THE OUT – SKIRT OF FOOTBALL – 15 -: IL CALCIO FEMMINILE NON E’ COME IL CALCIO MASCHILE

“Il calcio femminile non è come quello maschile.”
È una frase che ho sentito ripetere spesso, quasi sempre con un tono denigratorio come se la differenza fosse una colpa, una mancanza, come se ciò che non è uguale all’uomo fosse automaticamente inferiore.

Eppure, qualche giorno fa, quelle stesse parole le ho pensate anche io. Ero in metropolitana, persa nel consueto scrolling dei social. Durante questa attività, iniziata per ammazzare l’attesa, ho visto le immagini, già virali, del teatrino messo in scena da Donald Trump insieme alla Juventus maschile: sorrisi diplomatici, strette di mano e la solita retorica tossica travestita da intrattenimento. Poi un video, un’intervista a Timothy Weah, al quale viene chiesto come ha vissuto questo incontro. La risposta è molto semplice “Non seguo la politica, voglio solo giocare a calcio”.

Poco dopo, mi è apparso un carosello di foto provenienti dalla NWSL, la lega professionistica di calcio femminile statunitense. In una delle prime immagini, le giocatrici dell’Angel City FC indossavano una maglia con la scritta “Immigrant City Football Club” e “Los Angeles is for everyone / Los Angeles es para todos”. Il club ne aveva stampate diecimila e le aveva distribuite gratuitamente ai tifosi. Solo la settimana prima, proprio su quegli spalti era comparso uno striscione eloquente: “Abolish ICE”.
Nelle foto successive, altre squadre, altri messaggi: tifosi e calciatrici che prendevano posizione contro l’ondata transfobica che sta attraversando gli Stati Uniti, alimentata e non poco dallo stesso presidente americano.

In una manciata di secondi ho vissuto due modi agli antipodi di vivere e concepire il calcio.  È stato in questo momento che mi è tornata in mente quella frase: “Il calcio femminile non è come quello maschile.” Ma stavolta ho sentito di doverla completare: “E va bene così.”

C’è qualcosa nel calcio femminile che va oltre il campo ed è un modo di stare al mondo, prima ancora che un modo di giocare. È politica, corpo, voce, storia e resistenza. È lo sport che non si è mai potuto dare per scontato.

Attenzione: non sto riducendo tutto a una questione di singoli. Anche nel calcio maschile ci sono atleti e realtà che provano a portare avanti una visione più critica e consapevole dello sport. Tuttavia, ciò che fa la differenza è che, nel femminile, questo sentire sembra essere sistemico. Una cultura diffusa, condivisa, interiorizzata.

Infatti se un calciatore, anche molto superficialmente può dire davanti a un microfono che a lui della politica non interessa perché vuole solo calciare un pallone, questo discorso non potrà mai venire da una calciatrice. E la motivazione si capisce adottando uno sguardo psicosociale all’interno di una prospettiva storica. A differenza del calcio maschile, che si è sviluppato come espressione naturale di un’identità di potere già consolidata all’interno di un sistema patriarcale ed economicamente strutturato, il calcio femminile è nato come pratica di rottura. Risalendo ai suoi albori, nel dopoguerra, le federazioni di molti Paesi europei (Italia inclusa) vietarono ufficialmente il calcio femminile che per decenni fu considerato dannoso per il corpo della donna, “antiestetico”, contrario al ruolo sociale assegnato al femminile.

In questo senso le donne sono state abituate a crearsi lo spazio da sole e per questo Amartya Sen con la sua teoria dell’agency direbbe che ciò le ha abituate ad una attitudine trasformativa che lega ogni gesto sul campo ad un significato politico.

La differente filogenesi del calcio femminile ci permette di comprendere l’attualità: le calciatrici hanno dovuto costruire la propria identità in un contesto che, simbolicamente e materialmente, le rifiutava e questo ha favorito meccanismi di identificazione orizzontale per cui l’autostima personale passa attraverso il rafforzamento del gruppo.

Il processo di costruzione identitaria è centrale. Nella maggior parte dei casi, le calciatrici non hanno potuto fondare la propria esistenza esclusivamente sulla carriera sportiva.  L’“io professionale” non ha mai potuto essere totalizzante rispetto alla visione del sé: non hanno mai potuto dire semplicemente “sono una calciatrice”, ma piuttosto “sono una calciatrice e ho un secondo lavoro”, oppure “sono una calciatrice e sto studiando”.
Questa condizione, pur nella sua precarietà, le ha portate a sviluppare identità più sfaccettate e articolate a differenza dei calciatori, spesso indotti a vedersi in termini monolitici. Per questo motivo difficilmente sentiremo la frase “Voglio solo giocare a calcio” detta da una giocatrice.

Inoltre, riprendendo il concetto di intersezionalità di Kimberlé Crenshaw, le calciatrici molto spesso vivono molteplici oppressioni simultanee (di genere, etnia, classe, orientamento sessuale). Questo incrocio favorisce una  maggiore coscienza politica che spinge loro ad usare lo sport come uno strumento per far sentire la propria voce.

Osservando inoltre a livello strutturale, a partire dalla teoria di Pierre Bourdieu, vediamo come il calcio maschile sia altamente strutturato, con gerarchie rigide e con un alto accumulo di capitale economico, simbolico e sociale. Il professionismo, il culto della performance e il denaro hanno incentivato la costruzione dell’atleta come marca, come individuo separato dal collettivo portando al consolidamento del mito del campione individuale. Tale mito è causa e conseguenza di una precisa forma di mascolinità presente nella cultura sportiva, ossia la mascolinità egemone teorizzata da Connell e nella quale si esaltano la forza fisica, successo, silenzio emotivo, competitività e il conformismo.

In questo contesto, prendere posizione politicamente può mettere a rischio il prestigio conquistato perché sponsor, dirigenza e media possono reagire con sanzioni formali o informali. In questo sistema costruito per premiare la neutralità e penalizzare il dissenso hanno quindi più incentivi a conformarsi per mantenere privilegi, status e accettazione.

Nel calcio femminile, invece, la situazione è diversa. Le atlete, avendo meno capitale da perdere, sono più libere di usare il campo sportivo non solo come luogo di competizione, ma come spazio di produzione di significato. Crescendo inoltre in un ambiente generalmente più progressista, e con un pubblico di riferimento spesso più sensibile a temi sociali, le calciatrici sono incentivate a parlare apertamente di ingiustizie, diritti e discriminazioni. Questo favorisce una socializzazione politica più esplicita, in cui lo sport non è solo performance, ma anche strumento di presa di parola e trasformazione culturale.

Dal punto di vista psicosociale, il calcio femminile funziona quindi come un “laboratorio di senso” ossia un luogo dove si ridefiniscono i confini tra sport e società, identità individuale e collettiva, gioco e lotta politica all’interno di una narrazione di emancipazione ancora in corso.

Quindi, per concludere, sì, il calcio femminile non è come il calcio maschile. È un altro spazio, con altri codici, altre priorità e dove, riprendendo le rivendicazioni dei gruppi femministi degli anni ’70, il personale è politico. È qualcosa di diverso perché là dove molto spesso il calcio maschile prova a smarcarsi dalla sue responsabilità, il calcio femminile ci ricorda dell’importanza di mantenere la posizione per far salire la squadra, il collettivo.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

Una risposta

  1. Complimenti per l’articolo , vorrei solo aggiungere conoscendo bene il calcio femminile avendo avuto la fortuna di allenarlo devo dire che il calcio femminile ha molti punti a favore è bellissimo allenare è un mix di emozioni che vanno e vengono da entrambe le parti c’è voglia e determinazione di migliorarsi sempre sul campo e confrontarsi fuori da campo e vivere lo sport con totale passione e semplicemente vivere la vita, non metterei un messaggio politico o di rivendicare chi sa che libertà perché non mi piace portare questo è riduttivo e forviante, io combatterei contro i trogloditi che denigrano senza conoscere e sopratutto alcuni soggetti che fanno femminile ma umiliano e denigrano la persona pera ancora che l’atleta ecco questo io combatterei e ho combattuto questo molto volte per l’amore per questo sport le ragazze subiscono e non è giusto.
    Ci vogliono maggiori tutele per tutti gli addetti su rimborsi stipendi e un aiuto concreto da parte della federazione perché le categorie B e C non hanno risorse per lo sviluppo.
    Mi dispiace lasciare un mondo così bello ma purtroppo in Italia il calcio è questo e chi lo fa nella maggior parte delle volte è un improvvisato e questo non lo merita nessuno di noi atlete e certi addetti.
    Complimenti ancora

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