IL CANCRO DEL CALCIO DILETTANTISTICO

Il calcio dilettantistico italiano è un universo vasto e complesso: oltre 11.000 società, più di 1 milione di tesserati, migliaia di volontari, tecnici e famiglie coinvolte ogni settimana. È la spina dorsale del calcio nazionale. Ma oggi, più che un sistema sano e virtuoso, somiglia sempre più a un organismo malato, divorato da egoismi, opacità, sprechi e interessi personali.

Parliamoci chiaro: siamo davanti a un cancro sistemico. E come ogni malattia, va prima diagnosticato con onestà. Poi affrontato con rigore e coraggio.

Le 5 Metastasi del Dilettantismo Malato

1. Dirigenti Inamovibili e Incompetenti


Il 72% dei presidenti di ASD è in carica da oltre 10 anni (fonte: FIGC 2023), spesso senza alcuna formazione manageriale. Sono figure padronali, autoritarie, impermeabili al cambiamento. La società non è una comunità, è un regno personale.

“Un’associazione sportiva è diventata una poltrona da difendere, non un progetto da far crescere.”

2. Allenatori Narcisisti e Scollegati dal Territorio

Oltre metà degli allenatori nei settori giovanili dilettanti non possiede una qualifica riconosciuta UEFA (SGS-FIGC 2022). Sono spesso ex atleti, improvvisati, convinti che l’unico obiettivo sia vincere tornei. Educazione, metodologia, sviluppo a lungo termine? Assenti.

3. Genitori-Tifosi, Spettatori Tossici

Il 64% degli allenatori lamenta pressioni indebite da parte delle famiglie per far giocare il proprio figlio (CONI–UniBo 2021). Il campo diventa tribunale, lo spogliatoio un feudo personale. Nessun rispetto per ruoli, competenze, regole. Il merito si piega al cognome.

4. Sponsorizzazioni Opache e Riciclaggio

In molte società, soprattutto nei livelli più alti del dilettantismo (Eccellenza, Serie D), girano cifre enormi senza adeguata trasparenza. Sponsorizzazioni “anomale”, sponsor fantasma, fatturazioni gonfiate o prive di contropartita reale.

È un sospetto noto da anni: il calcio dilettantistico può essere usato come veicolo di riciclaggio di denaro.

5. Centri Sportivi come Terreni di Guerra

Gli impianti sportivi pubblici dovrebbero essere asset da valorizzare, condividere, sviluppare nel tempo. Invece diventano spesso oggetto di dispute con i Comuni, assegnati senza visione o strategia, gestiti con logiche da comitato di quartiere.

Il risultato: strutture fatiscenti, utilizzi inefficaci, zero programmazione.

Le Conseguenze Reali
 • Dropout giovanile altissimo: oltre 100.000 ragazzi tra 13 e 17 anni lasciano il calcio ogni anno.
 • Perdita di talento e motivazione: chi è bravo se ne va, chi resta spesso si arrende.
 • Società in perdita cronica: il 40% delle ASD chiude l’anno in negativo o con conti poco chiari (LND, stima 2023).
 • Calo di iscritti LND: -8% negli ultimi 5 anni.

Bilanci: Serve Controllo, Non Autocertificazione

Oggi i bilanci delle ASD sono autogestiti e autocertificati, spesso senza controllo formale. Questo è inaccettabile in un sistema che gestisce migliaia di euro pubblici e privati.

Serve l’obbligo di revisione da parte di enti esterni certificati.
Serve trasparenza totale, consultabile online. Ogni euro speso deve essere tracciabile. Come in qualunque ente che riceva soldi pubblici.

Le Cure Possibili (e Non Più Rimandabili)
 1. Formazione obbligatoria e continua per dirigenti, tecnici e staff
 2. Controlli federali sui bilanci con enti terzi indipendenti
 3. Codice etico vincolante per famiglie, dirigenti e tesserati
 4. Gestione impianti con piani di sviluppo pluriennali, non solo concessioni annuali
 5. Sistemi premianti per chi investe davvero nella crescita educativa e sportiva

Il Paradosso Finale

Oggi il calcio dilettantistico è sospeso in un’ipocrisia.
Vuole i soldi, ma non le regole.
Vuole girare cifre da professionismo, ma rifiuta gli standard del professionismo.
Vuole essere preso sul serio, ma continua a comportarsi da amatore.

E allora il bivio è chiaro:

O il calcio dilettantistico si struttura, si professionalizza, si fa controllare,
oppure torniamo indietro di trent’anni, quando eravamo davvero dilettanti: senza sponsor, ma anche senza ipocrisia.
Più poveri, forse. Ma più veri.

BIO: LUCA LUISI

Professionista del settore sportivo, specializzato in pianificazione strategica, sviluppo degli asset dei club e gestione finanziaria, ambiti in cui ha maturato esperienza anche grazie a un percorso parallelo nel settore creditizio. Laureato in Economia e Direzione d’Impresa con specializzazione in Management dello Sport, ha collaborato con realtà nazionali e internazionali, contribuendo alla crescita e alla sostenibilità dei progetti sportivi. In possesso della qualifica di allenatore UEFA C, ha completato il Master Executive in Management del Calcio organizzato da SDA Bocconi in partnership con la FIGC. Il suo approccio è orientato alla creazione di valore e allo sviluppo strategico dei club. È autore di due pubblicazioni dedicate al calcio e al management sportivo.

7 risposte

  1. Visione lucida, conclusioni condivisibili, ma totalmente irrealizzabili.
    Manca certamente un controllo, ma diventerebbe un ulteriore costo che in questo momento è insostenibile. Per fare sport in Italia, qualsiasi sport, i costi sono diventati proibitivi per le famiglie e il calcio, dopo tutto, è sempre uno sport meno costosi di altri.
    Il dropout di 100.000 atleti è fisiologico perché comunque il “sistema” non potrebbe gestirli: quante società stanno fallendo?
    Sulla formazione stendo un velo pietoso, anzi proprio un drappo perché l’unica emozione che si prova è l’imbarazzo.
    Su genitori abbiamo un tema culturale che non si affronta se non in anni di educazione sportiva a tutti i livelli.
    Sugli allenatori/DS che si credono fenomeni non c’è niente da dire: un male assoluto!
    Vedo che anche società dilettantistiche “managerializzate” faticano molto.
    Ultima cosa: la politica territoriale, sopratutto nelle grandi città, è completamente assente.

  2. Buongiorno Luca, ho “spolpato” questo articolo molto interessante e preciso. Sono d’accordo su tutto.
    Mi permetto di aggiungere un paio di cose: la prima inerente sempre al calcio è che già a livello oratoriale, i bambini/ragazzi vivono pressioni che in altri sport non ci sono. L’assillo del risultato per poi fare il “primaverile che conta” (esempio coppa Plus, anche come pronuncia e non plas come molti dicono!). La mancanza di ricerca da parte di molti allenatori, di far migliorare i ragazzi, crescendoli con spirito sportivo, per poter invece ottenere il risultato.
    La seconda cosa invece è l’accenno che le società dilettantistiche vogliono comportarsi come i professionisti:”vogliono i soldi ma non le regole”…
    Mi vengono in mente motociclette e monopattini elettrici, che si comportano come le auto, ma pretendono allo stesso tempi il “favore” delle biciclette: quindi, in strada a tagliare in ogni modo senza rispetto delle indicazioni, sui marciapiede ad attentare alla vita delle persone…
    È il nostro costume, evidentemente…

  3. Buongiorno Luca, complimenti per la lucida analisi.

    Il Paradosso Finale è un ritratto tanto fedele e trasversale, quanto spietato, della quasi totalità del Paese. A prescindere dallo sport. Da qui il mio pessimismo sulla reale volontà di riforma: servirebbe un cambio culturale radicale nella testa di noi italiani.

    Mutatis mutandis:
    oggi la quasi totalità dell’Italia vive sospesa in un’ipocrisia.
    Vuole i soldi, ma non le regole.
    Vuole girare cifre da professionisti, ma rifiuta gli standard del professionismo.
    Vuole essere presa sul serio, ma continua a comportarsi da dilettante.

  4. Non si può pretendere da chi è lì per passione ciò che si pretende da chi è lì per lavoro.

    Nel calcio dilettantistico, la motivazione dominante non è il profitto, né la carriera. È la passione.
    Chi vi si dedica – allenatori, dirigenti, genitori, volontari – lo fa nella maggior parte dei casi fuori dall’orario di lavoro, dalla famiglia, dalla vita privata, con l’unico obiettivo di stare dentro una comunità viva che educa, accompagna e cresce. È una forma di cittadinanza attiva. È cura relazionale. È dono.

    Pretendere da queste persone standard, verifiche, protocolli e performance modellati sul professionismo significa tradire la natura stessa del dilettantismo.
    Non si tratta di rifiutare la qualità, ma di riconoscere che la qualità umana ed educativa si sviluppa su basi diverse dal rendimento tecnico o dalla conformità amministrativa.

    “Il 72% dei presidenti è in carica da oltre 10 anni, spesso senza alcuna formazione manageriale”
    — si legge nel testo in questione.

    Ma si dimentica che quelle stesse persone reggono, spesso da sole, intere società sportive, creando spazi di relazione in contesti dove altrimenti i giovani non avrebbero nemmeno un campo dove incontrarsi. La formazione può essere auspicabile, ma non può essere imposta con logiche aziendali a chi agisce per spirito di servizio.

    “Gli impianti diventano oggetto di dispute con i Comuni, gestiti con logiche da comitato di quartiere”
    Sì, spesso è così. Ma perché?
    Perché non c’è una vera politica pubblica dello sport sociale, e i “comitati di quartiere” – tanto disprezzati – sono spesso gli unici ad assumersi la responsabilità concreta della gestione, nonostante risorse insufficienti, norme complesse e totale assenza di supporto strutturale.

    La verità è che la crescita sportiva, umana e – se vogliamo – anche economica non può prescindere dal riconoscimento pieno di questa natura relazionale, spontanea, volontaria. Non si tratta di idealizzarla, ma di progettare attorno ad essa, non sopra o contro di essa.

    Un sociologo direbbe che ogni sistema ha una sua logica interna, e che tentare di applicarvi modelli esterni senza ascolto, senza dialogo, senza rispetto equivale a generare disintegrazione, non evoluzione.

    Un altro paradigma è possibile
    Non quello del “bivio” falso e ricattatorio tra iper-controllo e nostalgia.

    Ma quello di una terza via: una crescita armoniosa, condivisa, fondata sull’alleanza tra competenza e passione, tra conoscenza e spontaneità.

    La trasformazione di cui c’è bisogno nasce non dalla pressione, ma dalla fiducia. Nasce non dal sospetto sistematico, ma dall’accompagnamento reciproco.
    Nasce non da riforme calate dall’alto, ma da percorsi formativi e organizzativi costruiti insieme, nel rispetto dei tempi e delle identità locali.

    In questo orizzonte, anche parole come “formazione”, “trasparenza”, “etica” acquistano un altro significato: non strumenti per selezionare o punire, ma occasioni per conoscersi, crescere, riconoscersi parte di un cammino comune.

    Sì, vogliamo una crescita. Ma una crescita che includa, non che escluda.
    Che unisca, non che specializzi.
    Che valorizzi l’impegno quotidiano, non che lo giudichi da metriche esterne.

    Il dilettantismo, per rinascere, ha bisogno di umanizzazione organizzativa, non di ingegneria sociale.

    Ha bisogno di legami veri, di ascolto tra generazioni, di visioni che sappiano tenere insieme il corpo, la mente, le emozioni, la comunità.

    È lì che vive la vera riforma:
    Nella quotidianità etica, nella partecipazione autentica.
    Nell’alleanza viva tra chi agisce, chi accompagna, e chi crede che un campo di calcio, in fondo, possa ancora essere uno spazio di bene comune.

    1. Percorsi di Formazione Leggera, Partecipata e su Base Volontaria
    Perché?
    Nel testo si afferma chiaramente che “la formazione può essere auspicabile, ma non può essere imposta con logiche aziendali”.
    La soluzione, allora, è offrire percorsi formativi come spazi di crescita relazionale, non come obblighi burocratici.

    Proposta concreta:

    Creare laboratori locali (non corsi frontali standardizzati), gratuiti o a basso costo, dove dirigenti, tecnici e volontari possano condividere esperienze, buone pratiche e dubbi.

    Format brevi, orizzontali, condotti da facilitatori esperti più che da “formatori”.

    Valorizzare i saperi informali già presenti: un presidente esperto che condivide, non che viene giudicato.

    Obiettivo: Promuovere apprendimento autentico, non omologazione.

    2. Riconoscimento pubblico del volontariato sportivo come forma di cittadinanza attiva
    Perché?
    Il testo parla di “cura relazionale” e “spirito di servizio”. Ma spesso chi fa volontariato nello sport dilettantistico resta invisibile o sottovalutato, anche agli occhi delle istituzioni.

    Proposta concreta:

    Istituire, a livello comunale o regionale, un registro dei volontari sportivi con riconoscimenti pubblici simbolici (certificati civici, premi annuali, crediti per formazione continua, agevolazioni locali).

    Avviare campagne di comunicazione che celebrino il valore del volontariato sportivo come contributo al benessere sociale, non solo all’attività sportiva.

    Creare reti locali di mutuo supporto tra società, in modo che le competenze e il carico di lavoro siano condivisi.

    Obiettivo: Dare dignità e valore sociale a chi agisce nel silenzio e nella gratuità.

    3. Patto di corresponsabilità tra società, famiglie e amministrazioni locali
    Perché?
    Il testo afferma che “la trasformazione nasce dall’accompagnamento reciproco” e “non da riforme calate dall’alto”.
    Servono alleanze vere, tra chi vive il campo ogni giorno e chi lo governa da fuori.

    Proposta concreta:

    Promuovere in ogni territorio un “patto educativo locale per lo sport dilettantistico”, firmato da società, famiglie, enti pubblici e scuole.

    Il patto stabilisce principi condivisi (rispetto dei ruoli, responsabilità diffuse, uso condiviso degli impianti), ma anche strumenti di dialogo, come incontri periodici tra dirigenti e genitori o sportelli comunali dedicati al supporto delle ASD.

    Questo patto può diventare criterio per l’accesso a fondi pubblici o all’uso agevolato di impianti, favorendo chi si impegna nel costruire relazioni, non solo risultati.

    Obiettivo: Costruire una governance dal basso, fondata sulla fiducia, non sul controllo.

  5. Ho letto i titoli e mi sembrano centrati.
    Il calcio è uno solo.
    Le categorie dilettantistiche in prossimità di quelle professionistiche hanno un senso se sono un bacino del professionismo.. Saluti a Filippo.

  6. Se si analizza l’articolo sul piano teorico si può convenire in generale con quanto affermato.
    Ma l’argomento trattato non può essere così generalista, miscelando insieme situazioni molto diverse tra di loro.

    Manca poi la componente ambientale come il tifo e la ricchezza-povertà del territorio.

    Poi, le problematiche economiche tra quarta serie, eccellenza, promozione e I categoria sono decisamente diverse.

    I costi dell’eccellenza e della quarta serie sono rilevanti. Discreti quelli della promozione e abbordabili quelli della III, II e I categoria.

    Poi, il tema delle scuole calcio è totalmente diverso.

    Ti sottopongo un esempio, di tanti anni fa a San Giorgio a Cremano un imprenditore prese in mano la società (eccellenza) e gli costava all’epoca non meno di 300 milioni l’anno. Dopo pochi anni dovette ritirarsi e non so se si è venduto il titolo o lo ha abbandonato.
    Quando si chiuse quel calcio a San Giorgio, io e altri 14 amici avevamo una scuola calcio e i tifosi ci chiesero di creare noi una squadra che puntasse all’eccellenza.

    Ci fondemmo con una società di Portici che aveva il titolo di 1^ categoria. I calciatori di quella squadra furono lasciati liberi. Portammo avanti il discorso di giocare con i nostri ragazzini (quelli che per età non erano più allievi), la cosa ci ha fatto galleggiare nella parte bassa della classifica, per 5 anni. Poi quei ragazzi sono cresciuti di età, la federazione mise il vincolo della presenza in campo di tre ragazzi sotto i 18 anni.

    Grazie a questa fortunata combinazione in due anni vincemmo il campionato di 1^ categoria e quello di Promozione.

    I costi erano ancora assorbibili, infatti i ragazzi si distribuivano gli incassi. Devo dire che in una partita (campio9nato di promozione) in tribuna vicino a me c’era un mediatore calcistico e non ci credeva che quella quadra ci costava meno di 2 milioni al mese.

    Arrivati in eccellenza il problema economico divenne insopportabile e dopo tre anni dovemmo cedere la società.

    Solo tre soci-dirigenti-allenatori (si quasi tutti avevamo tre qualifiche in mado da copriere tutti ruoli di una società) avevano un patentino minimale. I soci ogni anno immettevano una piccola somma rispetto ai costi cui si andava incontro.

    Nessuno di noi aveva specializzazioni calcistiche e manageriali specifiche, ma avevamo creato una società che dal nulla era arrivata in eccellenza.

    Se avessimo dovuto pagare allenatori specializzati e gestori a pagamento non saremmo mai nati e men che mai decollati.

    Ovviamente tra di noi c’erano diversi professionisti specialisti del loro settore. Votavamo ogni anno per i vari incarichi. Alla fine ognuno di noi si era specializzato nella gavetta calcistica e non nelle scuole.

    Le cose che tu scrivi in negativo purtroppo le abbiamo viste e vissute.

    Il problema è il “campanile”, solo che prima aggregava tutta la comunità cittadina e generava le risorse per mantenere la squadra, ora non mantiene nulla (seguo ancora da lontano la squadra del Molfetta e da 4.000 spettatori a partita degli anni 50-60 sono passati a poche centinaia, inevitabilmente stanno retrocedendo ogni anno. E vedere quello stadio vuoto mette tristezza.

    Quindi, ritengo che non si può correggere il meccanismo, la questione è quasi esclusivamente economica. Non ci sono le risorse per mettere nelle società dilettantistiche i professionisti tecnici e manageriali.

    Forse hanno ragione gli americani che da quello che mi risulta, hanno un campionato top e poi le squadre delle scuole.

    Legano allo sport anche altre attività come le bande musicali scolastiche e le ragazze che fanno le esibizioni e con stadi sempre pieni anche se solo studenti.

    Comunque grazie per aver gettato la pietra nello stagno.

  7. Sopratutto per le società di calcio giovanile che con il gemellaggio a squadre di serie A spillare soldi
    a famiglie che credano
    d’avere dei Maradona.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *