Quello di campione è un concetto trasversale nel mondo dello sport: dal tennis all’hockey, dal crossfit al ciclismo, dalle arti marziali al calcio ci si muove dalla capacità di combinare abilità tecniche, fisiche e mentali riuscendo ad eccellere nella rispettiva propria specialità. Ma non solo. Campione è anche colui che animato da una forte motivazione e determinazione a raggiungere i propri obiettivi, decide di lavorare sodo per migliorare costantemente e imparando a gestire lo stress e la pressione delle competizioni.
La buona notizia è che possiamo tutti essere campioni nelle singole sfide che affrontiamo nel nostro quotidiano. E in questo possiamo farci ispirare dalle storie di chi nello sport si è forgiato, familiarizzando con l’idea di vedere se stesso fin da subito come un campione. Per entrare nel mood della fatica e del sacrificio, campione è chi visualizza e crede al proprio successo come un obiettivo raggiungibile e che quindi lavora per realizzarlo. Un presupposto necessario nell’identikit in questione, ha a che fare con una forte resilienza e la capacità di superare gli ostacoli e le difficoltà che si presentano lungo il cammino, imparando dagli errori e utilizzando queste esperienze per migliorare e diventare ancora più forti.

Dai un’occhiata a questa immagine, in primo piano c’è un ragazzino con lo sguardo pieno di sogni. Tutti lo chiamano Carlito, il documento d’identità dell’epoca in cui la foto è stata scattata, dice che ha 13 anni e di cognome fa Alcaraz, negli occhi un’intenzione scolpita in mente, quella di diventare un giorno il numero uno. Sul campo, ignaro di tutto, si allena Novak Djokovic, già nel pieno della sua grandezza e con una decina di Slam in bacheca (oggi ne annovera ventiquattro ed è il tennista più titolato di tutti i tempi). Carlito lo osserva, assorbe e forse in quell’istante non sta solo ammirando: sta visualizzando. Sta dicendo a sé stesso: “Un giorno sarò io lì. Un giorno toccherà a me”. Come diciamo nel gergo dei coach, il giovanissimo Alcaraz sta visualizzando sé stesso mentre solleva il trofeo, mentre corre intorno al campo per festeggiare con i suoi collaboratori e con il suo team. E lo fa proprio come faceva Djokovic qualche anno prima, alzando l’insalatiera nella cucina di casa.
La stessa fantasia, la stessa libertà, la stessa magia ha animato i files della mente del giovane Comotto, aggregato in questa estate di impegni e tournées internazionali, alla prima squadra del Milan. Per poche ore lui e Luka Modrić non si sono incrociati. Uno in arrivo, avendo già conquistato il cuore dei tifosi con parole da leader venuto a Milanello per fare la differenza, l’altro in partenza, direzione La Spezia. Ci sarebbe piaciuto immaginare Comotto guardare con ammirazione e devozione il campione croato, assorbendo ogni dettaglio del suo gioco. Non si sarebbe limitato a osservare, ma avrebbe visualizzato sé stesso al posto di Modrić, immaginando di essere lui a guidare la squadra con la sua visione di gioco e la sua tecnica. Visualizza sé stesso mentre segna un gol, mentre effettua un passaggio preciso, mentre festeggia con i suoi compagni di squadra. È probabile lo facesse già anni fa, quando il pallone d’oro croato vestiva la camiseta blanca, lo fa anche oggi, in questo inizio stagione in cui ha indossato la sua stessa divisa.
L’assoluta potenza del meccanismo di visualizzazione fa sì che ogni persona possa allenarlo come strumento per raggiungere i propri obiettivi: se Djokovic sognava i trofei da ragazzino mentre colpiva una pallina contro un muro bombardato a Belgrado e costruiva da solo i trofei di cartone di Wimbledon stringendoli come fossero veri, oggi quel trofeo lo ha alzato sette volte. Anche a Modric è capitato e lo stesso dicasi per Alcaraz. Allo stesso modo, Comotto può lavorare sodo per raggiungere i suoi obiettivi, allenando la stessa mentalità vincente dei grandi, quella che contraddistingue i campioni.
Il messaggio è chiaro: non basta sperare, bisogna agire con intenzione e determinazione. Lasciate stare la speranza e abbracciate con ogni vostra cellula l’intenzione di farcela. Utilizzate un dialogo interno funzionale, passate da “spero che succeda” a “lo sto facendo accadere”. Affrontate ogni giorno con intenzione, come se quello che desiderate stesse già prendendo forma. Con il lavoro, l’impegno, la fatica e le lacrime, la realtà, a quel punto, non potrà far altro che inseguirvi e concretizzarsi come conseguenza del processo.

Bio: Francesco Borrelli è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è condividere come Coach il suo ufficio a fianco alla “palestra delle leggende” di Milanello con Ibra.
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