FUGA PER LA VITTORIA E LA “PARTITA DELLA MORTE”

Siamo in piena estate e come capita ogni anno (per fortuna direi…) ci è stato riproposto in TV un film “gigantesco” che lega passione per il Calcio, valori etici e riferimenti storici: Fuga per la vittoria, indicato dalla rivista Rolling Stone nel 2015 al ventunesimo posto della classifica dei migliori film sportivi della storia del cinema.

Realizzato da John Houston nel 1981 (titolo originale “Victory”) e ambientato durante la Seconda Guerra mondiale, la pellicola ha rappresentato per decenni un vero “mito”, unendo attori famosi (Max von Sydow, Michael Caine, Silvester Stallone) a calciatori ancora più famosi (Bobby Moore, Ardiles e Pelè i più riconoscibili, ma anche Paul Van Himst, Kazimier Deyna, Hallvar Thoresen e Kevin O’Callaghan, identificati con sorpresa e curiosità grazie alle immagini finali con chiara indicazione di nomi e nazionalità).

Memorabili moltissime scene ma impossibile non citare la parata su rigore di Stallone,

la “bicicleta” di Ardiles

e la straordinaria rovesciata di Edson Arantes do Nascimento

Il film si scaglia apertamente contro il nazismo, trasformando il campo di gioco in una perfetta metafora delle Resistenza nei confronti delle ingiustizie e delle prevaricazioni messe in atto durante il conflitto e trasformando la “lotta” in gara, partita, scontro, ma attraverso il Calcio come mix di agonismo, impegno, spirito di squadra e determinazione di fronte alle difficoltà. 

Ma forse pochi sanno che si tratta di una pellicola che si ispira (liberamente) alla “partita della morte”, un evento storico accaduto a Kiev 83 anni fa (esattamente il 9 agosto) e sul quale è tuttora presente un certo alone di “mistero e leggenda”.

La capitale ucraina era stata occupata nel settembre del 1941 nell’ambito dell’Operazione Barbarossa e i nazisti avevano messo in atto una strategia che cercava di mantenere una sorta di “pseudo-normalità” permettendo di svolgere alcune attività sportive.

In questo contesto nacque la Ruch, una polisportiva molto gradita agli occupanti, che vedeva tra i suoi membri l’ex calciatore dello Zeldor Kiev, Georgij Svecov, responsabile del settore Calcio.

Ma la squadra destinata a diventare protagonista della storia era la Start.

Il team era stato creato da Josef Kordik, direttore di un panificio industriale e grande appassionato di calcio, che riuscì a riunire i migliori (ex) giocatori della Dinamo, la miglior squadra del Paese prima dell’occupazione tedesca.

Inizialmente Kordik aveva incontrato in un bar Nikolai Krusevich, portiere proprio della Dinamo, e lo aveva riconosciuto per una cicatrice al volto dovuta ad uno scontro di gioco. Da qui sembra essere nata l’idea di riunire un gruppo di atleti e partecipare al torneo cittadino organizzato dalle truppe di Hitler.

Per prepararsi vennero giocate una serie di “amichevoli” (10) che la Start vinse tutte cominciando proprio con un 2-0 contro i rivali filo-tedeschi allenati da Svecov, che, da quanto riportato da alcune fonti, cominciò a chiedere di escludere gli avversari dalle competizioni, usando il suo legame con le truppe di occupazione, ma ottenne “solo” che la Start giocasse  le sue partite in uno stadio minore, lo Zenit, che assunse in seguito proprio il nome di Start Stadium per rendere omaggio a quanto successo durante la Guerra.

Ed ecco che si arrivò al famoso incontro che si giocò il 9/8/1942 contro la Flakelf, un team composto principalmente da Ufficiali della Lutwaffe, l’Aviazione militare tedesca durante la Guerra.

 Si trattava di una rivincita dato che i nazisti erano stati sconfitti pochi giorni prima per 5-1 e quindi volevano ottenere un successo che sarebbe stato molto importante anche a livello propagandistico, come testimoniato dalle locandine che promuovevano la gara e che parlavano di una formazione tedesca “rinforzata”.

(La locandina che pubblicizzava una delle partite)

E di nuovo vinse la formazione allenata dal panettiere Kordik  (punteggio 5-3), di fronte a 2000 spettatori.

La squadra giocò in seguito un’ultima amichevole contro la Ruch umiliandola per 8 a 0.

Poco tempo dopo cominciarono gli arresti di molti giocatori della Start partendo da Mykola Korotkych che era della polizia segreta sovietica e venne giustiziato nel quartier generale della Gestapo; altri giocatori vennero deportati in un campo di concentramento (4 morirono nel corso degli anni) dato che formalmente erano membri del NKVD, cioè il Ministero dell’Interno Sovietico, anche se a quanto sembra, ne facevano parte tutti i calciatori della Dinamo non essendo possibile  all’epoca a Kiev essere dei calciatori professionisti pagati da una società.  

Questi arresti, con il conseguente scioglimento della formazione, hanno indubbiamente contribuito in modo significativo a alimentare il racconto mitizzato della partita della morte e non è facile nemmeno oggi avere informazioni dettagliate e univoche su quella vicenda ed i suoi protagonisti. Sembra infatti che il match in questione sia stato giocato senza violenza o pressioni da parte dei nazisti, come testimoniato dalla foto fatta in occasione della gara da entrambe le squadre e riportata di seguito.

(Le formazioni della partita: in bianco la Flakelf ed in “rosso” la Start)

Ma quello che personalmente trovo più interessante e pieno di significato è il fatto che in quella partita di 83 anni fa, disputata in una terra allora ed incredibilmente anche oggi martoriata dai conflitti armati, il Calcio abbia ancora una volta rappresentato un fenomeno “universale”, nonostante la follia della guerra e l’illogicità di un campionato da disputare tra prigionia, campi di concentramento, invasori e forze di resistenza.

E quella partita è stata ed è ancora l’occasione per esprimere passioni, emozioni, valori e per promuovere un certo senso di “giustizia”, non esclusivamente legata al risultato ma che dà più importanza a ciò che succede in campo, dove non conta l’appartenenza ma conta ciò il fatto di “provarci”, lasciando al “prima” e al “dopo” le barbarie della guerra.

E come tutte le cose legate alle passioni, la storia della “partita della morte” ancora vive, perché porta con sé un valore che è presente nello sport e nelle zone colpite e devastate dalla crudeltà umana: la Speranza, fattore motivazionale che va oltre i dati obiettivi o gli scenari “probabili” (per quanto riguarda il punteggio finale o gli esiti di un conflitto).

(Monumento dedicato ai giocatori della Start FC, situato davanti allo Stadio della Dinamo)

Perché ancora una volta il Calcio, nella sua complessità, era ed è qualcosa di molto semplice.

BIO: ANDREA FIORINDO

Nato e cresciuto in Piemonte da genitori veneziani, psicologo- psicoterapeuta e psicologo dello sport, vive a Torino dopo aver lavorato in diverse aree del Mondo caratterizzate da conflitti armati o catastrofi naturali.

Da oltre 20 anni si occupa di Comunicazione e Cross Cultural Communication.

Le sue passioni più grandi sono: Claudia (la sua compagna) e la loro “modern family”; i coltelli ed il Calcio, che considera una splendida occasione di trasmissione di valori familiari ed una fede da portare avanti “fino alla fine”.

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