CELESTE NOSTALGIA

Nell’estate 1982 la maggior parte dei sostenitori viola si ritrova a gestire un doppio stato d’animo.

Da un lato la rabbia e lo sconforto a seguito dello scudetto sfuggito per un soffio a causa di circostanze sfortunate quali gli oltre quattro mesi d’assenza del capitano Antognoni che, se presente, avrebbe garantito almeno quel punto in più per finire alla pari con la Juventus, e le rimostranze per gli episodi arbitrali dell’ultima giornata, di cui ancora si parla, a vantaggio della squadra bianconera in quel di Catanzaro e penalizzanti quella viola impegnata a Cagliari.
Episodi, secondo alcuni, dovuti al fatto che, con il mondiale alle porte, lo spareggio con 11 convocati azzurri in campo da giocarsi da lì ad  una settimana avrebbe causato troppi problemi alla preparazione della nazionale.

Dall’altro la gioia per la vittoria mundial, con cinque fiorentini tra i ventidue azzurri, peraltro calmierata dall’assenza per infortunio di Antognoni nella finalissima al punto che in molti a Firenze, quella sera, speravano la gara finisse in pareggio in modo che, secondo il regolamento di allora, la partita venisse ripetuta due giorni dopo, in tempo per permettere all’Unico 10 di recuperare.

Conclusa la rassegna mondiale l’eccitazione dei fiorentini viene rinfocolata da una miccia proveniente dal calciomercato che vede il club gigliato acquisire le prestazioni del capitano della nazionale argentina Daniel Passarella, libero con licenza di partecipare al gioco e di arrivare spesso alla conclusione in maniera insolita per il calcio italiano del tempo.

Il problema risiede nel fatto che, a causa della fine del prestito, la Fiorentina 82-83 non potrà riproporre Pietro Vierchwood, uno dei pilastri della stagione del “quasi scudetto”, in procinto di trasferirsi alla Roma con cui si laureerà campione d’Italia, che sarebbe risultato compagno di reparto ideale per coprire le spalle all’arrembante Passarella.

Per sostituire lo Zar viene scelto un giovane dai modi gentili con un fisico da corazziere dotato di un’indiscutibile avvenenza. Il nome di battesimo, Celeste, ne ricalca alla perfezione la trasparenza e delinea perfettamente una figura che nei nove anni di permanenza fiorentina si dimostrerà affabile, buona, gentile ed educata. Insomma, l’esatto opposto dell’immagine dello stopper arcigno, duro e cattivo in voga nel calcio italiano di quegli anni.

Il 1982 è anche l’anno in cui viene pubblicato uno dei pezzi più noti di Riccardo Cocciante dal titolo “Celeste Nostalgia” che ascoltato oggi, dopo aver appreso della scomparsa di Celeste Pin, risuona forte non solo nel titolo ma anche in alcuni suoi versi

“Il tempo di una follia
Che breve, fugge via

E poi? Cosa rimane dentro noi?

Questa celeste nostalgia…”

L’inizio fiorentino non è semplice perlui, con Passarella intento a scontare qualche mese di ambientamento oltre che a prendersi delle licenze offensive, e il nostro unico imputato della carente fase difensiva di una compagine che paga in molti elementi il post mondiale ed alla quale non riesce nulla di quanto riusciva l’anno precedente.

È sul finire dell’annata che le cose migliorano con il Caudillo argentino che prende definitivamente possesso della squadra e stringe con Celeste un’amicizia sincera nonostante i due siano completamente diversi per modi, atteggiamento e carattere.

L’anno successivo, grazie all’arrivo in società di Italo Allodi, vede la Fiorentina cambiare completamente visione e, a seguito di una brillante intuizione dell’allenatore De Sisti, la compagine viola propone la prima versione della difesa a tre vista in Italia, con due ali pure schierate in fascia, al punto che Michel Platini indica la Fiorentina quale squadra che pratica il più bel calcio.

Celeste è componente del terzetto con Contratto e Passarella che, come detto, agisce costantemente in proiezione offensiva.

In una squadra votata all’attacco è l’unico a “non salire”.

Non è nelle sue corde l’accompagnare l’azione ma risulta affidabile nelle palle alte e si integra perfettamente nel sistema.

La squadra fa innamorare la tifoseria ma, ancora una volta, un grave infortunio a Giancarlo Antognoni, durante Fiorentina-Sampdoria, la priva di un posizionamento più prestigioso del comunque ottimo terzo posto finale.

Paradossale che nelle immagini dell’infortunio, che spesso vengono mostrate nell’omaggiare il capitano, compaia proprio Pin (in una delle rare avanzate offensive in carriera) ad alimentare l’azione che si conclude con lo sfortunato intervento del sampdoriano Luca Pellegrini con cui farà coppia e stringerà amicizia nell’esperienza veronese.

Dopo due anni in viola Pin comincia ad essere apprezzato anche fuori dal campo e nella stagione 84-85 è uno dei pochi a non finire stritolato dai clan che si formano nello spogliatoio, reso fragile dall’assenza di Antognoni e spaccato dalla presenza di Socrates con alcuni calciatori quali Pecci, Gentile, Passarella, Giovanni Galli, Oriali e Massaro dalla personalità esondante.

Celeste è tra coloro che interagiscono meglio con l’asso brasiliano e non potrebbe essere diversamente considerato come la sensibilità sia un tratto discernente del proprio carattere.

Nemmeno l’acquisto di Claudio Gentile gli fa perdere centralità poiché il nuovo tecnico Aldo Agroppi, di cui è stato allievo e pupillo ai tempi della primavera del Perugia, non si fa problemi a lasciar fuori nomi importanti e schierarlo titolare.

Dopo una stagione anonima sotto la guida di Bersellini, culminata con l’addio della bandiera Antognoni, e le cessioni maturate nell’ultimo biennio dei summenzionati protagonisti, l’annata 87-88 dovrebbe vedere Pin tra i candidati alla fascia di capitano se non fosse che il nuovo tecnico Eriksson, portatore di idee all’avanguardia, decide di optare per una coppia di difensori centrali in linea formata da Battistini ed Hysen.

È un biennio in cui il numero di presenze di Celeste si affievolisce ma dalla sua bocca non esce una parola fuori posto. L’indisponibilità dello svedese farà si che giochi lo spareggio Uefa contro la Roma al termine della stagione 88-89 in cui risulta gladiatorio protagonista nella vittoria gigliata siglata, ironia della sorte, dall’ex Pruzzo.

Sarà proprio l’Europa a regalargli le soddisfazioni più grandi.

Al netto di un goal meraviglioso al Boavista nel primo turno dell’edizione 86-87 (proprio lui che non segnava praticamente mai), nella cavalcata che porta la Fiorentina alla finale di Coppa Uefa nella stagione 89-90 gli riesce di annullare avversari fortissimi.

Due su tutti: l’allora temutissimo Baltazar dell’Atletico Madrid e Karl Heinz Riedle del Werder Brema che da lì a due mesi si laureerà campione del mondo.

Sono partite epiche di una Fiorentina, prima sotto la guida di Giorgi e poi del suo ex compagno e amico Graziani, che vola in coppa ed arranca in campionato.

La finale contro la Juve è l’occasione che tutti i tifosi aspettano per vendicare lo sgarbo dell’82 ma è anche l’eccezione che conferma la regola nel percorso di una persona da sempre attenta ai comportamenti ed all’educazione.

Al termine della gara d’andata in cui la Fiorentina viene oggettivamente penalizzata anche a seguito della convalida di un goal viziato da un fallo da lui subito, sentitosi deridere ed offendere dal giovane bianconero Casiraghi, Celeste perde per la prima ed ultima volta la pazienza ed al microfono della Rai se ne esce con un: “Sono Ladri, sono!” che gli vale ancor più simpatie dalla tifoseria di quelle di cui già godeva.

L’impiego ridotto con Lazaroni gli farà prendere la triste decisione di lasciare l’Arno per giocare un quadriennio a Verona, dove tanto per cambiare si farà volere bene, prima di concludere la carriera a Siena quasi a certificare un amore per le città d’arte.

Il post carriera, circostanza non insolita per gli ex calciatori viola, lo trascorrerà rimanendo a Firenze, facendosi apprezzare per le innumerevoli iniziative sociali, per essere dirigente di alcune società locali e per l’impegno da opinionista nelle emittenti radiofoniche locali durante il quale cercherà sempre la critica costruttiva e non smetterà mai di guardare al futuro con ottimismo.

Appartiene al ristretto gruppo di calciatori ad aver giocato in viola sia con Antognoni che con Baggio e per i supporters gigliati che hanno vissuto l’infanzia e l’adolescenza negli anni 80 non è circostanza da poco.

Talvolta, quasi per commiserare chi non può vantare imprese eccellenti si usa la locuzione “una brava persona”.

Nel caso di Celeste Pin la locuzione corretta è una “persona buona”.

Celeste…. come la limpidezza del suo essere e come il senso d’indefinito che ci lascia questa assurda Celeste Nostalgia.

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

6 risposte

  1. Bellissimo articolo Alessio, Chapeau! La Fiorentina è sempre stata una squadra dotata di un eccellente gioco, ma troppo spesso è stata bersagliata da sfortuna o astruse alchimie di potere calciopolitico!
    Un caro saluto .
    Massimo 48

    1. Ti ringrazio.
      Scrivere di Celeste PIN significa trattare un decennio viola …
      Da Baggio ad Antognoni passando per Passarella, Socrates e altri grandi nomi in un periodo in cui anche le squadre minori potevano schierare calciatori importanti.
      Alessio

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