di un avversario diretto. Anche il giocatore che si trova lontano dalla palla, senza opposizione diretta, è pienamente situato nel contesto di gioco; partecipa attivamente o potenzialmente a una configurazione dinamica più ampia. Ridurre la nozione di ‘situazione di gioco’ alla mera presenza dell’avversario è una semplificazione riduttiva e fuorviante.

Situazione di gioco: una definizione più profonda

La ‘situazione di gioco’ è un frammento di una configurazione di gioco più ampia che si manifesta in forma locale, ma che trae senso e significato dal tutto. Essa non si riduce alla sola interazione tra giocatore e avversario, ma comprende le relazioni dinamiche tra giocatori, palla, spazio, tempo, intenzioni, possibilità e configurazioni emergenti. Ogni situazione è, quindi espressione di una complessità in atto e può essere riconosciuta come tale solo se letta nel suo contesto.

Esempi Pratici

Errore: un attaccante fatica a controllare la palla spalle alla porta con il difensore in marcatura stretta.

Intervento analitico: attività specifica su postura, protezione del pallone, uso del corpo.

Integrazione situazionale: inserimento dell’attaccante in un 3 vs 3 a supporto di una transizione offensiva per replicare la situazione reale.

Errore: un centrocampista sbaglia la scelta di passaggio sotto pressione.

Intervento analitico: riflessione sull’orientamento del corpo, percezione della pressione, analisi decisionale.

Integrazione situazionale: gioco di posizione con pressioni e vincoli di tempo per stimolare lettura e rapidità di scelta.

Già nel lontano 1985 avevo avuto modo di intervenire su questi temi, anticipando il superamento di queste semplificazioni e utilizzare termini più appropriati per descrivere la realtà dell’allenamento e dell’apprendimento nel calcio. Finalmente, a distanza di decenni, anche la FIGC sembra aver accolto questa prospettiva nei suoi documenti ufficiali, dove compaiono, in modo più corretto, i termini “deduttivo” e “induttivo”. Questi ultimi sì che rappresentano modalità metodologiche coerenti con la complessità dell’esperienza calcistica: il deduttivo come processo che parte da principi generali per arrivare al particolare e l’induttivo come costruzione di conoscenza a partire dall’esperienza. E dall’emergere delle regolarità nel gioco. Entrambe le modalità, se ben comprese e integrate, possono contribuire a un modello formativo più solido, superando le dicotomie sterili tra analitico e situazionale

È ora che il dibattito sull’ allenamento si emancipi da termini imprecisi e si radichi in categorie realmente descrittive del fenomeno calcistico: il giocatore, il gioco, il contesto, l`intenzionalità, la percezione, la decisione e l’azione in un processo circolare e interdipendente.

CONCLUSIONI /APERTE

L’approccio fenomenologico-enattivo supera questa dicotomia offrendo un paradigma radicalmente nuovo: non si parte né dal gesto isolato dal gioco, né dalla situazione isolata dal contesto, ma dalla realtà autentica del gioco, colta nella sua interezza dinamica, abitata da soggetti che agiscono immersi nel contesto, in continua relazione fra loro e con l’ambiente. Questo approccio è antiautoritario, antidogmatico, maieutico e profondamente relazionale. Non impone modelli precostituiti, ma favorisce l’emergere del senso del gioco dall’ interno dell’esperienza del giocatore. Non forma esecutori, ma soggetti capaci di agire con intenzionalità, responsabilità e autonomia situata. Si tratta di un cambiamento epistemologico che sposta il focus: dall’istruire all’educare attraverso l’azione vissuta, dall’esecuzione all’esperienza dotata di senso, dal controllo alla fiducia nelle possibilità emergenti del contesto.

Allo stesso modo, l’approccio fenomenologico-enattivo si oppone alla sequenza tradizionale: spiego-dimostro-esegui–correggo. In questo schema, il sapere è esterno al giocatore, e il suo corpo è solo esecutore. Al contrario, il modello enattivo parte dal principio che l’apprendimento nasca nell’esperienza: nel gioco vissuto, il giocatore esplora, tenta, fallisce, riesce, riflette, modifica. È un apprendimento situato e significativo, non standardizzato e replicabile.

Il paradigma fenomenologico-enattivo si sviluppa come un viaggio a ritroso: dall’intero vissuto del gioco emergono configurazioni, condotte, significati e possibilità che si radicano nella corporeità intenzionale del soggetto in azione. L’atleta, e il calciatore è giocatore nel senso pieno del termine: è soggetto incarnato e situato, immerso in un mondo di senso, mosso da intenzionalità e guidato da un’intelligenza distribuita

Questo paradigma, in continuità con la Metodologia Operativa, di cui è la naturale evoluzione, è libertario perché riconosce il ruolo attivo e creativo del giocatore nella costruzione del gioco; è antiautoritario perché l’allenatore non impone schemi, ma facilita perché favorisce processi autonomi, è antidogmatico perché non si ancora a modelli rigidi, ma si apre alla complessità del contesto; è maieutico perché favorisce l’emersione del sapere pratico situato, già inscritto nel corpo e nelle relazioni del giocatore.

Supera ogni dualismo perché è inclusivo: non nega le tecniche o la tattica, ma le reinterpreta come emergenze significative di un agire intenzionale e situato. Non contrappone analitico e situazionale, ma li ingloba come strumenti al servizio dell’ambiente di apprendimento e del processo dell’allenamento. In questa prospettiva, attività analitiche e situazioni di gioco non sono fini, ma mezzi: dispositivi di facilitazione e mediazione.

La progressione tradizionale esercizio > esercitazione > situazione > partita a tema> gioco finale viene capovolta: si parte dal gioco autentico, per poi eventualmente rallentare, focalizzare, approfondire alcune dinamiche emerse. È il gioco che genera le domande, non l’allenatore che impone le risposte.

Il gioco di strada come ambiente enattivo originario.

Il calcio di strada è il prototipo dell’ambiente enattivo. In esso, il gioco era spontaneo, situato creativo, mai uguale a sé stesso. Il giocatore imparava adattandosi costantemente: al numero dispari, alla pendenza del marciapiede, alla velocità degli amici più grandi, alla regola inventate sul momento. Nessuno spiegava. Tutto si capiva nel fare.

L’errore non era punito ma rigiocato. Il contesto non era standard ma pieno di perturbazioni.E proprio queste perturbazioni erano il vero allenamento. Il calcio di strada ha formato generazioni di giocatori , creativi, imprevedibili.

È da lì che l’approccio fenomenologico-enattivo recupera l’idea di gioco come ambiente che insegna.

Il nuovo ruolo dell’allenatore

L’allenatore enattivo è architetto di contesti, non trasmettitore di nozioni. Non dice cosa fare, ma crea spazi di esplorazione in cui il giocatore possa attivare la propria intenzionalità. Osserva, ascolta, riformula, accoglie l’errore come manifestazione di senso. Il suo sapere è pedagogico, non normativo. Allena attraverso l’emersione delle condotte: individua pattern di comportamento e li trasforma in oggetti di riflessione e approfondimento. Ogni configurazione di gioco diventa una possibilità per capire meglio sé stessi, gli altri, il contesto.

In questo senso, allenare significa generare comprensione e non trasmettere istruzioni da eseguire.

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