IN ATTESA DI PAESI BASSI – ARGENTINA – 1^ PARTE

Memoria e Cultura vs Orgoglio e Passione

Sarà quello tra Paesi Bassi ed Argentina uno dei quarti di finale più affascinanti del mondiale 2022, in omaggio alle grandi sfide che queste nazionali hanno affrontato l’una contro l’altra nella storia della coppa del mondo, rappresentando due scuole di pensiero dominanti, con alcuni punti in comune e numerose differenze di metodo.

Due nazionali espressione non solo dei loro paesi ma anche di un modo di intendere il calcio divenuto iconico al di là dei rispettivi confini. Due nazioni che, calcisticamente parlando, “hanno fatto scuola”.

Da un lato gli eredi del “calcio totale”, espressione con cui si identifica la mirabile macchina da calcio ideata, organizzata e processata da Rinus Michels all’Ajax ed esportata in nazionale, dopo averla addizionata dei concetti propri di Happel, tecnico del Feyenoord vincitore della Coppa dei Campioni, e di Kovacs, suo successore sulla panchina del lancieri.

Rinus Michels CT dell’Olanda negli anni ’73-’74, ’84-’88 e ’90-’92

L’intuizione di Michels era stata quella di sviluppare il possesso palla mostrato al mondo  dall’Honved di Budapest e dalla nazionale ungherese dei primi anni 50 su un terreno di gioco che, di volta in volta, andava allargandosi e restringendosi in funzione dei movimenti dei calciatori. Questi, posti nella condizioni di apprendere conoscenze non riconducibili al “ruolo”, si dimostravano in grado di occupare lo spazio nella metà campo avversaria grazie ad un’anticipazione dei tempi del gioco.

In epoca antecedente agli anni 60, il calcio olandese non aveva goduto di particolari momenti di gloria; non esisteva, cioè, una scuola calcistica olandese. Il fatto stesso che Michels sia andato ad integrare il suo credo con i dettami di Kovacs (rumeno) e Happel (austriaco) la dice lunga sulla complessità di quel calcio che, come detto, traeva spunto dalla scuola danubiana.

Da lì in poi, tuttavia, il football dei tulipani diverrà un riferimento per la gran parte dei tecnici, degli appassionati e degli esperti. E i tecnici dei Paesi Bassi ne saranno sequenziali evangelisti divulgando, pur con qualche eccezione, e grazie a  magisteri di prim’ordine, i principi di un calcio che, partito come “totale”, si sarebbe poi modificato in “posizionale” e “funzionale”. Il tutto legando i vari step evolutivi grazie al filo conduttore di una mentalità tesa alla supremazia nei confronti dell’avversario.

Nella parte orientale della terra del fuoco, viceversa, il calcio non è il risultato di un processo razionale. E’ qualcosa di molto vicino alla religione, in cui il racconto delle gesta sul prato verde si fonde con la mistica e con l’enfatizzazione di ogni situazione.

A differenza degli olandesi, gli argentini hanno radici calcistiche più antiche.
La finale del campionato del mondo del 1930 (persa 4-2 contro l’Uruguay) lo testimonia. Il loro riferimento sistematico, sin dall’epoca precedente alla seconda guerra mondiale, è stato il cosidetto “metodo”, definito WW, che ha caratterizzato per decenni il calcio sudamericano ad eccezione del Brasile.


L’Argentina, a differenza dell’Olanda, è parte attiva nel porre le fondamenta di una scuola calcistica “prima” o primitiva, quella cosidetta “latino americana”. Una scuola che prevede due difensori a protezione della porta, sopravanzati da una linea di tre calciatori, a cui fa seguito la linea di attacco con due punte larghissime, due mezze ali che prevedono tra loro un trequartista/centravanti in posizione leggermente più arretrata rispetto agli attaccanti esterni.

Nonostante gli ovvi elementi di modernità succedutesi, alcuni aspetti di questa disposizione hanno influenzato il calcio sudamericano sino alla fine dello scorso secolo.

In primis per la diversa funzione delle ali, che nel calcio europeo erano “tornanti” e nel calcio sudamericano erano vere e proprie “punte esterne”, con licenza di andare regolarmente in rete come, ad esempio,  capitava a Daniel Bertoni o Ruben Sosa.

Daniel Bertoni, attaccante e centrocampista offensivo della Seleccion negli anni ’70 e ’80, gioco’ in Italia dal 1980 al 1987 vestendo le maglie di Fiorentina, Napoli e Udinese.

In secundis, per la presenza sul campo, in mezzo a dette ali, di un giocatore al centro dell’attacco, non propriamente facente funzione di centravanti. Un trequartista, piuttosto, schierato spesso con il numero 9, definito anche enganche per la funzione di unire (agganciare) centrocampo ed attacco di cui l’uruguaiano Enzo Francescoli ha rappresentato  uno degli esempi più eclatanti.

Questo modo di intendere la fase offensiva, utilizzato in Italia con successo da Galeone nei sui primi e fortunati anni in panchina e da Nevio Scala al Parma, con “il sindaco” Osio nel ruolo di enganche, rimarrà in vigore sino all’inizio degli anni ’90, quando l’esplosione di “prime punte” come Abel Balbo, Gabriel Batistuta, Hernan Crespo ed altri modificherà il sistema offensivo latinoamericano.

Fate caso, però, che tutti i suddetti nelle loro prime apparizioni nel calcio non risultano indossare la numero 9 bensì la 7 o la 11.

Sempre alle influenze del metodo, si deve l’usanza di affidare la maglia numero 5 al play (o volante).
Detta scelta deriva proprio dalla primitiva disposizione del WW che, vista con gli occhi di oggi, altro non è se non un sistema in cui i due terzini si alzano rispetto ai due centrali affiancando il regista basso.

Anche l’Olanda, dal canto suo, ha visto esternare i suoi concetti calcistici per mezzo dei numeri. L’effettiva disposizione in linea degli anni 70 veniva rappresentata dalla numerazione progressiva che vedeva sulle spalle dei centrali difensivi i numeri 3 e 4 e il terzino sinistro con il numero 5.
Ruud Krol, che ricordiamo a Napoli giocare da libero con il 5, aveva iniziato la propria carriera da terzino sinistro ed era stata quella posizione ad iniziarlo al numero di maglia.

Ruud Krol difensore dell’Olanda, gioco’ entrambe le finali dei mondiali del ’74 e del ’78.

In Italia indosso’ la maglia del Napoli dal 1980 al 1984

La disquisizione numerica non è fine a se stessa. E’ propedeutica alla comprensione dei differenti modi di intendere, prima ancora che di giocare, il calcio.

Una diversità di pensiero che si è scontrata in più occasioni nelle edizioni dei campionati del mondo dando  vita  a sfide rimaste nella memoria degli appassionati.

Banalizzando, potremmo considerare l’Olanda come una compagine per definizione alla ricerca della costruzione dal basso e dello sviluppo razionale, portata al presidio degli spazi. L’Argentina la potemmo inquadrare come un insieme di calciatori intenti alla ricerca della giocata a cui non manca la determinazione. La cultura contro la passione. L’estetica della ragione contro i colpi di genio, di tecnica  e di clava.

Nell’avvicinamento alla sfida del prossimo 9 dicembre c’è un passaggio che merita d’essere considerato.

La svolta che la federazione argentina decide di imprimere al movimento calcistico che produrrà la vittoria del 1978 avviene a causa, o per merito, dell’Olanda.

Il punto più basso del calcio argentino viene toccato durante la coppa del mondo del 1974 allorché l’Albiceleste viene dominata e umiliata sul campo dalla nazionale olandese. Cruijff e compagni ne fanno 4 agli argentini ma il dominio che determinano sul campo è molto più netto di quanto dica il risultato.
A quel punto, i vertici del calcio argentino comprendono come per preparare al meglio l’edizione successiva del mondiale che si giocherà a casa loro sia necessaria una svolta. Troppo vecchio si era dimostrato il modo argentino di interpretare le partite. Il calcio della pampa non era nella situazione di reggere il confronto con le grandi nazionali europee.

Urgeva un’inversione di mentalità e di estetica calcistica.

Sarà un tecnico di età giovane, per i canoni dell’epoca, ad imprimerla. Un tecnico di idee progressiste in campo e fuori. Le prime sono ben accette perché cambieranno il modo di giocare degli argentini. Le seconde, in palese difformità rispetto al verbo politico in bocca al regime di quegli anni, verranno tollerate in cambio di un sogno di grandezza pallonara. (PARTE 2^)

2 Responses

  1. Grande articolo, estremamente chiaro e piacevole da leggere. Grande capacità di esprimere l’idea di calcio propria dei 2 paesi in poche parole.
    Complimenti

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