MILAN LEGENDS: GUNNAR GREN – IN PRINCIPIO FU GREN, LO SVEDESE CHE VOLEVA ESSERE ITALIANO

FOTO DI COPERTINA, GRAZIE A “MAGLIA ROSSONERA

In principio fu il trio scandinavo GRE-NO-LI, acronimo creato dal giornalista Aldo Congiu per identificare questa profana trinità, poi vennero dall’Olanda i Tre Tulipani che resero grande il Milan di Arrigo Sacchi.

Successi in Italia, trionfi in Europa.

I due gruppi stranieri della storia del Diavolo hanno incarnato la stessa filosofia del club, vincente e continentale, segnando le rispettive epoche. In principio fu Gren, primo perno nobile in uno scacchiere tattico che con i decenni si è evoluto ma che ha avuto sempre un cervello, piedi in grado di pensare e di tradurre in traiettorie e lanci idee precedentemente intuite e immaginate, che dopo Gunnar conoscerà i vari Schiaffino, Sani, Rivera e, in tempi più recenti, Rijkaard, Albertini e Pirlo. Parliamo di piedi d’oro, di uno che, secondo il suo connazionale e compagno di squadra al Milan, Nils Liedholm, era “il Maradona degli anni Cinquanta, al pallone faceva fare qualsiasi acrobazia, poteva decidere da solo e risolvere qualsiasi partita.” Aveva il physique du rôle per insegnare in qualche liceo, ma per classe e talento la sua cattedra era la mediana del campo, di cui era il titolare in nazionale svedese e al Milan, per questo fu chiamato Il Professore, come lo è stato un altro dai piedi buoni e dal cervello sublime, Clarence Seedorf, perché in principio c’è sempre stato Gren a dettare le leggi della ragion pratica calcistica.

Il trio svedese si formò al Milan nel 1949.

Fu l’altro Gunnar, Nordahl, ad arrivare a Milano per primo, a creare quella rete di contatto con la madrepatria che porterà poi il più anziano Gunnar, Gren, e l’elegante Nils Liedholm a vestire la maglia rossonera. Gren arrivò in rossonero firmando un contratto di due anni e con alle spalle una carriera internazionale importante, suggellata dalla vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra del 1948.

I giornali lo descrissero come uno stratega in campo, uno che costituiva la quintessenza del calcio moderno, fusione tra tecnica e pratica calcistica. La curiosità attorno al campione svedese fu tanta, a tal punto che il giornalista Angelo Rovelli si lanciò in una descrizione dettagliata dal punto di vista fisico, come se si trattasse di un personaggio esotico: «Osserviamo Gren. Ha gli occhi cerulei. Un viso che pare una mela con due zaffiri incastonati. Oppure una porcellana, una figurina di porcellana, pelle liscia, naso rilevato. Quando alza gli occhi ha un che di felino, se fossimo avversari ne temeremmo la zampata improvvisa. Visto così, con quel suo modo semplice di vestire, quel suo tratto quasi fanciullesco, non si direbbe carico di quell’esplosivo di finte, di scatti, di serpentine, da far saltare molte difese. Fuori, appena fuori dallo stadio, Gunnar Gren ha l’aria di un giovanotto molto romantico, coi suoi capelli biondi, coi suoi occhi glauchi uscito dalle pagine di un romanzo di fine ottocento o di principio di secolo.»

La data ufficiale dell’esordio di questa straordinaria creatura tricefala è datato l’11 settembre 1949. Il Milan vinse 3 a 1 a Genova contro la Sampdoria e i tre svedesi, di cui pare difficile parlarne in maniera individuale, offrirono uno straordinario spettacolo di gioco e di classe, e i critici parlarono già di un banco che sarebbe potuto saltare. Oltre a dare un apporto importante di materia grigia lì in mezzo, Il Professore, contravvenendo al parere di alcuni che lo ritenevano attempato e in declino, segnò con i rossoneri 38 reti, i primi due nella trasferta di Venezia.

Il Milan della stagione 1949/1950 fu un’autentica macchina da gol che mise alle spalle dei portieri avversari ben 118 palloni! Lo stesso Gren fu autore di 18 gol, che non bastarono alla squadra di Czeizler per aggiudicarsi quello scudetto che mancava dal 1907. Ciononostante, la stagione fu rilevante per alcune vittorie, come il 3 a 1 nel derby di ritorno, dove Gren andò a segno, e le vittorie larghe, larghissime, come il 9 a 1 al Bari, il 6 a 2 alla Roma e il 7 a 0 al Torino, ancora in stato post traumatico dopo Superga. Ma tra tutti i risultati di quella stagione, resterà nella memoria il pletórico 7 a 1 in casa della Juventus, una figuraccia che i futuri campioni d’Italia vissero in diretta TV, la prima partita teletrasmessa nella storia della televisione italiana. Dopo il vantaggio dei padroni di casa, il ciclone nordico spazzò via la Vecchia Signora con la rete del 2 a 1 siglata proprio da Gren.

La stagione successiva si aprì con l’obiettivo dichiarato per Gren e il Milan di vincere il titolo.

Lo svedese segnò di meno della stagione precedente, un bottino dimezzato che risultò, tuttavia, utile al conseguimento dell’agognato titolo. I suoi gol furono pesanti, come quello che valsero i due punti contro la Fiorentina e il rigore, un tiro debole ma preciso, che chiuse i conti contro la Sampdoria. A fine stagione il Milan fu impegnato nella Coppa Latina, torneo che può essere considerato il progenitore della Coppa dei Campioni, nel quale si affrontavano le vincitrici del campionato italiano, francese, spagnolo e portoghese. Gren disputò entrambe le partite giocate nella Coppa dal Milan, la vittoriosa semifinale contro l’Atletico Madrid (4-1) e il netto successo contro il Lille per 5 a 0 in finale, limpida e senza sforzo. Nella finale lo svedese fu autore di una sontuosa partita, che mandò in bambola i giocatori francesi, in particolare il mediano Van Der Hart che alla fine non ne ebbe più e tirò un calcione a Gren. Double di lusso per i rossoneri che furono senza dubbio la squadra più forte di quella stagione in Europa. Nonostante l’avanzare dell’età, il giocatore di Göteborg rimase un punto fermo nella formazione e nella stagione successiva collezionò 31 presenze con 7 reti, dove risultò decisivo nella vittoria di Novara alla prima giornata, contro una squadra baldanzosa: «Svanito il sogno su un calcio d’angolo, su una mischia, su un tocco di Gren, quei tocchi che il Professore cava fuori dal suo repertoriotecnico: piede a punta in giù, gamba mezza rovesciata e colpo con l’esterno quasi di tacco. La palla di infilò nell’angolo a mezz’altezza, e fu la fine».

LA STATUA DI GUNNAR GREN ALL’ESTERNO DELLO STADIO “GAMLA ULLEVI” DI GOTEBORG

Questa volta fu ancora la Juventus a vincere il campionato, a sfilare lo Scudetto dalle maglie rossonere.

Gren fu utilizzato parecchio nella stagione successiva, 31 presenze, nella quale mise a segno 4 reti. Decisivo contro la SPAL alla terza giornata e in trasferta contro l’Udinese: stop di destro e tiro di sinistro, un gol da professore universitario di calcio.

A fine stagione il docente lasciò il Milan per andare alla Fiorentina: il triumvirato svedese si sciolse.

A Firenze le cose non andarono bene a causa di alcuni problemi con Fulvio Bernardini e dopo due anni decise di andare al Genoa alla veneranda età di 36 anni, per una sola stagione.

Il ritorno in patria all’Örgryte segnò gli ultimi anni della sua carriera da calciatore che culminarono con la straordinaria performance nel mondiale di casa, dove segnò un gol nella semifinale contro la Germania Ovest a 37 anni, 7 mesi e 24 giorni. La sua Svezia dovette arrendersi solo al Brasile di Pelé, Vavà, Didì e Garrincha in finale, ma quella nazionale segnò un periodo importante del calcio europeo.

Gren ci ha lasciati il 10 novembre 1991. È stato legatissimo all’Italia, che fece divenire la sua seconda casa.

Per i tratti del suo carattere, solare e amichevole, che lo facevano simile a noi mediterranei, l’Expressen così scrisse nel giorno della sua morte: Il suo più grande rammarico era di non essere nato italiano.

Ha vinto uno Scudetto con la Juventus nelle vesti di direttore tecnico quando, nel 1961, venne chiamato ad affiancare l’allenatore Carlo Parola.

Con il Milan ha vinto uno Scudetto (1950/1951) e una Coppa Latina (1951).

BIO: VINCENZO PASTORE

Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.

Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.

Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”

Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.

3 risposte

  1. Grazie Vincenzo, per il ritratto di questo immenso calciatore, uno dei primi “brasiliani europei”; forse il carattere non semplice ne ha limitato il rendimento in Italia. Mi risulta infatti, che anche al Milan non godesse di simpatie da parte di Tony Busini e per questo lasciò il Milan. Forse sono solo voci…

    1. Ancora un altro bell’articolo Vincenzo! Hai messo in evidenza alcuni aspetti di questo Gren passato alla gloria non tanto per le sue individualità, ma soprattutto per l’aver fatto parte di una maiuscola e duratura prestazione corale nel celebre trio rossonero degli anni a cavallo tra i 50 ed i 60. Dopo il canoro Trio Lescano tanto in voga in quel periodo arrivava il trio calcistico del Diavolo targato GreNoLi…e tornammo a scudettarci dopo ben 44 anni….per poi rifarci, non alla grande, ma semplicemente alla DiPiuProprioNonSi Può!!
      Un forte abbraccio.
      Massimo 48

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