Infuria la polemica sulla nazionale di calcio. I social esplodono di esperti con ricette, più o meno condivisibili, per la soluzione del problema. Tutti d’accordo: l’Italia non può non disputare i mondiali per la terza volta. I concetti sono sempre gli stessi: “non ci sono più gli oratori”, “i bambini non giocano più in strada”, “non dribbla più nessuno” “ormai solo divano e videogiochi” e si finisce sempre con il solito: “ai miei tempi si… che il livello era alto… adesso non c’è più niente”.
Eppure in questo fiume di commenti nessuno ha pensato ad interrogare gli unici veri esperti. Coloro i quali non mancano mai neanche alle amichevoli, neanche se piove, neanche se tira vento: i genitori. Gli unici veri esperti del calcio giovanile italiano. Ce ne sono di tutti i tipi: il papà che sembra un orango, attaccato alla rete di recinzione, che urla contro l’arbitro, l’allenatore, il compagno di squadra che non passa la palla al figlio, all’avversario sempre “macellaio”. Oppure la mamma, seduta sui gradoni della tribuna, che non stacca gli occhi dal cellulare masticando la cicca. Se arrivi tardi e chiedi quanto stanno? Ti risponde: “boh”. Poi ci sono quelli che possiamo definire standard o forse meglio “normaloidi”. Li riconosci subito. Nelle fredde domeniche di febbraio, di prima mattina, li puoi incontrare, a piccoli gruppi, che si aggirano lungo la provinciale alla ricerca dell’unico bar aperto, il più delle volte cinese. Dove il caffè sa di cicoria bruciata e le brioches di cartone dell’Ikea. Oppure verso la fine del mese di maggio, non puoi sbagliare, dopo l’ennesimo torneo sono quelli abbronzati con stampato in faccia il disegno dei rombi della rete di recinzione dei campetti di calcio.
Se qualcuno davvero chiedesse a loro quali sono i mali del calcio giovanile le risposte potrebbero essere riassunte in queste tre osservazioni:
Primo: si confonde la maleducazione con la personalità. Nei primi anni (pulcini, esordienti) Questo fenomeno è particolarmente evidente. E quando un dirigente, un arbitro o un genitore lo fa notare viene redarguito in malo modo: “ci vogliono i coglioni per fare strada”. In effetti possiamo essere d’accordo. Passato qualche anno, molti di questi “coglioni” li si incontra impiegati come ottimi asfaltatori lungo le auto-strade della nostra penisola. Nel frattempo però chi ha talento e anche il carattere, ma non la maleducazione e l’arroganza necessarie, finisce ai margini delle squadre e viene scartato. A quel punto sceglie (come dargli torto?) altre strade, abbandonando il cacio.
Secondo: l’allenatore non ha come obbiettivo la crescita dei ragazzi ma la propria carriera. Questo fenomeno è tipico degli anni dell’agonistica (giovanissimi, allievi). Per il curriculum dell’allenatore è necessario vincere, sempre. Perché ciò avvenga la scelta cade ovviamente sui ragazzi più sviluppati. Se a quindici anni un ragazzo è alto un metro e ottantacinque, con un accenno di barba, pesa ottanta chili, ruolo prima punta (detto “bomber”) e viene marcato da un ragazzo alto un metro e sessantadue che pesa cinquanta chili, ruolo difensore centrale (detto “stecchino”) ovviamente farà valanghe di goal. L’allenatore vince il torneo del dopolavoro ferroviario e le società professionistiche sceglieranno il “bomber” e a volte anche l’allenatore. Perché alla fine a tutti i livelli contano le vittorie: brutte, sporche, ma immediate. Passano gli anni, lo “stecchino” cresce e ha i piedi buoni, maggiore velocità e ormai la forza fisica necessaria per affrontare il “bomber” ma nel frattempo è uscito dal giro. Risultato? il “bomber” smette di giocare, perché è senza talento e non stoppa un pallone nemmeno fosse quadrato, ma ha smesso di giocare anche lo “Stecchino”, ormai cresciuto perché arcistufo dalle continue panchine.
Terzo: regola dei giovani. Da qualche anno nelle categorie promozione, eccellenza, serie D, è obbligatorio schierare in campo almeno tre ragazzi giovani. Nella prossima stagione sono considerati giovani i nati nel 2007, 2006, 2005. La regola di per sé è una buona regola. In passato “cricche” di allenatori e direttori sportivi schieravano in campo, spartendosi la torta, quarantenni ormai prossimi al prepensionamento penalizzando in modo esagerato i giovani. Quindi la federazione ha imposto, giustamente, una regola per fermare questo mercato malato.
Ma siamo in Italia e così anche questa regola non impedisce di inventarsi un altro mercato sempre più malato. Le solite “cricche”, scelgono, il più delle volte dietro compenso, i nati nell’anno giusto anziché quelli bravi e così ragazzi appena usciti anagraficamente dall’anno buono, anche solo per qualche mese, ed in forte ed evidente crescita vengono rimpiazzati da altri giovani, spesso privi di talento, ed il giro ricomincia. Nel gergo si dice “ la regola del giovane prima dà e poi toglie”. Come la scena di Robin Hood che deposita, anticipato dal sibilo di una freccia scoccata da un arco, un sacco di monete d’oro sul tavolo della cucina di un poverissimo Fantozzi al grido: “Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri”. Fantozzi incredulo afferra il sacco abbraccia la moglie e grida: “Pina.. Pina.. siamo ricchissimi”. Giusto i tempo di un sorriso e arriva il sibilo di un’altra freccia che anticipa il ritorno di Robin Hood: “Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri” e si riprende il sacco. In buona sostanza un giovane, con tre anni di esperienza in serie D o eccellenza, non conviene più economicamente a nessuno farlo giocare a causa proprio di questa regola. Non importa se ha fatto bene o male ormai è vecchio, ma non ancora così tanto da entrare nelle “cricche”, non avendo ancora compiuto ventuno anni. In questo modo si perdono altri talenti che sceglieranno, perché stufi di queste meschinità, altre strade per la vita.
A tutto questo si dovrebbe trarre una semplice conclusione: deve giocare quello bravo. Non quello magro o quello educato, quello giovane o quello grosso… ma solo e semplicemente quello bravo.
Purtroppo questo è un concetto che presuppone tre condizioni da parte di chi seleziona: competenza, onestà e amore per lo sport… non per i soldi, ma per lo sport.
Potremmo chiamarla anche “meritocrazia”.
Una parola che in Italia, da lunghi anni, crea l’orticaria e non è possibile più applicare in quasi nessun settore. É così anche per il mondo del calcio. Solo in modo più evidente.

BIO: Alberto Salina.
Vive ad Ornavasso in provincia di Verbania.
Sposato con Laura. Hanno quattro figli: Matteo, Andrea, Gabriele e Marta. Laureato in Scienze Geologiche, lavora nel settore della produzione di materie prime minerarie.
Appassionato di storia e libri gialli ha pubblicato la serie:
Le indagini del Maresciallo Gatti divise in sette capitoli:
Nell’ottobre del 2013 il suo primo romanzo: I Moschettieri del Duce, nel novembre 2014: Adelaide, nel mese di novembre 2015: L. SS Adolf Hitler, nel settembre del 2016: Il Partigiano Mondo, nel dicembre del 2017: Il Genova, nel dicembre del 2019: Gesù Bambino e nel novembre del 2022: Il Mulino.
www.albertosalina.it










5 risposte
D’accordo su tutto, grande pezzo, mentre leggevo mi sono quasi commosso, è la verità, la maleducazione scambiata per palle quadrate, è grottesco!
Buon giorno Ambrogio
La ringrazio per il gentile commento.
Cordiali saluti
Alberto
Buongiorno Alberto, se ne fossi stato capace, questo articolo lo avrei scritto io. Complimenti.
Alberto complimenti per la leggerezza e gradevolezza dell’articolo. Ma onestamente sei stato molto estremo. Non tutti i genitori sono aggressivi, non tutti i ragazzi che vanno avanti non sono i migliori, e così via.
Il problema è anche un po’ di più ampio e variegato: 1) i visionatori formali e non formali di molte squadre di Serie A, purtroppo nel valutare e segnalare i ragazzi usano il “metro”. Quindi, il problema non è solo alla base ma anche al vertice. Avevamo uno stopper molto forte ma alto 1,70 non è stato selezionato da nessun osservatore. Comunque, per quel poco che l’ho potuto seguire ha fatto una buona carriera in Serie C.
Poi, se hai una squadra fortissima e non vinci con quelli meno forti, un problema con la società ed alcuni genitori si crea sicuramente. Ho visto molte oscenità di quelle da te raccontate. Comunque non so oggi se questo è un fenomeno largamente diffuso.
Poi, salvo rari casi, un giocatore basso e gracilino difficilmente non fa carriera perchè piccolino e ottimo calciatore. Purtroppo, più sali di categoria e più la parte atletica diventa fondamentale. Non ricordo il nome ma la Fiorentina aveva un ragazzo spagnolo tecnicamente molto bravo, ma non ha sfondato in prima squadra, non a sfondato neanche in Serie C e Serie D. Purtroppo il fisico, non necessariamente l’altezza, conta.
Genitori maleducati ne trovi tantissimi, ma cerco di ricordarmi sempre il proverbio che dice che “una foresta che cresce non fa rumore ma lo fa un albero che cade.”
Ribadisco quello che dici è vero, ma non automaticamente la diffusione è alta. Parlo del 2000-2002, seguivo dalla tribuna la Juniores (campionato Eccellenza), di fatto mi dava fastidio (ma tanto) sentire un paio di genitori che criticavano alcuni giocatori della loro squadra, perchè in quel ruolo non giocavano i loro figli. Ma parliamo di un paio di genitori su una quindicina.
Infine, osservo che i genitori educati sono silenti e non vengono percepiti, mentre quelli maleducati purtroppo hanno molto ascolto, ma non so quanto seguito.
Comunque ben vengano gli articoli come i tuoi, che fanno riflettere e discutere.
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Caro Giuseppe
Verissimo non tutti i genitori sono uguali infatti ho cercato di rappresentare i due estremi e poi ci sono di mezzo i “normaloidi” dove mi pare di capire siamo iscritti ambedue eh..eh..
La mia esperienza si basa su 3 figli e 2 nipoti… e un’altra trentina di ragazzi amici che giocavano con loro… purtroppo però è un fatto che non nascono più talenti ma solo in Italia…. e ci deve essere pur una motivazione o una serie di motivi che ne blocca lo sviluppo…
Io credo che una grande parte, anche se non ho voluto inserirlo appositamente nel mio articolo, resti la corruzione. I servizi delle Iene mi sembrano più che sufficienti per testimoniarlo. Poi nelle categorie inferiore si parla di altre cifre.. ma il sospetto ti viene… sempre più grande…
Temo che però non sia una questione di regole.. ma di coscienza di ognuno di noi… le regole da sole non bastano.
Quindi ben venga la discussione per evidenziare le varie esperienze.. magari servirà per sensibilizzare la coscienza comune.
Grazie per il tuo gentile commento.
Buona giornata
Alberto