THE “OUT-SKIRT OF FOOTBALL” – 12 – UN TEMPO IN PIÙ

Oggi ho assistito a una partita diversa da quelle che sono solita vedere in televisione. Non c’erano stadi pieni, né cronache in diretta. Solo un campo di periferia, un pallone e un gruppo di ragazzine che hanno iniziato a giocare da poco.

Provengono da un quartiere della periferia di Milano dove non è sempre facile crescere, dove le difficoltà economiche, linguistiche e culturali si intrecciano ogni giorno.

Eppure, oggi, su quel campo, l’unica cosa che traspare è la gioia di giocare a calcio.

A bordo campo, al di là della rete, un gruppo di genitori osserva le proprie figlie prendersi il centro della scena e le incita in lingue diverse, ma con lo stesso obiettivo: sostenerle.

All’inizio, le ragazze varcano il cancello in fila indiana e, guidate dalle allenatrici, si dispongono in linea, rivolte verso gli spettatori.

Un piccolo cerimoniale che trasmette un messaggio chiaro: “Questo è il vostro spazio, è il vostro tempo.”

Il fischio che segue segna non solo l’inizio di una partita, ma anche quello di un rito collettivo, dove il calcio diventa linguaggio e possibilità di mettersi in gioco.

Nel primo tempo regna la confusione, tra palloni che rimbalzano via, posizioni da sistemare e qualche goal. Accanto all’allenatrice c’è suo figlio, poco più grande delle ragazze, che ha assunto con passione il ruolo di viceallenatore.

Con un atteggiamento serio ma affettuoso, chiama ciascuna per nome e si muove lungo la linea del campo con la postura di quegli allenatori che si vedono in TV.

L’arbitro fischia l’intervallo e le ragazze sono sotto di qualche goal.

Nell’attesa che il gioco riprenda, si radunano attorno all’allenatrice e al suo vice per ricevere qualche consiglio.

È in questo momento che accade qualcosa per me inaspettato.

L’allenatrice richiama l’attenzione e domanda: “Che cosa potremmo fare?”

A giudicare dalla spontaneità con cui le ragazze si danno suggerimenti a vicenda, questo gesto sembra per loro del tutto naturale.

Ben presto si avvicinano anche alcune madri che, in spagnolo, offrono consigli alle inesperte calciatrici.

I minuti scorrono veloci: è già tempo di tornare in campo per l’inizio del secondo tempo.

Mi lascio trasportare dalla partita, perché quando vedi qualcuno esprimere con passione ciò che ama, è impossibile restarne fuori.

Ed è proprio attraverso il gioco che, poco a poco, alcune storie iniziano a rivelarsi.

S. spazia per tutto il campo, facendo da collante tra i vari reparti per supportare le sue compagne.

Il velo le copre parzialmente il viso, ma lascia intravedere il suo sguardo attento.

In campo è facile notarla, non solo perché ha un corpo più maturo rispetto alle compagne, ma anche perché riesce a catalizzare il gioco della sua squadra che attorno a lei si fa spesso pericolosa davanti alla porta avversaria. Con le mani indica le giocate e, con poche parole, rincuora chi sbaglia e sprona chi esita. È una leader a cui non serve alzare la voce, perché la sua sola presenza è già uno strumento potentissimo.

Con la maglietta di un altro colore, Z. cattura la mia attenzione. È la più minuta, non è sempre precisa, ma ha quella scintilla capace di accendere le giocate. Fuori dal campo, la sua piccola corporatura non l’aiuta a farsi notare, ma sul rettangolo di gioco è tutta un’altra storia: risulta la più agile ed è difficile per le avversarie riuscire a fermarla.

Osservando S. e Z. giocare, emerge con forza una verità troppo spesso sottovalutata: nello sport non esiste un solo corpo “giusto” per riuscire. Le loro storie, così diverse, lo dimostrano con chiarezza.

Guardandole giocare, si capisce che il campo è uno spazio di possibilità e che l’efficacia può assumere forme diverse: forza e resistenza, ma anche leggerezza, intuito, velocità, intelligenza tattica.

Il loro messaggio è chiaro ovvero che non esiste un solo modo per stare in campo, così come non esiste un solo modo per farsi spazio nella vita.

La vera competenza risiede nel saper sfruttare le risorse di cui si dispone per raggiungere i propri obiettivi.

Mentre osservo queste azioni, sento un sottofondo costante.

In porta, c’è una ragazza che non smette di parlare. Dà istruzioni, incita, corregge anche quando la palla è lontana.

Il ruolo del portiere è spesso il più solitario e, paradossalmente, il meno compreso. È una posizione di estrema responsabilità, dove l’errore è evidente e il successo, invece, passa spesso inosservato. Se la squadra subisce un goal, la colpa sembra sempre sua. Se salva la partita, è perché le avversarie hanno sbagliato prima.

È una logica ingiusta, ma diffusa.

È l’unico ruolo che, pur in un gioco di squadra, comporta una quota di solitudine: mentre gli altri festeggiano un goal a centrocampo, lei rimane nella sua area.

È una posizione che richiede nervi saldi, capacità di restare lucidi nell’attesa e una forza mentale fuori dal comune. Spesso, purtroppo, il portiere viene scelto per esclusione. È il ruolo in cui finisce chi non si sa dove far giocare, come se fosse uno spazio di serie B. Ma chi ha davvero osservato una partita sa che è esattamente il contrario.

Ed è così che M., grazie al calcio, sta imparando cosa siano l’umiltà, la responsabilità e la consapevolezza che non bisogna per forza essere al centro del campo per avere un impatto decisivo.

Distolgo lo sguardo da M. perché nel frattempo mi si è avvicinato il presidente della società, ricordandomi del contesto che ruota attorno al gioco. Sin dal primo incontro mi è sembrato un uomo che in questo progetto crede profondamente e in cui ha investito cuore, denaro e tempo.

Lì, mentre il gioco continua, mi parla delle sue ragazze con un entusiasmo sincero e contagioso. L’orgoglio e la passione sono palpabili in ogni parola.

Mi racconta di quanto sia felice di aver organizzato quell’amichevole e ciò che mi colpisce di più è una parola che pronuncia con forza e convinzione: responsabilità.

Per lui, quella partita rappresenta molto più di un evento sportivo.

È un momento in cui le sue giocatrici possono sperimentare e assumere un senso di responsabilità, imparando attraverso il gioco a prendersi cura di sé stesse e delle compagne, a rispettare le regole e a credere nelle proprie capacità.

Questo prendersi cura, per lui, è fondamentale e lo dimostra subito dopo.

Poco distante da noi, una ragazza ha le spalle curve. Non piange, ma si capisce che qualcosa non va. Il presidente le si avvicina. Non sento cosa le dice, ma osservo il suo linguaggio del corpo: con piccoli gesti come una mano sulla spalla, un cenno con la testa, un sorriso appena accennato le comunica tutto.

A vederlo da fuori potrebbe sembrare un piccolo gesto, ma la consapevolezza di non essere sola nei momenti difficili resterà dentro di lei, come un punto fermo nel caos delle emozioni.

Triplice fischio.

Nessuna di loro però abbandona il campo.

Prima timidamente, poi facendosi forza l’una con l’altra, chiedono di poter giocare ancora.

Non per il risultato, ma perché si stanno divertendo e amano questo sport.

Attraverso il gioco si rivela un’intima verità ossia che in ognuna di loro c’è una forza che va oltre il punteggio.

È la volontà di non fermarsi, di provarci ancora, anche quando tutto sembra concluso.

Chiedere di restare significa voler continuare a sentirsi parte di un’esperienza che fa bene all’anima.

È il desiderio di allungare quel momento in cui si sentono accolte, sostenute, libere di essere sé stesse, senza giudizi né barriere.

Quando chiedono di poter restare, stanno chiedendo più spazio per esprimersi, più tempo per costruire la propria identità e più occasioni per credere che, anche loro, possono cambiare le regole del gioco della vita.

In poco più di un’ora, in una domenica mattina nella periferia di Milano, ho vissuto e visto vivere di tutto.

Le storie grandi iniziano da questi campetti.

Da ragazze che, invece di chiedere quando finisce la partita, chiedono se possono restare un po’ di più.

Forse, oggi, su quel campo, non ho visto solo una partita.

Oggi ho capito che, a volte, tutto ciò che ci serve è semplicemente un tempo in più.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *